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ELEMENTI PER UNA TEORIA DELLA LETTERATURA:

ABITARE NELLA POSSIBILITà di Antonio Spadaro

 

Luigi Preziosi

 

 

 

1.     Visioni della letteratura.

 

Con il recente Abitare nella possibilità la ricerca di Antonio Spadaro(*) sul significato più profondo della letteratura sembra giunta ad esiti tali da consentirgli una prima organizzazione sistematica alla materia. Il libro costituisce, infatti, il punto di arrivo (almeno per ora) di una lunga riflessione che ha percorso buona parte dei suoi scritti nel corso degli ultimi anni. In particolare, molti spunti di Abitare nella possibilità erano già presenti in quel A che cosa serve la letteratura? che costituisce il primo importante tentativo dell’autore di disciplinare il proprio pensiero secondo alcune linee guida: non a caso, a segnalare la continuità dei suoi studi ma anche un ininterrotto lavoro di approfondimento, alcune parti di quel testo sono riprese, con le opportune integrazioni, in questa sua ultima fatica.

In altri testi, invece, l’autore ha sperimentato le possibilità di applicazione concreta dei diversi apporti di quella vera e propria teoria della letteratura di cui stava via via nel corso degli anni acquisendo piena consapevolezza, primi fra tutti i suoi studi tondelliani, Pier Vittorio Tondelli. Attraversare l’attesa e Lontano dentro se stessi. L’attesa di salvezza in Pier Vittorio Tondelli, più ancora forse di quel Laboratorio Under 25. Tondelli e la nuova narrativa italiana, in cui l’analisi dei nuovi narratori italiani non pare connotarsi esplicitamente delle caratteristiche di lettura proprie degli altri due.

Altrove, la sua ricerca l’ha condotto agli approfondimenti che si sono poi rivelati indispensabili per la completezza e la coerenza di quest’ultimo libro. Precedenti necessari in questo senso sono sia il testo dedicato a Raymond Carver (autore tra i più cari a Spadaro, come si vedrà più avanti), Raymond Carver. Un’acuta sensazione di attesa, sia, soprattutto, La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia, studio probabilmente imprescindibile per lo scavo vertiginoso all’interno del senso dello specifico letterario che si compie in Abitare nella possibilità.

         Lo studio di Spadaro riveste eccezionale interesse per il rigore con cui è argomentato e per la forza propositiva che lo caratterizza. Proprio perché alimentato da una riflessione costante tesa al progressivo approfondimento della materia, oltre ad essere ovviamente immune da qualsiasi rischio di estemporaneità, presenta una densità di risonanze straordinaria unita ad un’applicabilità immediata all’esperienza che ciascuno di noi può fare della letteratura. Perché è questo che all’autore sta primariamente a cuore: la letteratura come esperienza vitale, ed in quanto tale capace di imprimersi indelebilmente nelle esistenze, trasformandole, e di consentire aperture su prospettive impensate ed impensabili alla concezione che ciascuno ha di sé e della porzione di tempo e di mondo che attraversa.

In ciò si evidenzia anche il debito che Abitare nella possibilità contrae ne confronti di A che cosa serve a letteratura?, in cui una tale concezione era prefigurata, dal quale tuttavia si differenzia, oltre che per l’intento di approfondimento di cui s’è detto, anche per lo sforzo di conferire una sistemazione maggiormente organizzata alla materia. Vi si scorge, infatti, una vera e propria teoria della letteratura, originale nel cogliere ed utilizzare apporti anche assai eterogenei tra loro, ma funzionali alla causa, ed affascinante anche perché proprio dal riuso in forma autonoma di materiali diversi si evidenziano possibilità inaspettate per la comprensione di sé e del mondo (il titolo deriva da “I dwell in possibility” – abito nella possibilità – verso di una poesia di Emily Dickinson).

Nulla è mai troppo consunto, nella poesia o nella narrativa: uno sguardo nuovo può scoprire nuovi significati, e rifletterli nella vita di chi sa coglierli. è un’apertura alla speranza che può entusiasmare chiunque si occupi di letteratura, fosse anche solo come lettore appena consapevole, ed una suggestione non da poco, in tempi così inclini allo scetticismo, alla sfiducia o quanto meno al disincanto, dalla quale sarà comunque difficile prescindere, sia nell’apprezzarla, sia nel negarle credito.

         Abitare nella possibilità si compone di due parti nettamente distinte, accompagnate da due appendici esplicative. La prima parte riguarda quelle che con termine volutamente generico, Spadaro definisce “visioni” della letteratura, e che sono altrettanti modi di intendere la letteratura meritevoli di approfondimento, anche tramite l’auctoritas della fitta schiera di autori evocati come testimoni di ciascuna di esse. Si tratta di equazioni che compongono altrettanti tasselli della risposta alla domanda fondamentale: che cos’è la letteratura?

Ecco allora la letteratura come menzogna tout court, secondo la formulazione Manganelli, non così negativa come a prima vista può apparire, dal momento che “ci aiuta a porre in maniera corretta la domanda fatale sulla letteratura: se essa cioè sia legata alla menzogna, al camuffamento, alla maschera o, al contrario, alla verità, allo svelamento, alla ricerca autentica”1; o come resistenza della parola, in cui questa, come attestato, anche a volte senza piena consapevolezza, da autori come Montale, Ungaretti, Pavese, Camus, Elie Wiesel e altri, si dimostra in grado di resistere in maniera attiva all’orrore del mondo, della guerra in particolare. E quando l’orrore è intollerabile, la tragedia del conflitto non comporta d’altronde esclusivamente il silenzio di fronte all’indicibile, come dimostra la parola “cavata dal silenzio” di Paul Celan: “la poesia le resiste. Resta la tensione della parola… strappata al silenzio come una vita strappata alla morte”2.

Particolare spicco, come vedremo, ha il connubio letteratura - vita (sulla scorta della celebre formula di Carlo Bo), mentre dall’autrice americana Flannery O’Connor è mutuata la concezione di letteratura come “passione per il mistero del reale”. Della corrente inglese dei “New Puritans” Spadaro accoglie l’idea di letteratura come sguardo casto o lirico sul mondo, per la quale “senza storie la letteratura è morta… La letteratura è fatta di storie e risponde al bisogno di raccontare vicende umane. Le questione formali sono secondarie e dunque non possono essere la motivazione prima di una poetica”3.

A Giacomo Debenedetti e al domenicano J. P. Jossua si devono le relazioni letteratura - profezia e letteratura - teologia. La letteratura è anche “sguardo lirico sul mondo”, secondo la concezione di Lawrence Ferlinghetti, e “presenza”, sulle orme essenzialmente di Marcel Proust, che ritiene l’opera letteraria “una sorta di strumento ottico… che consente al lettore di discernere ciò che forse senza il libro non avrebbe osservato dentro di sé”4. In questo caso, è “la lettura (e quindi il compito critico)” intesa come “un intenso lavoro della coscienza personale”5 che interessa a Spadaro.

La seconda parte approfondisce la nozione della letteratura come esperienza, fondandola sul paradigma degli Esercizi spirituali di Ignazio da Loyola, fondatore dei Gesuiti. Le appendici, infine, sono dedicate a due temi specifici, imperniati anch’essi su un rapporto duale, intercorrente tra letteratura e fede religiosa, e tra creatività artistica ed infelicità esistenziale.

 

 

2.     Letteratura come vita ed altro.

 

         La proposta di Spadaro è dunque straordinariamente variegata, e si avvale di una ricchissima quantità di apporti sì molto diversi tra loro, ma tutti utili per comporre un mondo di collegamenti coerente e leggibile anche in maniera unitaria. L’insieme della trattazione, avverte infatti l’autore, “intende attraversare sentieri aperti da scrittori e critici, che si possono anche percorrere separatamente, ma che in realtà compongono uno dei possibili cammini verso il significato dell’esperienza letteraria”6. è altresì possibile, ad opinione di chi scrive, data la straordinaria profusione di suggestioni che il testo prospetta, organizzare l’universo di riferimenti di cui esso si compone secondo linee direttrici che percorrano trasversalmente quei sentieri: tenteremo pertanto qui di seguito l’approfondimento di un insieme di temi che paiono fondamentali nel quadro della teoria della letteratura delineata da Spadaro.

La via d’accesso più agevole è costituita dall’esame del rapporto vita - letteratura, uno snodo certamente centrale nella riflessione dell’autore dal quale si dipana buona parte delle altre relazioni enunciate nella prima parte. Si tratta proprio dello stesso rapporto lungamente indagato nel secolo scorso da Carlo Bo, autore nel 1938 del celebre saggio-manifesto (degli ermetici, certo, ma non solo esclusivo loro) intitolato appunto Letteratura come vita, rapporto all’epoca oggetto di un dibattito piuttosto serrato, che vide altri protagonisti oltre a Bo, allora ventisettenne, e in particolare Betocchi, di cui Spadaro ricorda la lettera su “Frontespizio” dell’agosto del 1938, presupposto ineludibile per la comprensione piena del rapporto: “per Betocchi la letteratura può tendere verso la vita, ma non può essere la vita”7, e pertanto pone una separazione fra vita e letteratura, perché “prende sul serio i due termini in causa e ne pone in questione la convertibilità”8. è in gioco qui una concezione anche (o soprattutto) religiosa del mondo, un realismo o un amore per il reale insito nel suo essere cristiano e al tempo stesso poeta (e come tale “coinvolto” allo specialissimo modo dei poeti nella realtà del mondo): “il suo cristianesimo lo portava cercare l’armonia col mondo, non la sua interpretazione personale”9.

La lettura di Spadaro del saggio di Bo pone la questione in termini abbastanza diversi. è vero che per Bo il rapporto è senza mediazioni: la letteratura è come la vita. Ma è il modo di caratterizzare l’interrelazione che qualifica il saggio di Bo, consentendogli una sopravvivenza ben al di là della stagione ermetica e conferendogli quella “freschezza ed attualità spiazzanti” che avverte in esso Spadaro: “il “come” qui è qualitativo. Bo è interessato a una letteratura che abbia la stessa qualità della vita, e dunque il suo è un “no” a una “letteratura - passatempo”, che ponga a riposo l’attenzione e la coscienza. La letteratura vera “sale dalle origini centrali dell’uomo”, e “ogni frase deve portare con sé una richiesta di verità”10. E poiché Bo scrive che letteratura e vita sono “strumenti di ricerca e quindi di verità”, Spadaro ben può chiosare come egli abbia il “coraggio di reinserire nella parola letteraria l’imperativo della verità, ritenuto da molti, se non altro, almeno retorico”11.

C’è poi un altro elemento che viene a suggellare il sistema dei rapporti letteratura - vita: Bo precisa che letteratura e vita sono “mezzi per raggiungere l’assoluta necessità di sapere qualcosa di noi, ovvero di continuare ad attendere con dignità, con coscienza una notizia che ci superi e ci soddisfi”. Ne deriva l’acquisizione alla tavola dei valori di Spadaro di uno dei suoi elementi fondamentali: la verità, condizione essenziale affinché la parola letteraria sia realmente tale, possa in altri termini essere occasione di esperienza vitale per l’uomo. Ne deriva ulteriormente che “ogni diminuzione della parola, ogni limitazione di campo della critica (fermarsi alla lettera del testo, alla sua struttura, ai suoi simboli, al suo autore, al suo contesto storico…) è un diminuire del valore della parola e della letteratura, la loro potenza”12.

Dall’equazione “letteratura = vita” consegue poi senza particolari soluzioni di continuità un secondo nesso, quello tra critica ed etica: “se non ci fosse il rischio di fraintendimenti […] affermeremmo […] che la critica è una questione morale prima che estetica. Per morale si intende […] qualcosa che riguarda tutto l’essere dell’uomo, la sua vita, le sue tensioni, la sua verità, il suo bene e il suo male”13. Da questo punto di vista, produzione letteraria in senso stretto e attività critica sono assimilabili: in entrambe è consustanziata una incoercibile aspirazione a farsi esperienza esistenziale.

         Spadaro è ben consapevole dei rischi insiti in un’estremizzazione delle conseguenze dell’equazione letteratura - vita: “sparizione delle dimensioni oggettive (filologia, contesto, struttura…), attenzione all’interpretazione più che all’accoglienza incondizionata, una certa mancanza di immediato “impegno” storico, un vago esoterismo iniziatico”, ed ancor più, la negatività insita nel “porre idealisticamente la letteratura come una condizione assoluta dell’uomo, al di là di vincoli storici e temporali”. Ne deriverebbe, per dirla con un altro autore caro a Spadaro, Charles Du Bos, il pericolo di porre ogni opera letteraria in un empireo lontano o indifferente all’immediatezza storica che l’ha generata, “mettendo tutto sullo stesso piano di eternità”14. Vale comunque la pena di rischiare di essere fuorviati, tanto questa concezione della letteratura può apparire feconda e di una “freschezza sorgiva” anche a chi scrive e a chi legge nei nostri giorni, poiché “ci dice a chiare lettere che non è possibile che la letteratura prenda congedo dalla vita, pena la sua riduzione a flatus vocis, a puro esercizio retorico, stilistico, culturale, sociologico…” perché “non certo la filologia è il primo compito del letterato, ma l’esperienza del leggere, che è un momento di autenticità”15.

Se esiste una connessione così intensa tra vita e letteratura, allora l’opera letteraria (almeno quella narrativa) è impastata di terrena concretezza: la storia non è composta di “fatti”, ma di relazioni e di persone. “Dove non ci sono relazioni concrete tra personaggi ei avvenimenti, tali da coinvolgere il mistero della personalità, non c’è storia dunque non c’è racconto”16: così l’autore, sulle orme della scrittrice americana Flannery O’Connor, autrice eponima del capitolo “Letteratura come passione per il mistero del reale”. Per lei, “scrivere è una sfacchinata”, poiché “la sensibilità e l’acume psicologico sono poveri strumenti per scrivere di narrativa. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo”. Di qui una sorta di rifiuto per quei testi letterari che in qualche modo abdichino alla loro consistenza di opera di scrittura e si appoggino ad altro che non sia letteratura pura, un rifiuto per una letteratura che in questo particolarissimo senso non sia autoreferenziale, ma che faccia invece riferimento ad altre forme di conoscenze del mondo, quali la psicologia o la sociologia: “Scrivere narrativa non è questione di dire cose, ma di farle vedere al lettore, di mostrarle”.

L’attenzione posta nei confronti della realtà, che non va confusa con una sorta di “crudo naturalismo” (“la O’Connor… colloca il particolare e il dettaglio come connaturali all’opera, che è selettiva punta non tanto a far la fotografia al reale, ma all’essenziale”17), richiede nello scrittore quella che Spadaro definisce “una visione anagogica” della realtà, con una sorta di rovesciamento rispetto ai sensi da individuarsi nella lettura che raccomandavano i commentatori medioevali delle Scritture.

Qui non è in gioco la lettura, cioè l’interpretazione di un testo, di qualcosa che, quanto meno alla nascita, è “altro” dal fruitore - lettore, bensì la composizione stessa del testo, che l’autore elabora attraverso un processo di definizione interiore in cui l’approfondimento di sé si attua nell’“ascolto, nel rispetto e nell’obbedienza nei confronti della realtà e del suo mistero”18. è quindi la considerazione del mistero che pervade la realtà un elemento qualificante del fare letteratura, sia nel senso che lo scrittore coglie il mistero se “ciò che crea… sarà sempre una sorpresa per lui maggiore di quanto non potrà mai esserlo per il suo lettore”19, sia nel senso che, per riflesso, l’opera letteraria “trova le parole in cui ci troviamo al di là di noi stessi”20.

Percezione indistinta di qualcosa che ci sovrasti o bagliore di lampi improvvisi nel mistero è anche l’esperienza profetica, al cui contributo per la comprensione del senso della letteratura Spadaro dedica un capitolo specifico, prendendo le mosse da un giovanile ciclo di conferenze sui profeti di Giacomo Debenedetti21. Attraverso lo studio dei profeti biblici, secondo Spadaro, Debenedetti accresce una particolare sensibilità “che farà sentire i suoi echi nel suo percorso di critico e di uomo”, soprattutto nell’avvezzarlo a familiarizzare con la “complessità fulminea, ribollente, oceanica”, che sì caratterizza le pagine profetiche del Vecchio Testamento, ma che connota anche la contemporaneità letteraria.

In generale, Spadaro ricorda con Emilio Jona22 la derivazione dell’ermeneutica di Debenedetti dall’ermeneutica ebraica del testo biblico. A questa origine possono farsi risalire anche la diffidenza del critico per l’“astrazione formalistica”ed il suo insistere “in maniera appassionata sui personaggi e sul loro destino”23, nonché la sua concezione della ricerca interpretativa come “una vera e propria lotta, un corpo a corpo con il testo, con l’autore ed anche con se stesso”24. Più in particolare, si rilevano nelle sue letture dei profeti “numerose tracce di anticipazione del critico maturo”25, rinvenibili poi nelle sue più tarde letture di Alfieri, di Saba, di Pascoli. L’arte dell’interpretare i testi, in una delle sue manifestazioni più importanti del secolo scorso, si giova dunque dell’antica sapienza dell’esegesi biblica, a conferma delle possibilità di apertura della scienza della letteratura anche ad altri saperi, che non siano quelli già intensivamente sperimentati nel corso della seconda metà del Novecento.

 

 

3. Letteratura e teologia.

 

Se la letteratura è (anche) anelito o nostalgia del mistero, allora è anche espressione di un’ulteriorità che superi e ridefinisca l’uomo, e quindi del confronto con il senso della soglia e con la nostalgia di un altrove che danno risonanze profonde e non facilmente comprimibili con un atto volontario di negazione. Opere di tal genere fanno indubitabilmente parte del patrimonio storico ed attuale delle letterature di ogni paese, ed autorizzano quindi un approccio teologico nella loro definizione: “al testo animato da queste tensioni può essere ampiamente riconosciuta una potenzialità teologica”26. A questo passaggio del resto si perviene anche per altra via (a dimostrazione della coerenza della concezione della letteratura di Spadaro), e precisamente quella indicata da Carlo Bo quando accenna ad “un attendere con dignità, con coscienza una notizia che ci superi”.

Questa tematica si sviluppa in particolare negli studi di Jean Pierre Jossua, che si connotano per un’attenzione particolare al problema del linguaggio, non tanto e non solo sotto il profilo della comunicazione, quanto sotto quello, assai meno frequentato, di “luogo privilegiato della presa di coscienza di sé e del mondo”27, innanzitutto, e della testimonianza di fede, in un’ottica più strettamente religiosa. La “teologia letteraria” che propone Jossua – e sulle sue orme Spadaio – non si può naturalmente porre come un orpello a un testo scientifico o di propaganda della fede, non è “dottrina che si fa poema”, bensì una “creazione, che, per le sue stesse esigenze espressive, si accosta la divino in modo insieme rigoroso e potentemente suggestivo, grazie ad immagini e forme linguistiche”28. Ed è proprio in quell’inciso “per le sue stesse esigenze espressive”, che Spadaro coglie la suggestione più profonda della tesi di Jossua: il nesso teologia - letteratura, laddove esiste, non è fondato sull’aggiunta di elementi religiosi alla manifestazione letteraria, ma è esso stesso imprescindibile ai fini dell’espressione letteraria, tanto che, “a contrario”, potrebbe dirsi che ove non ci fosse, ne scapiterebbe la stessa letterarietà dell’opera. Tutto ciò, ovviamente, nel presupposto che la letteratura sia esperienza vitale, che riguarda cioè l’esistenza dell’uomo, perché la descrive e perché la accresce.

Spadaro riprende da Jossua alcune condizioni perché la letteratura abbia in valore teologico nel senso etimologico di quest’ultimo termine, sia cioè un discorso da cui traspare Dio, in praesentia ed anche in absentia, come nostalgia o rimpianto. Fra esse, anzitutto, una condizione della scrittura come ”mediatrice” del pensiero: “il potere proprio della letteratura” è di “dire, attraverso il simbolo, il racconto, ciò che nessun altro tipo di costruzione speculativa potrebbe giungere ad esprimere”29. E ciò tanto più ha valore quanto più si rifletta sul fatto che, nella scrittura letteraria, il pensiero si forma mentre si scrive, altrimenti l’opera sarebbe mera trascrizione di concetti che potrebbero essere esposti in modo diverso e spesso più diretto30.

La “teologia letteraria” esige inoltre rigore, precisione del dettaglio, chiara distinzione dei generi letterari. Tutto ciò non significa affatto né appropriarsi degli autori, né valutarli “secondo il loro rapporto con la fede e la Chiesa con espressioni come ‘vicini’ o ‘lontani’ in questo o quell’aspetto”. Si tratta invece di “analizzare i mezzi messi in opera in vista della creazione di un mondo o della comunicazione di una visione”31, perché “l’atteggiamento spirituale è spesso ben più decisivo dei contenuti in cui si crede”32.

Jossua sperimenta poi la tenuta di questa impostazione cimentandosi nel confronto con alcuni autori, di cui evoca appunto “l’atteggiamento spirituale”, che particolarmente germina nel linguaggio del limite, del “liminare”, del sostare sulla soglia, capace di evocare “la prossimità e l’inaccessibilità dell’assoluto”33. Si tratta di autori non necessariamente rientranti nel canone degli scrittori cattolici (dato non indispensabile, per una autentica teologia letteraria, come s’è visto), quali Unamuno, Handke, Mansfield, Spaziani, Guidacci, Campo, Jacottet ed altri.

Quali sono allora le conseguenze di una concezione simile nel confronto diretto ed attuale con la parola letteraria? Solo nella seconda appendice del suo libro Spadaro introduce in senso stretto una figura il cui influsso aleggia tuttavia per buona parte del testo, quella del teologo tedesco Karl Rahner, del quale ha già approfondito il pensiero nel già citato La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia34 riconducendo a sistema organizzato alcuni suoi scritti intorno a letteratura e teologia.

Essi illuminano quell’affinità intrinseca che può stabilirsi tra l’arte della parola e il “discorso su Dio”, con conseguenze non irrilevanti anche sul piano della fruizione della parola, ovvero sulla condizione della lettura e dell’interpretazione del testo letterario. Da un lato, se, come scrive Spadaro, “il mistico e il poeta hanno qualcosa da dirsi, il teologo e il critico letterario possono reciprocamente dialogare su una base comune”35, lo sforzo dell’interprete, che agisce sulla scorta di Rahner, deve allora essere teso a individuare questa area comune di dialogo, appunto per ottenerne una fruizione della parola che sia funzionale ai bisogni esistenziali (e non necessariamente attinenti alla sfera del religioso) dell’uomo. D’altro canto, la concezione dell’esistenza di Rahner si connota come caratterizzata dalla completa pervasività della Parola divina, che esiste nel mondo a prescindere dalla circostanza che l’uomo (e nel caso nostro, lo scrittore, o il lettore o il critico) la riconosca o meno.

Allora, anche la tesi più radicale di Rahner (“L’autore in quanto tale è sotto l’influsso della grazia di Cristo e deve quindi essere un cristiano”) può essere accettabile anche in una prospettiva “laica” nella lettura che ne dà Spadaro, secondo cui in essa il teologo tedesco “afferma che il cristianesimo veramente profondo e una poesia veramente grande hanno tra loro un’‘intima affinità’”36.

Il discorso letterario, in quanto discorso sull’uomo, è quindi “cristiano in ogni caso: per affermazione o per negazione”, e, pertanto, “l’amore per la letteratura ha a che fare con l’amore per l’uomo, la sua condizione, le sue domande le sue tensioni profonde. E questo amore è proprio del cristiano, e a maggior ragione del pastore”37.

Suggestioni parzialmente simili a quelle di Rahner si ritrovano anche in alcuni scritti di Romano Guardini, in particolare in Il linguaggio religioso38, che tuttavia circoscrive la sua analisi alla relazione tra forme espressive del religioso e forme espressive letterarie “mondane”, limitando così l’indagine all’interno dell’area del “fattore religioso”, che “afferma, intensifica, eleva quello mondano, e lo pone contemporaneamente in questione, lo sommuove e lo allontana da esso”.

Spadaro, invece, nella sua rilettura rhaneriana, intende tracciare linee di teoria letteraria che siano utilizzabili con riferimento ad ogni tipo di discorso letterario, e possano essere, se non condivisibili, almeno comprensibili anche prescindendo da una lettura cristiana dell’opera letteraria. In questa prospettiva, si evidenzia una conseguenza quasi paradossale. La valorizzazione della parola poetica o letteraria fino a pensarla come scheggia della parola divina, infatti, non comporta affatto indebite acquisizioni di autori ed opere all’universo della letteratura di impronta cristiana o genericamente religiosa, anzi ne postula il massimo rispetto proprio perché l’analisi che si propone ha un carattere aprioristicamente oggettivo, cioè prescinde dalle intenzioni dell’autore e dalla sua poetica.

Di questo particolare approccio proprio lo stesso Spadaro ha fornito testimonianza piena nei suoi studi tondelliani, nei quali la “religiosità” dell’autore di Correggio non viene raffigurata con abusive forzature che degraderebbero l’impegno interpretativo del critico, bensì proposta come nostalgia e straniante consapevolezza di un’assenza, come discorso sull’uomo colto nella sua più autentica drammaticità (e pertanto rahnerianamente religioso di per sé), o anche come (è il caso di alcuni degli ultimi suoi scritti) anelito non soddisfatto, desiderio non compiutamente attuato.

 

 

4. Letteratura come esperienza spirituale.

 

La letteratura è dunque esperienza vitale, nel senso che attiene alla vita interiore di ognuno, e la sua verità “consiste nella sua capacità di parlare della nostra vita, interpretandola al di là di sé”39. Qual è’allora origine della relazione tra l’uomo e la lettura?

Spadaro individua, per lo meno per il mondo occidentale, una radice biblica per l’interesse per la lettura (la stessa di cui parla Debenedetti), da cui deriva una sorta di indissolubile intrecciarsi tra letteratura e spiritualità. Leggere la Bibbia nel solco del secolare patrimonio della lectio divina significa, in qualche modo, “abitare” il testo, lasciarsene penetrare, farne parte. Da queste considerazioni nasce l’auspicio verso l’apertura di un “dialogo tra teorici della lettura e studiosi del testo biblico”, nella consapevolezza che “la lettura biblica, nel suo sviluppo storico, offre un modello di lettura all’opera letteraria, che… contiene le principali questioni nodali poste oggi dalle varie teorie della lettura”40.

Di più: sulla scorta degli studi dei teologi francesi Leonce de Grandmaison e Henri Brémond degli anni Dieci e Venti del secolo scorso, Spadaro giunge a postulare, “sulla base del riconoscimento di alcuni gesti profondi comuni (raccoglimento, semplificazione, ritmo di attività e passività, di iniziativa e di accoglienza alla gratuità di una visita)…”41, un nesso fra sentimento religioso e ispirazione poetica: “come la contemplazione mette il mistico in grado di avvicinarsi a Dio e di contemplarlo, così ogni esperienza poetica e sottende un contatto immediato con una realtà interiore, in attingibile in altri modi”42.

Riconosciuta dunque una radice comune tra poesia e mistica, estensibile senza eccessiva difficoltà al più ampio rapporto tra letteratura e spiritualità, ecco la proposta di Spadaro, che costituisce la seconda parte del suo libro: utilizzare un particolare metodo di accrescimento della vita spirituale nel senso più pregnante del termine, quello, a lui certo più consentaneo, contenuto negli Esercizi spirituali di Ignazio da Loyola. In essi l’esercitante entra nella meditazione del Mistero propostogli da chi guida l’esercizio, ne fa esperienza reale e ne è in qualche misura trasformato, compiendo una lettura di sé attraverso il testo che egli è offerto. è, oltre che vero lettore, anche “vero autore”, paragonabile almeno, se non ad un attore, ad un viaggiatore, “che compie il suo itinerario attraverso il romanzo dal suo punto di vista mobile, combina tutto ciò che vede nella sua memoria, mescolando i ricordi della propria avita reale, immagini, ricordi delle pagine precedenti che ha letto, e in tal modo, crea un modello di lettura che ha una sua coerenza”43.

Gli Esercizi possono offrire elementi fondamentali per una migliore comprensione di un testo letterario: “La lettura, intesa non come interiorizzazione di un testo, ma come immersione interattiva e coinvolgente; la scrittura come esercizio di osservazione e scavo dell’esperienza; l’ispirazione come scelta e discernimento interiore in bilico tra angoscia e stupore (e dunque non mera passività); la fantasia come visione non evasiva; la narrazione come principio di libertà; la critica letteraria come costruzione di mappe e percorsi (prima ancora che giudizio)”44. Gli effetti di un tale uso dell’opera ignaziana si producono in un’area amplissima dell’operare letterario, coinvolgendo, tra l’altro, sia la pratica (e la teoria) della scrittura creativa, sia l’attività di riflessione che su quella pratica si esercita tipica della critica.

è la stessa articolazione dell’interlocuzione propria degli Esercizi a suggerire attenzione alla complessità del testo letterario e alla sua costruzione. Citando Barthes, Spadaro riconosce in essi almeno quattro livelli: quello destinato da Ignazio a chi li guida, quello dedicato dalla guida all’esercitante, l’interpello dell’esercitante a Dio e la risposta “attrattiva” di Dio. Dal coinvolgimento dell’esercitante nel brano di storia sacra che gli è proposto, attuato con una scrittura “affilata, precisa ma secca, asciutta, capace più di evocare che di definire ed esaurire la capacità di immaginare”45, si coglie il suggerimento ad un linguaggio che si faccia esperienza, proprio perché affidato anche alle suggestioni offerte da uno stile scabro e preciso, non sovraccaricato di dettagli che potrebbero impacciare l’immaginazione e quindi l’immedesimazione del lettore. Gli Esercizi impongono, inoltre, particolare attenzione al riportare nella meditazione ciò che, nella concretezza dell’esperienza esistenziale, si è precedentemente osservato, e rivolgono tensione all’“utilità”, che per la pratica della letteratura si traduce nella particolare intensità della comunicazione propria della parola, nel tener conto del lettore almeno implicito senza il quale scrivere è spesso manifestazione di narcisismo sterile. Non siamo ovviamente di fronte ad un manuale di scrittura creativa nel senso proprio del termine; tuttavia, se si accede all’idea che la letteratura attiene all’esperienza spirituale di chi scrive e di chi legge, gli Esercizi aiutano a costruire “un metodo di espressione spirituale che fa intimamente appello alle più profonde risorse creative [dell’individuo]”46.

         In secondo luogo, una forma di esercizio spirituale è proprio anche del lavoro del critico, in primo luogo di quello “militante”, che non può essere soltanto o esclusivamente confinato nell’atto del giudicare, esito non marginale ma in qualche modo collaterale, che “emerge quasi spontaneamente, anche se in modo non definitivo, dal lavoro di confronto e di discernimento sulle radici e l’orizzonte di un’esperienza letteraria che si avverte riuscita o meno”47. Ciò che conta è la capacità di porsi di fronte alla scrittura come “laboratorio”, dove il lavoro sulle “‘sudate carte’ compromette chi lo esercita al livello dei significati profondi dell’esistenza… Il compito di una critica illuminata, disposta a mettere in gioco le cose che scrive, consiste dunque in un attento lavoro di discernimento”48.

La linea interpretativa proposta è singolarmente vicina alle opinioni sui compiti e le responsabilità della critica avanzate da alcuni fra i più interessanti esponenti dell’ultima generazione: si allude, in particolare, ad Arnaldo Colasanti ed a Emanuele Trevi. Attraverso percorsi di ricerca e di formazione diversi si perviene, dunque, alla condivisione di rilievi e proposte, il che testimonia, da un lato, una comunanza di fondo nell’approccio al problema (appartenenza alla medesima generazione, maturazione entro il cerchio di passioni e disillusioni comuni, condivisione dei drammi collettivi della stessa epoca storica ...); da altro lato, attesta le potenzialità di dialogo e di confronto con la parte migliore della comunità culturale del nostro tempo della teoria della letteratura proposta da Spadaro e, in special maniera, del percorso individuato in questa sede.

L’atto del giudicare non può prescindere da ciò che Emanuele Trevi chiama la capacità di “stare amorosamente attento al mondo”: “la critica a cui penso è un esercizio spirituale dalla possibilità immense. Si tratta, essenzialmente di mettere a tacere se stessi, di calare lentamente, parola dopo parola, al centro di un silenzio luminoso… Cosa devo fare? Non certo rinunciare all’intelligenza, alla conoscenza. Semplicemente, diventare lo spazio di un passaggio. Fare spazio a quella bellezza.”49. Ci si ritrova, dunque, all’interno di ciò che Spadaro individua come territorio dell’esercizio spirituale, anche quello ignaziano, per il quale l’esperienza della lettura, quando diviene esperienza spirituale, ha “alla radice della propria valutazione… l’analisi di quali movimenti affettivi (piacere, stanchezza, aridità, tristezza, consolazione contentezza, allegria) registra la vita di chi legge”50.

 

 

4. Conclusioni (molto provvisorie).

 

         Si è tentata nelle pagine precedenti una lettura auspicabilmente sistematica (per quanto necessariamente frettolosa) di una delle tracce indicate da Spadaio, allo scopo di – per dirla deliberatamente in modo assai generico – capire la letteratura. è peraltro una delle tante possibili che il testo di Spadaio, con la sua ricchezza argomentativa e la sua copiosità di citazioni e di rinvii, è in grado di suscitare. Ed è altresì, ad avviso di chi scrive, quella più gravida d’implicazioni, e quindi da destinare a ulteriori approfondimenti, per le conseguenze che è potenzialmente suscettibile di produrre sia nella pratica dell’attività letteraria, sia nel momento di valutazione (o, per meglio dire) di discernimento che caratterizza l’esercizio della critica.

Un tale orientamento alla letteratura sembra reggere in maniera convincente, quindi è “utile” alla comprensione del fenomeno letterario, e se ne ha già la controprova nelle analisi assai approfondite di Spadaro stesso su Tondelli e di Jossua sugli altri autori già citati. Se ne attendono conferme nel secondo volume che seguirà Abitare nella possibilità, preannunciato dall’autore nell’Introduzione come “percorso critico di lettura che attraverserà figure di scrittori e opere sia poetiche che narrative”.

L’approccio suggerito, che è – ad avviso di chi scrive – da un lato soltanto una parte del ben più articolato sistema di pensiero sull’argomento, e dall’altro, pur nella sua parzialità, sufficiente a fornire indicazioni circa la validità di tutto l’insieme, è del resto funzionale alla comprensione del significato profondo della letteratura. Conduce difatti, in primo luogo, a una definizione non solo accettabile ma necessaria per colmare la nostalgia di autenticità che pervade la sensibilità dei nostri anni: “la letteratura ‘degna di questo nome’, di cui si parla in queste pagine, è qualcosa di irreversibile, capace di modificare radicalmente il mondo in cui una persona vive la propria vita, la propria esperienza umana”51. Definizione da cui discende come corollario l’osservazione per cui “se un romanzo non dichiara un mondo e non lo spalanca davanti al lettore – non importa se in modo realista o surrealista – non fa compiere al lettore una vera esperienza, non fa conoscere nulla: è vuoto e noia”.

In secondo luogo, all’interno di questa visione della letteratura, fornisce un contributo determinante per discernere che cosa sia letteratura da che cosa non lo sia. Regge, in effetti, anche come “strumento” conoscitivo (che quindi deve essere per sua natura il più possibile obiettivo), perché, sebbene possa apparire paradossale, non si fonda su elementi pregiudiziali di natura confessionale, pur poggiando su solidissime (e apertamente dichiarate) radici che fanno riferimento alla dimensione religiosa. Tuttavia, per la valutazione della ‘letterarietà’ di un’opera (non del valore artistico dell’opera, che è cosa diversa: uno dei compiti del critico, ma non il compito unico, direbbe Spadaro) si prescinde dalla fede dell’autore e da quella comunque promanante dell’opera, così come da aperte professioni di ateismo o di nichilismo: non è questo che conta, ai fini che si sono individuati sopra.

L’attenzione si concentra invece sullo spirituale come elemento unitivo derivante delle più varie esperienze dell’uomo, addirittura, si può sottolineare, ne sia o meno consapevole. Da un lato, gli elementi attinenti alla fede o, genericamente, alla cultura religiosa degli interpeti non fanno velo in questo modo al loro giudizio, che sia arresta prima che la fede sia messa in gioco. D’altro lato, gli stessi elementi sono in qualche modo utilizzati fuori dal loro contesto (si pensi, ad esempio, agli esercizi spirituali come guida per la scrittura creativa). In qualche misura, questa decontestualizzazione giova all’obbiettività dell’analisi, mentre “sterilizza” l’impiego dei riferimenti alla spiritualità dell’esperienza umana, universalizzandoli e rendendoli disponibili per i più diversi ambiti culturali da cui le opere letterarie traggono alimento e significato.

         Tale visione della letteratura pare infine pervenire, per strade assolutamente proprie, ad allineamenti e a condivisioni con alcune recenti istanze del confronto letterario di questi anni, dimostrando anche con ciò una singolare attenzione alle esigenze della contemporaneità.

Anzitutto, questa attenzione si manifesta nelle modalità con cui auspica venga esercitata la critica. L’idea di critica proposta e ricavata, almeno in parte, da principi derivanti dagli esercizi ignaziani comporta una liberazione “dalle spire stringenti della linguistica e della semiologia, degli approcci metodologici e strutturali”52. La diffidenza verso gli eccessi di cerebralismo nell’esercizio critico è oramai un’acquisizione abbastanza certa nelle teorie letterarie almeno dagli anni Novanta del secolo scorso. Così, nella pratica della delibazione del testo, Spadaro può far suo l’assioma di Colasanti: “un libro è bello e vero solo se è un modo… per aggiungere vita alla vita”53.

Su posizioni analoghe, per quanto conseguite in assoluta autonomia, si pone parte della critica più attuale. Filippo La Porta, nell’individuare possibili futuri sviluppi per la critica, ha recentemente focalizzato l’attenzione sulle sue modalità di esercizio, e in particolare su ciò che può definirsi la “consapevole ingenuità” dello sguardo del critico sull’opera letteraria. Auspicando una sorta di “dilettantismo ritrovato”, ritiene che l’esercizio della critica (militante, anzitutto, se ha ancora un senso questa definizione) si giochi nell’oscillazione tra i poli dell’ossimoro ingenuità - consapevolezza. I critici devono così apparire (o, forse meglio, essere) “più ingenui dei loro confratelli narratori…”, perché “hanno una fede ingenua nell’esistenza della realtà… e di una ragionevolezza condivisa, che è poi quella – imperfetta, non sempre rigorosa – dello sforzo argomentativo, dell’interpretazione”54. La Porta convoca per ciò autorevoli testimonianze: tra gli altri, Mengaldo che auspica una lettura gravida di innocenza, in atteggiamento di pieno contatto con il testo, e Giovanardi, che, lodandone come miglior manifestazione la recensione, esalta il ruolo della prima lettura, pur consapevole del rischio di scivolare nell’impressionismo.

Per altro verso Spadaio, augurandosi per la nuova poesia italiana “un saldo e diretto rapporto con la realtà e le cose”, non fa che preconizzare un’applicazione in positivo della contemplazione del mistero del reale. C’è sempre un collegamento con il reale, anche se costituito dall’indagine o dalla semplice ricognizione del mistero, nell’opera letteraria che Spadaro predilige55. Per questa via, si giunge al rovesciamento dell’idea di abisso, che ha percorso gran parte della poesia del Novecento: “il Novecento, globalmente inteso, ha scelto, fondamentalmente, l’abisso come baratro”56.

Ma nell’ultima poesia italiana Spadaro scorge, al contrario, “l’abbandono del lirismo come espressione e rappresentazione dell’‘io’”57, e quindi un recupero di quel reale che è anche mistero, ma la cui investigazione non conduce necessariamente al nulla. Non più dunque un baratro entro il quale cercare faticosamente e spesso invano qualcosa che non sia il vuoto, ma “il mistero dell’essere che si apre generoso come un abisso” pare sia l’oggetto dell’attenzione dell’ultima generazione di poeti, con tutto ciò che questo potrà comportare su una produzione poetica che sappia essere più attenta alla condivisibilità della sua essenza, più memore del suo essere canto, scaturigine di immagini e risonanze interiori.

Vista attraverso Abitare nella possibilità, la letteratura appare come una risorsa spirituale di una ricchezza inesauribile, proprio perché esperienza atta a qualificare e a trasformare il modo con cui ognuno si rapporta con la vita. In una visione forte della pratica letteraria, sia essa creativa, o “ricreativa” nella diversa misura del lettore e del lettore professionale o critico, e forte appunto perché capace di trasformare l’universo di chi la incontra, Spadaro la identifica con l’esperienza di tipo esistenziale più totalizzante: “l’esperienza autentica, come l’autentica letteratura, implicano l’intelligenza delle cose, la domanda sul senso di ciò che si vive, il giudizio, una visione del mondo che si dispiega a partire da quella esperienza e nella quale essa si inscrive”58.

Note

 

 

* SPADARO A., Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura, Milano, Jaca Book, 2008, p. 301, € 24,00.

Antonio Spadaro, gesuita, è nato a Messina nel 1966, dove si è laureato in Filosofia. Ha conseguito il dottorato in Teologia all’Università Gregoriana (Roma), dove insegna “Introduzione all’esperienza della letteratura”. è redattore letterario della “Civiltà Cattolica” dal 1998 ed ha fondato la rete di laboratori di espressione creativa “BombaCarta” (www.bombacarta.com), attiva dallo stesso anno. È autore di vari volumi, tra i quali: Tracce profonde. Il viaggio tra il reale e l’immaginario (Roma, Città Nuova, 1993); Lo sguardo presente. Una lettura teologica di “Breve film sull’amore” di K. Kieslowski  (Rimini, Guaraldi, 1999); Carver. Un’acuta sensazione d’attesa (Padova, Messaggero, 2001); Pier Vittorio Tondelli. Attraversare l’attesa (Reggio Emilia, Diabasis, 1999); “Laboratorio Under 25”. Tondelli e la nuova narrativa italiana (Reggio Emilia, Diabasis, 2000); A che cosa «serve» la letteratura? (Leumann (To) - Roma, ElleDiCi - La Civiltà Cattolica, 2002); Lontano dentro se stessi. L’attesa di salvezza di Pier Vittorio Tondelli (Milano, Jaca Book, 2002); Connessioni. Nuove forme della cultura al tempo di internet (Bologna, Pardes, 2006); La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia (Milano, Jaca Book, 2006); Nella melodia della terra. La poesia di Karol Wojtyla” (Milano, Jaca Book, 2007).

 

  1. Spadaro A., Abitare nella possibilità, Jaca Book, Milano, 2008, p. 30.

  2. Ivi, p. 53.

  3. Ivi, pp. 78-79. Spadaro non si nasconde i limiti di una tale concezione, almeno nella parte in cui si dimostra assolutamente inadatta all’espressione poetica.: “La critica alla poesia appare sprezzante e assolutamente faziosa, parziale e riduttiva”. Ne riconosce tuttavia i meriti nei limiti di una salutare provocazione, tesa alla “riaffermazione chiara della necessità di raccontare storie più che di esprimersi con parole efficaci”(p. 79).

  4. Ivi, p. 133.

  5. Ivi, p. 135.

  6. Ivi, p. 23.

  7. Ivi, p. 60.

  8. Ivi, p. 61.

  9. Ibidem.

  10. Ivi, p. 64.

  11. Ibidem.

  12. Ivi, p. 65. Questa equazione “letteratura = misura inesauribile dell’attesa” connota allora di uno straordinario valore simbolico la lirica Dall’immagine tesa di Clemente Rebora, metafora (o puntuale descrizione, stando a questa interpretazione della letteratura?) dell’uomo che attende una rivelazione sull’esistenza.

  13. Ivi, p. 68.

  14. Ivi, p. 67, passim.

  15. Ivi, p. 69.

  16. Ivi, p. 92.

  17. Ivi, p. 94.

  18. Ivi, p. 96.

  19. O’Connor F., Sola a presidiare la fortezza, Torino, Einaudi, 2007, p. 53.

  20. Spadaro A., Abitare…, cit., p. 97. Per un’applicazione di criteri assai vicini a quelli enucleati dagli scritti della O’Connor si veda il recentissimo saggio di Spadaro Cesare Pavese: un mondo di pietra e di cielo, apparso in “La civiltà cattolica (2008 IV 567-580 quaderno 3804), e leggibile anche in “Bombacarta” (www.bombacarta.com), che utilizza altresì strumenti di analisi dell’opera letteraria secondo il rapporto letteratura - teologia propugnato da Jossua .

  21. Consultabili ora in Saggi, Milano, Mondadori, 1998 con il titolo: “Profeti. cinque conferenze del 1924”.

  22. Spadaro A., Abitare…, cit., p. 109.

  23. Ivi, p. 104.

  24. Ivi, p. 105.

  25. Ivi, p. 110.

  26. Ivi, p. 116.

  27. Ivi, p. 117. Jossua, padre domenicano, già professore e rettore della facoltà di teologia di Le Saulchior, espone le sue tesi in Pour une histoire religieuse de l’expérience littéraire (Paris, Bauchesne, 1985 - 2000), e La littérature e l’inquiétude de l’absolu (Paris, Bauchesne, 2000), tradotto e pubblicato in Italia con il titolo La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto (Reggio Emilia, Diabasis, 2005), con un notevole saggio introduttivo di Antonio Spadaro, che verrà poi in gran parte ripreso con integrazioni nel capitolo Letteratura come teologia di Abitare nella possibilità.

  28. Ivi, p. 119.

  29. Ivi, p. 120.

  30. Ne derivano alcune conseguenze che l’autore ha evidenziato nel corso di una recente conferenza (Settignano, 22.10.2008) sul tema “Ogni letteratura è sacra? La grazia della parola” e pubblicata in “Bombacarta” (www.bombacarta.com): “Grande scrittore è colui che fa esperienza scrivendo. Il cattivo scrittore è colui che prima pensa a ciò che deve scrivere, e poi cerca di tradurlo in parole: normalmente chi fa questo scrive cose pessime. Invece il grande scrittore è colui che si siede e non sa bene che cosa scrivere, però sente che ha l’ispirazione e comincia a scrivere. In quel momento in cui scrive le parole vengono, non perché traducono un pensiero, ma si fa un’esperienza. Quindi quelle parole sono frutto di un’esperienza che si va facendo nel processo della scrittura. Scrivere è così un modo di fare esperienza e lo scrittore traduce quell’esperienza. Lì ti rendi conto che quello è veramente un grande scrittore, perché la sua non è la traduzione di un pensiero, ma è l’esperienza che vive”.

  31. Ivi, p. 122.

  32. J.P. Jossua, Pour une histoire religieuse…, p. 18, cit. in Spadaro A., Abitare…, cit., p. 122.

  33. Spadaro A., Abitare…, cit, p. 122.

  34. Sia consentito all’autore di queste note riprendere, per questa parte e con le dovute integrazioni, alcune osservazioni già svolte in Arte della parola e discorso di Dio. “La Grazia della parola” di Antonio Spadaro, pubblicato su “Stilos” del 24.07.2007.

  35. Spadaro Antonio, La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia, Milano, Jaca Book, 2006, p. 34.

  36.  Spadaro A., Abitare …, cit., p. 257.

  37. Spadaro A., La grazia…, cit., p. 47.

  38. Il saggio è attualmente reperibile in Linguaggio, poesia, interpretazione, Brescia, Morcelliana, 2000.

  39. Spadaro A., Abitare…, cit., p. 141.

  40. Ivi, pp. 142-143.

  41. Ivi, p. 148.

  42. Ivi, p. 151-152.

  43. Ivi, p. 167.

  44. Ivi, p. 154.

  45. Ivi, p. 174.

  46. Ivi, p. 183.

  47. Ivi, p. 244.

  48. Ivi, p. 242.

  49. Trevi Emanuele, Istruzioni per l’uso del lupo. Lettera sulla critica, Roma, Castelvecchi, 2002, pp. 44-45.

  50. Spadaro A., Abitare…, cit., p. 241.

  51. Ivi, p. 18.

  52. Ivi, p. 240.

  53. Colasanti Arnaldo, La nuova critica letteraria nell’Italia contemporanea, Roma, Guaraldi, 1996, p. 18. Anche Giorgio Manacorda pare su posizioni analoghe: “il rapporto con il testo è di tipo mistico: è un incontro diretto e senza riserve, in fondo indifeso. E allora non c’è niente da correggere o da sfumare, o addirittura da ribaltare: o l’incontro con la totalità del testo è avvenuto o non è avvenuto”(Apologia del critico militante, Roma, Castelvecchi, 2006, p. 9).

  54. La Porta Filippo, Leonelli Giuseppe, Dizionario della critica militante, Milano, Bompiani, 2008, p. 196. La citazione di La Porta può essere peraltro una dimostrazione della disponibilità delle tesi di Spadaro di interagire con il pensiero di autori di formazione eterogenea se non potenzialmente configgente. Nella concezione generale della letteratura contenuta nel testo citato, Spadaro stesso scrive di “ravvisare una negazione del fatto che l’esperienza spirituale abilita alcuni atteggiamenti fondamentali nei confronti dell’esperienza” (p. 24), e dunque anche di quella letteraria e critica, cioè vi ravvisa una contraddizione con i fondamenti stessi della propria concezione della letteratura. Eppure, lo sguardo carico di attese verso nuove modalità di attendere ai compiti del critico è lo stesso.

  55. Non si può non osservare, al riguardo, che è proprio del magistero della Chiesa la tensione alla composizione di corpo ed anima, ovvero la valorizzazione della dimensione corporale e della sua dignità.

  56. Spadaro A., Abitare…, cit., p. 196.

  57. Ivi, p. 196.

  58. Ivi, p. 19.

 

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