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RIFLESSIONI sOPRA LE AFFINITà elettive

 

VALORI ETICO-SPIRITUALI, paesaggi DeLL’ANIMA, giardini et alia

 

 

ALESSANDRA TUGNOLI

 

 

 

La trama delle Affinità elettive è ordita a intreccio dalle relazioni affettive che si combinano attorno a due poli, quello della vita e quello della morte (intese rispettivamente come nascita di una relazione o il suo contrario), che tra loro interagiscono secondo la prospettiva alchemica del morire per vivere. Della vita e della morte i sentimenti sono sia la causa – perché partecipano attivamente alla nascita o alla fine di un rapporto – sia l’effetto: il risultato della fine di un rapporto è un sentimento che può portare a unirsi di nuovo con qualcuno o a restare soli fino a quando, secondo la prospettiva goethiana, non si troverà una persona compatibile, alla stregua di una reazione chimica che può legare o dissolvere gli elementi che si incontrano in natura, per poi riunirli con altri e di nuovo allontanarli. Proprio su di essa Goethe ha modellato il titolo del romanzo.

Come è noto, l’attrazione degli elementi era stata studiata dal chimico svedese Torbern Bergman (cfr. De attractionibus electivis 1775), la cui opera venne pubblicata anche in tedesco pochi anni dopo, nel 1782 (cfr. Wahlverwandtschaften, trad. di H. Tabor). Un’attenta osservazione aveva spinto lo studioso svedese a teorizzare la spontanea attrazione o separazione delle parti di un composto, se in contatto con una particolare ulteriore sostanza. Che Goethe la conoscesse è indubbio, sia perché l’unico esempio del fenomeno, raccontato nel romanzo, quello della calce a contatto con l’acido sulfureo diluito, è dello stesso Bergman, sia perché tutti i riferimenti al concetto di affinità negli Opera omnia sono posteriori di un decennio al 1782.

La riflessione goethiana, tuttavia, sembra spingersi oltre questo enunciato, perché fatalmente la tragedia occupa un posto molto importante nel romanzo. Se due sostanze che originariamente si sono composte tra di loro si separano perché attratte da un nuovo componente della reazione, anche se formano un nuovo composto, è innegabile sia che ciò che prima esse costituivano insieme non esista più, sia che una delle due parti rimanga senza vincoli dopo il nuovo legame.

Il concetto è esemplificato al capitolo IV: Edoardo sta leggendo un trattato scientifico su terre e minerali, nella stessa stanza in cui si trovano il capitano e Carlotta, che richiede una spiegazione circa il significato della parola “affinità” nel testo. Edoardo precisa che tutti i corpi naturali hanno una unità di base che si relaziona con i suoi simili e non entra mai in interazione con i suoi dissimili, ed esemplifica le sue parole ricordando che l’acqua si mesce con il vino, ma rimane sempre, nella sua essenza, separata dall’olio; la pioggia forma dei piccoli ruscelli e il mercurio può scomporsi e ricomporsi in piccole sfere.

In tutte le relazioni di composizione, esistono poi dei membri intermedi che fungono da collegamento; tuttavia, data per natura in tutti i corpi la tendenza ad allontanarsi o ad unirsi, affini si definiscono quegli elementi che si mescolano spontaneamente, formando un nuovo composto.

Carlotta, di cui sin dall’inizio del romanzo spicca la razionalità, non solo logica ma anche in ambito figurativo e musicale, associa questo aspetto scientifico al grado di socievolezza tra gli uomini, precisando come le affinità tra gli uomini non possano essere costitutive, cioè di sangue, ma di spirito, perché la realtà insegna che tra loro si uniscono persone dalle inclinazioni completamente diverse. Secondo il capitano, invece, a ben più profonde osservazioni esistenziali si presta il fenomeno della separazione degli elementi: infatti, se un composto viene meno per la compresenza di un terzo elemento, come il calcare che si divide in calce e gas se combinato con l’acido solforico diluito, si dovrebbe parlare di affinità soprattutto perché si sceglie un tipo di relazione al posto di un’altra (la calce a contatto con l’acido diventa gesso, perché la sua natura l’attrae maggiormente verso questo elemento). Secondo questa prospettiva, la vita sarebbe, quindi, contrassegnata da un destino di cui si può essere più consapevoli a diversi livelli. Secondo Carlotta, invece, dipende da un’occasione della vita se due individui affini si scompongono, perché la fatalità è alla base di tutte le relazioni umane.

Il problema del rapporto tra la forza del destino e la libertà della coscienza individuale – molto sentito anche da uno dei più cari amici di Goethe, Friedrich Schiller – richiama le riflessioni di altri grandi pensatori. In primo luogo, si può ricordare l’importanza del concetto di grazia e di predestinazione proprio del protestantesimo, confessione che in quegli anni Goethe ammetteva di professare: nel Viaggio in Italia, riporta una parte della conversazione avuta con un ufficiale papalino diretto a Perugia (25 ottobre 1786), lo spunto della quale era stato l’evidente atteggiamento luterano dello scrittore: «Egli s’era accorto ch’io ero protestante; dopo un certo giro di parole, mi chiese che gli permettessi alcune domande, avendo inteso intorno a noi, protestanti, tante cose strane, circa le quali desiderava apprendere una buona volta qualche cosa di positivo».

Nell’opera sul Servo arbitrio (1525) – stesa, come si sa, in risposta al De libero arbitrio di Erasmo –, Martin Lutero, anche se mirava soprattutto a difendere e incoraggiare l’atteggiamento di abbandono totale dell’uomo a Dio, aveva insistito sul fatto che ogni merito, ogni iniziativa non fossero mai da imputare al singolo uomo, perché nulla accade che Dio non voglia: «Se non vogliamo eliminare del tutto il termine “libero arbitrio”, che sarebbe il provvedimento più sicuro e religioso, insegniamo almeno coscienziosamente ad usarlo nel senso che un libero arbitrio ci è dato non rispetto a quanto ci è superiore, ma rispetto a quanto ci è inferiore, e cioè affinché l’uomo sappia di avere il diritto di usare, fare, tralasciare, a seconda della libera volontà, nel campo delle sue facoltà e dei suoi possessi, anche se pure questo diritto sia in realtà governato dal libero arbitrio del solo Dio, nella direzione che a Lui piaccia». Ricordiamo, a questo proposito, che Goethe, in quegli anni, tendeva a interpretare i segni del suo destino.

In secondo luogo, la riflessione sul rapporto fra storia e destino gli era suggerita dal pensiero di Spinoza – definito da Goethe, fra l’altro, theissimus e christianissus (lettera del 9 giugno 1785) –, un autore che, sempre in quegli anni, ossia prima del viaggio in Italia, era da lui preso come unica fonte da cui attingere l’espressività della lingua latina nei momenti, per così dire, di venerazione sacrale verso il mondo romano, quella venerazione che gli rendeva impossibile leggere i testi classici senza provare una sorta di sofferenza per l’enorme rispetto che nutriva verso di loro: «Lo Herder si prendeva spesso gioco di me, che apprendevo tutto il mio latino da Spinoza, perché aveva notato che questo era l’unico testo latino ch’io leggessi» (Viaggio in Italia, 12 ottobre 1786). La riflessione spinoziana ruota, infatti, attorno all’illusione del libero arbitrio in quanto il determinismo naturale è alla base dell’agire: «Gli uomini si credono liberi, perché sono consci dei loro voleri e desideri, ma ignorano le cause per cui sono condotti a desiderare e a bramare» (Epistolario, LVIII).

La vera libertà dell’uomo, allora, risiede nel vivere consapevolmente la propria natura, rispettando il proprio essere sotto la guida della ragione (Spinosa, Etica, IV, prop. 24). Una riflessione sullo stesso tema, quello sulla natura peculiare di ciascuno, era stata affrontata anche dal filosofo stoico Panezio (II a.C.), e poi ripresa da Cicerone nel De officiis (libro I, cap. XXX e XXXI) con la teoria delle personae (maschere). Due sono le maschere primarie che l’uomo possiede. La prima, denominata comune, è costituita della ragione che, appunto, accomuna tutti gli uomini distinguendoli dalle bestie. È bene notare che questa riflessione, assieme ad altre, è alla base anche del principio di uguaglianza e di cosmopolitismo tanto diffuso ai tempi di Goethe.

La seconda maschera è specifica per ciascun individuo ed è l’insieme delle attitudini e tendenze virtuose della sua anima. Per raggiungere lo sviluppo ideale basato sull’armonia, bisogna seguire la natura umana particolare, «affinché anche se altre inclinazioni sono più degne di rispetto e migliori, valutiamo le nostre inclinazioni in relazione alla nostra natura». A queste due maschere se ne aggiungono poi altre due: una viene imposta dalle circostanze, l’altra è quella che noi stessi ci adattiamo a nostro criterio, a seconda della parte che vogliamo rappresentare.

In Germania, il De officiis ciceroniano fu uno dei testi latini più frequentemente tradotti a partire dal Cinquecento, come le librerie antiquarie testimoniano, senza dimenticare lo stesso Lutero che, a causa della sua credenza nella provvidenza divina e del collegamento fra teoria e prassi, esclama: «chi vuole imparare la retta filosofia legga Cicerone» e «se non avessi Cristo… vorrei leggere dei libri di filosofia o Cicerone del De officiis», da lui definito poco più avanti un «libro prezioso» (Weimarer Ausgabe, XL/3, 1912-13, p. 1930).

Quanto alla conoscenza dei classici da parte di Goethe, si tenga come esempio la raccomandazione del caro amico Herder di leggere Pindaro quanto prima possibile e la fluidità con cui era capace di leggere il latino: da giovane lesse Terenzio «in maniera molto disimpegnata» (Dichtung und Wahrheit, Weimarer Ausgabe 1, 27, 39s.); seguì poi con grande entusiasmo la traduzione lucreziana di K. L. von Knebel del1821 (Weimarer Ausgabe, 1, 411, p. 361); imitò Catullo in alcune poesie (Wem geb’ich dies Büchlein?); giudicò Cornelio Nepote «così inanimato per i giovani» (Weimarer Ausgabe, 1, 26, 48); ammirò tanto Properzio che Schiller lo definì il «Properzio tedesco» (Schiller, Die Horen, IV, 12, Tübingen 1795).

Aveva altresì difeso l’universo delle Metamorfosi ovidiane sulla base della considerazione che «ciò che è prodotto da un individuo eminente è positivamente anche natura» (Weimarer Ausgabe, 1, 27, p. 39 sgg.). Non a caso il Sabba Classico (Faust, II Parte, atto II) inizia sui campi di Farsalo con l’apparizione della strega Erichto, nota a noi da Lucano.

Aveva mostrato apprezzamento anche per la genesi occasionale delle Silvae di Stazio (cfr. F. Hand, Statii Hercules Epitrapezios, Jena 18492, p. 7); così come il 2 settembre 1784, nel libro dei visitatori, sul monte Brocken, non mancò di scrivere una citazione da Manilio (2, 115 e sgg.), o di citare Marziale negli Sprüche in Prosa. Aveva trovato molto interessanti le Naturales quaestiones di Seneca (cfr. Materialen zur Geschichte der Farbenlehre), e colto la concretezza espressiva di Orazio, in merito alla quale parlava di «spaventosa realtà» (cfr. E. Beutler, XXII Gespräche I, Zürich 19642, p. 423).

Con la stessa finezza aveva percepito la tematica della morte in Petronio (cfr. Grumach I, pp. 392 e sgg.), annotato nelle Ephemerides (1770-71) alcuni estratti dall’Institutio di Quintiliano (cfr. O. Seel 1977, pp. 288-313); ed era rimasto tanto incuriosito da Ausonio da chiedere una traduzione del decimo epigramma al già ricordato Knebel (cfr. E. Grumach, Goethe und die Antike. Eine Sammlung, Berlin 1949, pp. 398-400). Cita Agostino nelle Geschichte der Farbenlehre, considerandolo «un osservatore puramente sensibile», e leggerà la traduzione tibulliana del poeta e medico tedesco Johann Ferdinand Koreff (1810).

A molti autori latini si avvicinava anche attraverso le traduzioni (si è visto), ma non solo tedesche: «il Palladio, con le sue parole e le sue opere […] mi ha già fatto sentir da vicino Vitruvio, e ne è stato per me l’interprete, assai meglio che non possa la traduzione italiana. Vitruvio non è una lettura molto facile: il testo è già di per sé oscuro e richiede uno studio critico. […] Lo leggo come si leggerebbe un breviario; più per religione che per istruzione… perfino la traduzione che il Wieland ha fatto delle Satire d’Orazio mi aveva portato al colmo dell’infelicità: ne avevo letto appena due che già mi sentivo fuori di me!» (Viaggio in Italia, cit.).

Ora, in riferimento al principio etico di Spinoza, è indubbio che nel romanzo vi sia un personaggio che lo traduce in atto: Carlotta. Oltre a quanto si dirà tra poco (il fatto che, secondo lei, se non si ostacola il destino tutto si aggiusta), osserviamo le sue reazioni di fronte alla passione suscitata in lei dal capitano.

Innanzitutto, la sua simpatia per il capitano, scrive Goethe, è più insidiosa di quella di Edoardo per Ottilia, perché provata da persone consapevoli e sicure di sé. Proprio tale sentimento fa osservare addirittura con simpatia, con lo stesso sguardo con cui ci si rivolge a un bambino, le attenzioni reciproche tra il marito e la sua nuova protetta. Quindi Carlotta, proprio perché vede se stessa, riesce a vedere gli altri. Quando il conte le preannuncia di poter offrire presso un conoscente un lavoro molto vantaggioso per il capitano, pur mantenendo fermo il suo contegno, appena può, dopo il pranzo e la camminata, si rifugia piangente nel padiglione. Carlotta, sul modello di comportamento proposto da Spinoza, trattiene la sua passione (scrive Goethe) perché capisce e si rende conto – razionalmente – che il capitano, per le sue doti, non può che avere davanti a sé un brillante futuro, e si rasserena anche solo intuendo per lui la possibilità di un ottimo matrimonio.

In quest’ottica, quindi, il destino e la storia di una persona si possono scontrare o non incontrare mai. Sia nel caso in cui l’occasione di un incontro sia offerta dal destino, sia nel caso in cui la natura di ciascuno sia fatalmente attratta verso un certo qualcuno, si tratta di una visione del mondo nei confronti della quale Goethe si mostrò sempre molto sensibile e che vede sostanzialmente o contrapposti o affiliati il caso e il destino. Egli pensava addirittura di riuscire a scorgere nel mondo sensibile dei “segnali” che anticipassero la situazione in cui si sarebbe trovato coinvolto. Questi indizi potevano essere tanto fenomeni naturali quanto comportamenti dell’uomo: scrive Citati che «per il poeta anche le rinunce rappresentavano un filo del destino, niente andava sprecato».

Così, nel Viaggio in Italia, frequenti sono le annotazioni di questo tipo: «Era dunque scritto nel libro del destino, alla pagina mia, che l’anno 1786, la sera del 28 settembre, alle cinque secondo il nostro orologio, avrei visto per la prima volta Venezia, entrando dalla Brenta nelle Lagune». Tuttavia, nei Wilhelm Meisters Lehrjahre si leggono pagine dissonanti da questa perché vi è messa in risalto la capacità della ragione di adeguarsi ad ogni situazione del destino. I messaggeri della torre consigliano di moderarsi nei sogni e nelle aspettative, perché solo in questo modo si potranno reggere con maggior sicurezza le redini del caso, il cui corso è spesso contraddittorio con il volere del destino.

La problematica viene indagata da Goethe in profondità attraverso le vicende e le riflessioni dei suoi personaggi, in modo assai più articolato di quanto qui si possa accennare. Nondimeno, anche alla luce di queste poche osservazioni, si vedrà in un’ottica diversa l’interpretazione dell’episodio del calice, inaugurale nelle Affinità elettive. In effetti, il giorno del compleanno di Ottilia era stato scelto per l’inaugurazione dei lavori che avrebbero portato alla costruzione di un padiglione. Dopo un discorso d’occasione (peraltro in versi!), il muratore lancia in aria perché s’infranga in segno di gioia traboccante il calice molato con il quale aveva levato il brindisi. Tuttavia questo non ricade a terra, ma è afferrato da uno spettatore che aveva trovato posto sull’impalcatura di sostegno ai muri già innalzati del padiglione. Il bicchiere portava sì incise le iniziali E e O – rispettivamente di Edoardo e Ottone –, in quanto apparteneva a un servizio della gioventù del barone (era un regalo del padre, Ottone), ma viene qui riutilizzato simbolicamente da Edoardo, onde in esso si manifestino, dopo il sorgere irrefrenabile della sua passione, soltanto le iniziali del suo nome e di quello di Ottilia, come segno del destino. L’oggetto era stato ricomprato a caro prezzo da Edoardo per essere utilizzato quotidianamente, giacché la sua integrità non poteva che rappresentare l’indissolubilità di un legame voluto dal destino. Il tutto è argomento di una breve discussione fra Edoardo e Mittler, che si è pensato di riproporre qui perché esemplifica un tema molto caro all’autore, e sul quale appunto egli non formulò mai un’ipotesi univoca:

 

«Povero me!» esclamò Mittler. «Che pazienza debbo avere con gli amici! Adesso anche la superstizione, che detesto come la cosa per gli uomini più nociva. Ci trastulliamo coi presagi, con i sogni, e con essi diamo importanza ai fatti della vita di tutti i giorni. Ma quando è la vita medesima a diventare importante, quando attorno a noi tutto si muove e ribolle, allora la tempesta, a motivo di tali fantasmi, non fa che apparire più tremenda».

«Consentite che, nell’incertezza della vita», disse Edoardo «tra la speranza e la disperazione, resti al cuore che naufraga una sorta di stella polare, verso cui levare lo sguardo, anche se non serva alla rotta ».

«Lo consentirei senz’altro, se vi fosse da aspettarsene un po’ coerenza. Ma ho sempre notato che ai segni ammonitori nessuno bada, solo a quelli che lusingano e illudono è rivolta l’attenzione, solo a quelli si dà fede».

Giacché ormai Mittler si vedeva attirato in certe regioni tenebrose nelle quali, quanto più indugiava, tanto più si trovava a disagio, accolse quasi di buon grado l’urgente preghiera di recarsi da Carlotta.

 

Dunque, si è detto che Carlotta vede nell’attrazione la volontà di un destino superiore, mentre il punto di vista del capitano è incentrato sulla scelta che il tipo di affinità intrinseca in ogni corpo impone. Comunque sia, nel romanzo il culmine di questo processo, che abbiamo definito con una metafora alchemica di vita e/o morte, richiamando il concetto alchemico del morire per vivere, trova il suo tragico coronamento nella morte del piccolo Ottone, figlio di Edoardo e Carlotta. In particolare, tra gli ultimi pensieri formulati dalla donna, vi è quello secondo cui tutte le difficoltà sostanziali si sarebbero risolte se lei non avesse ostacolato il destino: Ottilia avrebbe ridato a Edoardo quel figlio che gli aveva involontariamente sottratto. Come si vede, la logica affatto razionalistica e fatalistica della donna non muta sensibilmente dall’inizio alla fine del romanzo, pertanto, in questa sua maturità e fermezza di pensiero, molti studiosi hanno ravvisato non pochi elementi riconducibili agli orizzonti illuministici di Goethe.

Ed anche nel discorso tenuto dal muratore, al momento di posare la prima pietra del padiglione (cap. IX), viene ricordato il principio delle affinità, intese in questo modo: si sostiene infatti che, come gli individui già reciprocamente inclini per natura si associano ancor meglio se la legge li unisce, così anche le pietre che abbiano sagome combacianti si saldano meglio grazie a queste forze coesive.

Tale interpretazione sulle relazioni e sugli eventi nella vita degli uomini è altresì fondata sul presupposto secondo cui una scienza accurata può spiegare persino l’inverosimile: la fatalità, in questo romanzo, è sinonimo (o quasi) di inevitabilità. Esisterebbero delle leggi che valgono anche per i comportamenti dell’uomo e Goethe volle qui dimostrarlo: basti pensare alla presentazione delle Affinità elettive sul Morgenblatt für gebildete Stände.

Il suo interesse per la scienza aveva cominciato a prendere forma letteraria a partire dal 1776, quando il poeta si trasferì nei pressi di Weimar, sulla collina del Rosenberg, nella tenuta regalatagli da Carlo Augusto. Il vasto appezzamento fu gradualmente trasformato in un giardino disposto a terrazze, ove le sue lunghe passeggiate non erano solo di tipo meditativo, ma anche di studio: in particolare Goethe si entusiasmava ad osservare le metamorfosi di piante e insetti, avvalendosi delle informazioni ricavate dai libri di illustri studiosi, soprattutto Linneo e Gessner. Nello stesso tempo, era fortemente attratto dai colori della natura, tanto da impegnarsi a riprodurre quelli dell’arcobaleno nell’apposita camera oscura che si era fatto costruire. In questo contesto nacquero opere quali Versuch die Metamorphoese der Pflanzen zu erklären (1790), Beiträge zur Optik (1791-1792), Beobachtung über die Entwicklung des Schmetterlings Phalaena grossularia (1796), Farbenlehre (1810).

Ora, si è notato come la conseguenza del credere che la natura di ciascuno immancabilmente porti a scelte di un solo tipo, significhi indirettamente deresponsabilizzarne la coscienza, perché l’individuo, posta questa condizione, sarebbe incapace di sottrarsi all’imperio del suo specifico carattere. Tuttavia, tale razionalizzazione della natura umana reca con sé un interrogativo, perché implica che le capacità razionali abbiano un limite. Viene, infatti, spontaneo chiedersi: l’uomo, proprio perché razionale, non dovrebbe, invece, riuscire a controllare i propri impulsi?

Il personaggio che meglio sembra rappresentare questo dilemma è Ottilia, pronta a soffocare la sua pulsione per il bene del bambino, prova inconfutabile della relazione esistente tra Edoardo e Carlotta.

Come non soffermarsi, a questo punto, sulla tragicità della morte di Ottilia? Indiscutibilmente il senso di responsabilità, già dimostrato dall’eroina nel voler rinunciare all’amato, per garantire al piccolo l’affetto di una famiglia, è acuito dal rimorso per la sua morte. Al riguardo, Goethe fornisce un’altra interpretazione in una lettera che egli stesso scrisse al cattolico J. S. Zauper (7 novembre 1821), ove connette Le affinità elettive alle parole di Cristo sull’adulterio, in Matteo 5, 27-32: «Avete udito che fu detto: “non commettere adulterio”; ma io vi dico che chiunque avrà guardato una donna, desiderandola, ha già commesso adulterio con lei, nel suo cuore. Ora, se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nell’Inferno. E se la tua mano destra ti è occasione di caduta, tagliala e gettala via da te; poiché è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada nell’inferno. Si disse pure: “Se uno ripudia la propria moglie, le dia il libello del ripudio”; ma io vi dico che chiunque ripudia la sua donna, eccetto in caso di concubinato, l’espone all’adulterio; e chi sposa la ripudiata, commette pure adulterio».

È noto quanto numerosi siano i riferimenti ai Vangeli in tutta la produzione di Goethe: egli, infatti, ricorreva spesso alla Bibbia per spiegare e spiegarsi il mondo e gli eventi della storia, perché in essa vedeva delle rivelazioni. Le implicazioni dei versetti di Matteo sono di natura diversa: una di carattere storico, una di tipo esegetico. San Gerolamo vide nei versetti 29-30 un suggerimento ad allontanare le persone e le cose più care, se trainanti verso la colpa. Ottilia, allora, non si appellerebbe soltanto ad un imperativo categorico della propria coscienza, ma anche ad uno di tipo etico. Per realizzarsi fino in fondo, pensava che il suo amore si sarebbe dovuto purificare da ogni forma di egoismo; pur sentendo di non poter appartenere a nessun altro, portando a spasso il piccolo Ottone, sentiva che Edoardo sarebbe stato contento di far da padre a quella creaturina. Successivamente alla morte del piccolo, decide perciò di sopportare il peso del proprio rimorso attraverso la rinuncia.

In secondo luogo, è bene ricordare che l’esegesi del testo di Matteo 5, 31-32 assieme a 19, 1-12 è ancora discussa. Si noti che ortodossi e protestanti ammettono la possibilità di divorziare proprio in base alla clausola parektos logou porneias contenuta solo nel vangelo di Matteo – si veda, ad esempio, Marco 10, 2-12, ove il divorzio è tassativamente vietato, o gli stessi versetti di Matteo 19, 3-7, ove Gesù antepone la volontà di Dio all’indissolubilità del matrimonio. Ora, mentre un’esegesi di tipo cattolico contestualizza questi versetti riconducendoli alla liceità di divorziare probabilmente concessa nelle comunità ebraiche alle quali il Vangelo di Matteo si rivolgeva – infatti, poiché in Dt. 24, 1 il divorzio è ammesso in linea di principio, le comunità rabbiniche avevano espresso pareri discordanti, alcune non ammettendolo, altre concedendolo in determinati casi –, i protestanti, affidandosi al solo significato letterale di questi versetti, ammettono il divorzio per il coniuge innocente se l’altra parte si è resa colpevole di adulterio. Essi considerano il matrimonio come un impegno di fedeltà tra uomo e donna ma, poiché il peccato e l’egoismo possono logorarne il legame, ne accettano lo scioglimento come male minore.

In tutto il romanzo, il matrimonio viene rappresentato semplicemente come un istituto sociale, una mera pratica, non come un impegno assunto nei confronti di una persona di fronte alla società, perché anche laddove esso sembra infondere la forza necessaria per rinunciare ad una passione, in realtà è il suo aspetto religioso a predominare: la forza per far perdurare un legame è infusa più dal ricordo di aver fatto un giuramento che dall’aver preso davanti alla società un preciso impegno nei confronti di una persona. Ricordiamo che il rito protestante considera il matrimonio non come un legame sacro, ma come una scelta spirituale, frutto del volere di Dio, e sancito da uno scambio di promesse. Come è noto, infatti, secondo Martin Lutero non si trattava di un sacramento, perché non era stato istituito da Cristo (cfr. La cattività babilonese della Chiesa).

Nei paesi di cultura cattolica, invece, il divorzio fu legittimato solo dopo la rivoluzione francese. Tuttavia, diversamente dalla Germania, in Francia saranno le leggi del secolo successivo (1904 e 1908) a renderlo di libera applicazione: infatti, la nuova legislazione permise, tra l’altro, che un divorziato potesse sposare la compagna adultera e una divorziata il compagno adultero. Queste leggi erano il risultato di una nuova concezione della vita di coppia, che non poteva che essere basata sull’amore: «affermare contro l’indissolubilità del matrimonio i diritti dei coniugi all’amore, o semplicemente alla felicità e al buon accordo, orienta il matrimonio verso il libero contratto che, un po’ alla volta, è diventato», scrive M. Pierrot.

Ma tornando al testo in discorso, sembra utile a questo punto soffermarsi sul personaggio del barone. Edoardo aveva sempre ottenuto dalla vita tutto quello che voleva: viziato dai genitori, viziato dalla prima moglie, viziato dal benessere ereditato alla morte di costei. È singolare che il primo divieto in assoluto della sua vita – nel caso specifico, di far dimenticare al capitano l’invito a soggiornare per un po’ di tempo al castello – gli sia stato imposto, sia pur solo inizialmente, proprio da Carlotta, l’unica donna che avesse mai amato e che alla fine era riuscito ad ottenere, come Goethe espressamente sottolinea.

Solleticato dalla logica razionale di Carlotta, che gli ricorda la prospettiva di una vita passata insieme in esclusiva, senza interruzioni, dapprima si compiace del suggerimento della donna di prendere tempo, ma insieme ripensa all’amico d’infanzia e sente il desiderio di prendere un’altra strada. Goethe chiama questo sentimento che nasce da un contrasto “inquietudine”: non voleva opporsi al desiderio della moglie, ma non poteva neppure seguire il suo. Inquieto com’era, doveva vergare una lettera calma.

Sin dall’inizio della vicenda, due sono le condizioni di partenza: è l’animo di Edoardo che a Goethe piace scomporre e la situazione matrimoniale è tale per cui entrambi gli sposi hanno contratto un secondo matrimonio, essendo entrambi vedovi. Per i dettagli con cui viene tratteggiato lo spirito di Edoardo si rileggano alcune righe del capitolo II: «seppure, sensibile com’era, scattasse facilmente, seppure le sue vivaci pretese potessero diventare indiscrete e la sua ostinazione irritare, i suoi modi erano sempre addolciti dal pieno rispetto dell’interlocutore, così che bisognava comunque considerarlo cortese, anche quando lo si trovava molesto».

L’amore, ossia amare e sapere di essere amato, è invece in grado di trascinare Edoardo verso l’infinito, perché il suo desiderio non conosce limiti. Qualsiasi analogia egli possa trovare tra passato e presente, essa è garanzia del futuro che desidera: così, da bambino, aveva piantato dei platani lo stesso giorno e lo stesso anno della nascita di Ottilia. Vorrebbe che il tempo manifestasse i suoi progetti. Di fronte alla prospettiva di un terzo matrimonio, qualsiasi regola sociale passa in secondo piano, anzi pare non esistere, tanto più alla luce degli avvenimenti dell’epoca: infatti, il costume di allora, scrive Goethe, non vietava di cambiare scelte. Quindi il parafrasare i versetti di Matteo, che collegano adulterio, divorzio e ripudio, sembra voler adombrare la possibilità che queste condizioni sociali non presagiscano nulla di buono, e forse il finale tragico del romanzo.

Quanto a Carlotta, si ricordi del momento in cui essa ammette con se stessa il suo amore per il capitano, peraltro da lui confessato, e realizza l’intensità della passione di Edoardo per la giovane Ottilia. Ovviamente è combattuta, ma il giuramento prestato in chiesa al momento del matrimonio le procura la serenità necessaria per rinunciare al capitano. Inoltre, reputa che alla sua età non sia conveniente essere gettati alla cieca dove non si deve e dove non si vuole, e ciò in netta contrapposizione al fatalismo (forzato) di Edoardo. Con ancor maggiore energia scriverà a Edoardo che la volontà del cielo di tutelare il loro legame ha fatto loro dono di un bambino.

A questo punto ci sembra opportuno tratteggiare la figura di Ottilia, un personaggio eroico, sensibile e coraggioso, che va incontro a un immancabile tragico destino. La sua caratteristica più evidente è una squisita bellezza: appena giunta al castello, tanto il capitano che Edoardo diventano puntuali ai pranzi e alle cene e rimangono a lungo a tavola, cercando di parlare di ciò che può interessare alla ragazza, perché profondamente affascinati dal suo aspetto. Questa reazione può evocare il celeberrimo canto V dell’Inferno, ove Francesca racconta che per la bellezza di Paolo essa non poté fare a meno di innamorarsene: Amor, ch’a nullo amato amar perdona/ mi prese del costui piacer sì forte,/ che, come vedi, ancor non m’abbandona.

In particolare, a Edoardo ogni particolare del suo corpo appare subito bellissimo, a cominciare dalle mani, e la ragazza è così piena di premure che egli non riesce a farne a meno. Quella bellezza richiama peraltro anche l’idea della purezza: la stessa Carlotta, che osserva le premure di Edoardo con lo stesso sguardo che rivolgerebbe a un bambino, e si è accorta dell’accesa devozione che egli prova, è infastidita dalla notizia dell’arrivo del conte e della baronessa – una coppia adulterina –, perché lo reputa un incontro non adatto all’eleganza assoluta di Ottilia.

L’innamoramento di Edoardo per Ottilia fa sì che l’atteggiamento dell’uomo non collimi con le sue reazioni nei confronti della moglie in situazioni analoghe: non a caso, Goethe esplicitamente sottolinea che mentre Edoardo legge, ha la premura di intercalare delle brevi pause, perché, accortosi che la ragazza segue il testo con gli occhi, vuole accertarsi che sia giunta a fine pagina prima di girare alla successiva.

Quale rimbrotto, invece, è toccato a Carlotta per lo stesso comportamento! Da parte sua, Ottilia pare capace di vere e proprie simbiosi: se Carlotta si era adattata ai ritmi di Edoardo, ella riesce viceversa a farne propri nel bene e nel male i particolari di esecuzione, riuscendo a imitarne completamente anche la grafia. In secondo luogo, è un’ottima padrona di casa: s’intende persino a cenni con il maggiordomo. È dotata di una sensibilità particolare tanto da mettere la catenina d’oro, unico ricordo del padre, in uno dei ricettacoli della pietra inaugurale del padiglione; e prova una certa insofferenza quando un ospite si dondola su una sedia, perché sa bene quanto Carlotta sia attenta alle convenienze. Ha un profondo senso del dovere: per esempio, all’arrivo del conte e della baronessa si sente infastidita non dalla presenza di due estranei, ma dal fatto che si sarebbero aggiunti degli impegni a quelli nei quali era già coinvolta e, in particolare, la trascrizione di un documento.

Dopo la partenza di Edoardo, Ottilia diventa astuta, sottile, sospettosa, ma senza rendersene conto, a causa del forte desiderio di riabbracciarlo: «il desiderio si tramuta in inquietudine, in impazienza, e l’anima di una donna, assuefatto dall’attesa, vorrebbe uscire dall’ambiente solito, agire, prendere iniziative, fare qualche passo verso la propria felicità». È una creatura profondamente riservata, al punto che, nel momento in cui Edoardo comunica che partirà per la guerra, per conoscerla meglio il lettore si deve affidare al suo diario, tanto la ragazza si chiude nel suo dolore.

Già in esso ricorrono varie riflessioni sulla morte e non è un caso che anche la seconda parte del romanzo cominci con questo tema. Vorrebbe che Edoardo tornasse a casa e insieme con Carlotta, perché le sembra triste e insopportabile la sua situazione, lontano dal castello e dai suoi bei possedimenti. Tutte queste virtù vengono definite da Goethe rare, nobili e belle, «accolte sempre con un piacere soddisfatto, per la loro pacifica azione, dal mondo che ne ha bisogno, rimpiante con nostalgico cordoglio».

Gli anni di composizione delle Wahlverwandschaften sono di poco successivi a quelli del Faust, opera all’interno della quale trova ampio spazio l’idea per cui il passato sia equivalente al nulla: «“È passato”! che cosa vuol dire? È come se non fosse mai stato, eppure si agita in cerchio come se esistesse…». Alla luce di questa riflessione, ricordiamo che Goethe manifestò sempre una grande passione per qualsiasi oggetto o documento, testimonianze della personalità propria e altrui. Non è quindi un caso che la risistemazione del cimitero nel feudo di Edoardo occupi diverse sezioni del romanzo, così come i corpi imbalsamati di Edoardo e Ottilia costituiscano la scena finale. D’altra parte è profondo anche l’interesse che l’autore manifesta verso il giardino, le sue architetture e decorazioni.

Già si è detto del vasto feudo che Goethe ricevette in regalo dal duca Carlo Augusto nel 1776, sulla collina di Rosemberg, ove poté osservare da vicino gli innumerevoli fenomeni naturali, e in particolare le metamorfosi degli insetti; è pure noto come il poeta si dilettasse nel disegnare le piante di diversi parchi e, durante le sue escursioni, anche in Italia, non trascurasse di osservare alcuna pianta né di scrivere al riguardo le proprie considerazioni. Così, a proposito di Villa Giusti a Verona, soffermandosi sulla collocazione e mettendo a confronto i dettagli di alcune piante, scrisse: «il giardino Giusti gode di una posizione incantevole e al suo interno si trovano dei cipressi enormi. Forse i tassi potati a punta, tipici dei paesi del nord, sono un tentativo di emulare questi splendidi prodotti della natura. Un albero, che può vivere trecento anni e i cui rami da sotto fino a sopra, i più vecchi come i più giovani, puntano tutti verso il cielo, è sicuramente degno di ammirazione».

Goethe era ben consapevole dell’acutezza del suo spirito critico: «Ho anche studiato diligentemente i prodotti del Vesuvio; è ben altra cosa vederli qui raccolti tutti insieme. Io dovrei veramente dedicare all’osservazione il resto della mia vita; credo che farei qualche scoperta, che allargherebbe l’orizzonte delle conoscenze umane» (Napoli, 13 marzo 1786, Viaggio in Italia, cit.).

Nel 1787 visitò la reggia di Caserta: «Il nuovo castello, un enorme palazzo, di pianta quadrata, con più cortili è veramente imponente, ma non sembra esser quasi abitato e a noi quelle grandi stanze vuote appaiono poco accoglienti». In questo caso, emergono le suggestioni che il riempimento o meno degli spazi può provocare, e viene spontaneo chiedersi quando si cominciò ad associare un’emozione ad un parco.

La valle donata a Goethe, nota con il nome di parco sull’Ilm, una sorta di prato lambito dal fiume e racchiuso tra pendii boscosi, si trova nei pressi dell’antica cittadina di Weimar. I lavori di risistemazione terminarono nel 1778 e si basarono su progetti ai quali collaborò Goethe stesso, ispirandosi al parco naturale di Wörlitz, visitato assieme al duca alcuni anni prima. Si tratta in entrambi i casi di un giardino naturale che ha come modello la natura selvaggia ed è arricchito da rocce, cascate e scogliere.

Il giardino naturale si era diffuso dapprima in Inghilterra, giungendo in seguito sul continente, quando Luigi XV iniziò ad allestire l’area del Trianon. Successivamente, la pubblicazione, nel 1761, del romanzo epistolare La Nouvelle Héloise, ou Lettres de deux amans, habitans d’une petite ville au pied des Alpes di Jean-Jacques Rousseau contribuì non poco alla diffusione del giardino naturale, nella misura in cui identificava il luogo ove l’uomo poteva ritrovare la propria natura originaria. Un legame interiore e profondo con la natura permetteva di sentire, di capire il proprio io; perciò il giardino non doveva essere costruito su linee simmetriche e artificiose, ma rispecchiare il “non ordine” spontaneo della natura: si doveva pertanto favorire la crescita naturale di piante, arbusti e alberi.

In Germania, l’idea di un giardino orchestrato sulla base delle teorie filosofiche di Rousseau si diffuse rapidamente e l’esempio per eccellenza ne divenne proprio il giardino naturale di Wörlitz, che fu considerato, durante l’Illuminismo, una delle meraviglie d’Europa. Completato nel 1790, era stato voluto dal principe Leopold Friedrich Franz von Anhalt-Dessau, che ne aveva affidato l’esecuzione al celebre architetto Johann Friedrich Eyersebeck. Goethe lo visitò più volte, anche perché a Dessau, a partire dal 1781, erano nati prestigiosi centri culturali, come la Allgemeine Buchhandlung der Gelehrten und Künstler (Libreria generale per studiosi e artisti), la Chalkographische Gesellschfat (Società Calcografica), il Philantropium, e la biblioteca specializzata, costruita proprio nel parco di Wörlitz, in architettura di giardini. Nello stesso 1790, Cay Lorenz Hirschfeld, professore di filosofia ed estetica a Kiel, pubblicava la Theorie der Gartenkunst.

In questo testo, egli spiegava la necessità di distinguere il giardino in base alle ore del giorno e alle stagioni, differenziando i singoli impianti in funzione delle sensazioni che avrebbero suscitato nel visitatore. Distingueva quindi tra giardino malinconico, allegro, sentimentale o solenne: i vari stati d’animo venivano, infatti, evocati dalla disposizione degli alberi. Il giardino tipicamente tedesco, dunque, riprendeva nella struttura dell’impianto sia il giardino all’inglese sia quello barocco francese, ed era un luogo che, per sua natura, offriva possibilità di «movimento, piacere all’aria aperta, riposo dal lavoro e conversazioni amichevoli».

Tutti questi elementi relativi al paesaggio e alla sua contemplazione sono ben ravvisabili nelle Affinità elettive, ove la gestione del parco del castello è una prerogativa di Carlotta: lo spirito critico della donna emerge anche dal fatto che il giardino da lei voluto mantiene la forma originaria del terreno perché solo in questo modo ne possono emergere i particolari. Per parte sua, non attribuisce alcun senso al desiderio dell’uomo di voler fare sempre le cose in grande, senza badare a spese.

Tale considerazione verso la fine del romanzo viene avvalorata dallo stesso Goethe, che sottolinea come gli artefici della bellezza di un paesaggio siano esclusivamente la natura e il tempo, escludendo le competenze, quindi, di qualsiasi architetto. In particolare nella II parte, all’inizio del capitolo IX, il lettore s’imbatte in un periodo sentenzioso riguardante la pianta e il giardiniere:

 

un giardiniere non deve distrarsi con passioni e con gusti diversi, allo stesso modo che non deve interrompersi il pacifico ciclo della pianta verso la sua definitiva e transitoria maturità. La pianta è come una persona ostinata, dalla quale tutto s’ottiene purché la si prenda per il suo verso. Nessuno più del giardiniere abbisogna forse di un occhio sicuro, di un ragionare pacato, affinché si realizzi, ad ogni stagione, ad ogni ora, il meglio.

 

Nel romanzo, l’autore si sofferma spesso sul paesaggio, perché esso avvolge i personaggi come l’ambiente nel quale si sviluppa una reazione chimica: si tratta di uno spazio meraviglioso fatto di boschi, stagni, ruscelli, dirupi, panoramiche… , aspetti caratteristici anche della valle in cui si trova la seconda dimora di Edoardo, quella piccola proprietà in mezzo a una valle il cui parco è funzionale a migliorarne le ridotte dimensioni. Amando tutti i protagonisti lo spazio naturale che li circonda, sembra naturale che, nel momento in cui Edoardo sta vivendo la sua infatuazione per Ottilia, sia l’idea della ragazza riguardo alla possibile costruzione di un padiglione a fargli provare tanta gioia e un pizzico di orgoglio – orgoglio per la soddisfazione di provare un sentimento per qualcuno che anche di fronte ad altri si mostra degno di rispetto. Riferendosi ancora ai sentimenti, nel suo diario Ottilia scrive che chi cammina sotto le palme cambia idea. È sempre, poi, una vista straordinaria e uno splendido paesaggio a commuovere l’animo di Carlotta al punto da farle stringere per la prima volta teneramente la mano al capitano.

Anche le decorazioni devono rispettare l’aspetto naturale: a loro insaputa, i giovani figli dei contadini, che vengono ingaggiati per tenere in ordine il giardino, nei movimenti del tutto spontanei e naturali del loro lavoro, fungono da modello per il fregio di un chiosco da giardino a cui l’architetto dovrà lavorare. Lo stesso esperto di giardini inglese rimarrà affascinato dal parco, perché non riuscirà a distinguervi gli elementi spontanei della natura da quelli introdotti dall’uomo.

E concludiamo ricordando la descrizione della valle in cui si trova la piccola dimora di Edoardo, perché in essa il paesaggio è magistralmente presentato come elemento da contemplare, ma anche da vivere:

 

Il suo cammino [di Mittler] lo portò a una bella valle, dal piano verdissimo e tutto alberato, che un torrente solcava con acque impetuose, ora sussurrando ora levando fragore. Per i declivi assai dolci si stendevano fertili campi e frutteti rigogliosi, i villaggi non erano addossati l’uno all’altro, c’era come un senso di pace, e i particolari del paesaggio, se non proprio ideali per una pittura, sembravano fatti per viverci in mezzo.

 

 

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ORIENTAMENTI BIBLIOGRAFICI

 

 

 

 

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