Alessandro Berselli, Io non sono come voi, Bologna, Pendragon, 2007, euro 12,00
Intervista a cura di Marilù Oliva
Minimalista per scelta poetica e anticonformista nella resa formale, Berselli mescola, nel suo secondo romanzo, paura, senso di frustrazione e di inadeguatezza, ironia, introspezione psicologica, pazzia e abissi dell’animo umano in un cocktail vertiginoso che si consuma tutto d’un fiato. Già lodato da autrici come Grazia Verasani, che gli redige la quarta di copertina, e Francesca Mazzucato, l’autore si riconferma un noirista fuori dalle regole, pronto a buttarsi nel vuoto rischioso di un genere letterario a la páge solo perché consapevole che, anche senza paracadute, cadrà elegantemente in piedi.
In Io non sono come voi vera protagonista è la follia, una follia latente, nascosta in una vita mediocre fatta di rimpianti per una storia d’amore finita male, di alcolismo, di rancore, di sigarette e musica grunge.
Rifiuto dell’ordine costituito, rivolta, anarchia, nichilismo e un protagonista già sconfitto in partenza che combatte pur sapendo che sarà destinato a perdere hanno imposto come scelta privilegiata il monologo interiore, la voce dell’io che sovrasta i fatti.
Paolo è il portiere di un palazzo signorile ubicato in zona Saragozza, abitato da gente benestante e affermata: un posto perfetto per accumulare frustrazioni. Quando Paolo si stanca di subire, reagisce nell’unico modo possibile: trovando nella morte delle persone che provano ad amarlo la sua occasione di riscatto.
- Il Concetto di pagine utili è un punto cardine della tua poetica. Ti si può definire un minimalista?
Scrivo romanzi brevi perché non sono capace di scrivere romanzi lunghi e perché mi piace lavorare sulla essenzialità, in questo senso sì, si può parlare di minimalismo. Il concetto di pagine utili travalica questo significato: evito ciò che non è funzionale alla tensione emotiva. Non uso descrizioni, di nessun tipo. Forse affornto questa scelta anche in mnaiera estrema perché anche i personaggi sono poco definiti. Spesso non ne conosciamo l’età, non sappiamo nemmeno se sono alti, bassi, belli, brutti. Non mi interessa fare quello che ognuno di voi può fare da solo. Mi piace l’idea che sia il lettore ad occuparsi della fisionomia, limitando il mio compito alla scenografia emotiva. Fissare la psicologia dei personaggi e il clima delle location mi interessa molto più degli eventi.
- La rottura degli schemi del giallo tradizionale ha solo motivazioni sperimentali?
I meccanismi di indagine, come ho già detto, mi annoiano. Il giallo classico vive di due momenti importanti: il delitto e la sua risoluzione. Il lettore imposta la sua tensione emotiva sul raggiungimento di queste due situazioni: in mezzo c’è l’attesa, che spesso consiste in un calo di tensione, proprio perché è il meccanismo stesso del giallo tradizionale a prevedere questi due tipi di situazione: tensione e attesa.
Voglio pensare a una scrittura che sappia andare oltre questo paradigma narrativo, mantenendo una tensione emotiva che non vada necessariamente a coincidere con l’azione, anzi. Spesso l’azione può essere anche solo sfondo, pretesto. Anche la mia adesione al NOIR è sfondo, pretesto. Mi interessa il cervello, la psiche, il monologo interiore, come già hanno fatto alcuni noiristi francesi. Chi legge un giallo classico dice spesso “non vedo l’ora di arrivare alla fine”. A me invece interessano i libri in cui il lettore non vuole mai arrivare alla fine.
- La follia del quotidiano come sottobosco ombroso. Concili la discrasia tra l’apparente quotidianità e la criminalità eccezionale dei tuoi personaggi?
- Perché Paolo uccide le persone che provano ad amarlo, perché questo connubio tra eros e thanatos?
Questo è un libro sulla non accettazione ma anche sul tema del rimpianto. Lui rimpiange una situazione che lui stesso ha rovinato. Non riesce ad accettare che le persone che si avvicinano a lui non sono l’unica persona che lui vorrebbe.
- Si può fare a meno delle indagini?
- L’ispirazione è una musa?
Anche, l’ispirazione è ogni istante dell’esistenza e ogni briciola che ne fa parte. Mi guardo intorno e trovo ovunque ispirazione. Al supermercato come al ristorante. Idee, situazioni e persone mi suggestionano. Più c’è quotidianità, normalità, più il delitto mi affascina. Garlasco, Cogne, Erba. I coniugi di Erba hanno ucciso i loro vicini perché facevano rumore. E non è stata un’esplosione di follia, ma una cosa maturata lentamente. Hanno detto che era due anni che pensavano di ucciderli. Due anni in cui ogni rumore implementava la loro follia. Una sedia, il televisore. Pensare a questa follia che cresce dentro poco alla volta è la mia ispirazione.
- Se tu dovessi condensare il tuo libro in una riga…
Nei miei libri c’è sempre una sorta di frase manifesto che racchiude l’essenza dei contenuti. In Storie d’amore, di morte e follia, dove si parlava di alienazione/non appartenenza era “La vita a volte mi sembra davvero una di quelle feste dove non conosci nessuno. Te ne stai lì, con il tuo bicchiere in mano, e guardi gli altri. E ti sembrano tutti al loro posto, sei solo tu quello sbagliato”. In Io non sono come voi la frase slogan è “se sei incapace di amare, anche l’odio può diventare un sentimento apprezzabile”.
- Questo libro potrebbe essere trasposto in film?
(Sorride) Magari, è il sogno di ogni scrittore! Beh… c’è chi ha detto che la struttura sarebbe trasponibile in sceneggiatura. Per me però tra letteratura e cinema scorre una differenza notevole. Andate al cinema e vedete un film di cui avete letto il libro. Nove volte su dieci quando uscite dite: “E’ più bello il libro”. Questo perché il libro è uno spazio che vi siete creato nella vostra testa, avete immaginato le cose, le persone, le situazioni. Avete visto una stanza, pensato l’arredamento, dato dei lineamenti ai personaggi. Vi siete fatto il vostro film. Poi arriva il cinema. Vi occupa questo spazio. Ve lo stravolge. Cambia l’arredamento, i lineamenti e tutto il resto. Per questo ho scelto di non fare invasioni di spazi. Di lasciare il lettore libero di creare la propria follia. Ti racconto l’aneddoto della cantina: una lettrice mi aveva scritto che leggendo un mio racconto aveva visto la cantina di cui avevo scritto e ne era rimasta spaventata. Ma nel racconto non c’era nessuna descrizione della cantina, perché volevo che ognuno riuscisse a vederla come proiezione del suo orrorifico immaginario. Quindi scopo raggiunto: lo scrittore suggestiona, il lettore immagina.