Bibliomanie

La parola della trascendenza
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Note e Riflessioni

Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia sola può recuperare l’uomo (Ragioni di una poesia) Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria... continua a leggere

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Dialogus de poësi. Dieci Inni alla Morte di Matteo Veronesi
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

Si può inneggiare alla morte? Personificandola come nel Settimo sigillo di Bergman? Vedendola come un’allegoria? Mi rivolgo a Matteo Veronesi, autore di Dieci Inni alla Morte (Nuova Provincia 2009, ora ripubblicato in Lotta di Classico con un progetto grafico di Massimo Sannelli). E perché decuplicare e non limitarsi alla singolarità di un solo Inno alla morte, come Ungaretti in Sentimento del tempo? E ancora: Novalis, quello degli Hymnen an die Nacht in morte dell’amata Sophie, nei quali la morte predisponeva a una rinascita spirituale. E dove l’autore esordiva definendo l’uomo «lo splendido intruso» nel mondo terreno del quale non è parte, straniero alla luce che è regno inespressivo delle apparenze e che mai ravviserà l’infinito. Ipotizzo che Novalis sia una figura magistrale per Veronesi. Dei Dieci Inni parliamo dieci anni dopo: come sempre, tout se tient… Una volta scrisse: «Come la musica delle stelle si rifletta sulla pagina al pari della loro luce muta, è cosa che non sono mai riuscito a dire». Se nella luce vacillano le evidenze, la notte dà profondità. Mi figuro una stanza immersa nel silenzio, che conosce «il fruscio delle carte». E il referente carta è quasi l’unico dato concreto, benché metonimico, rilevabile tra tutti i versi degli Inni, al di là della sovrabbondanza degli archetipi del mondo sensibile, sorpresi nel loro – Leop... continua a leggere

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elogIO della soliTUdine. Castelli di carta di Alberto Teodori
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

I castelli di carta sono il mondo, come già espresso da Alberto Teodori in Per non apparire, e forse anche in altri luoghi, vista la sua tendenza a ritestualizzare e rilanciare certo suo déjà écrit. Perché ripubblicare il pubblicato? Intanto, trapiantare il passato nel futuro riattualizza uno ieri non esaurito, e che non si vuole esaurire. Ma il vero motivo è che in un autore tout se tient. Dimentichiamo troppo spesso l’accesa sensibilità al tempo di un autore: se è un autore. I castelli di carta sono il mondo, d’accordo. Tuttavia, Sergio Quinzio scrive in prefazione, «castelli di carta sono anzitutto le nostre parole», anche quelle, Quinzio continua, attraverso cui Teodori tende a definire e insieme a dare spessore alla separatezza, a quel «cercare l’ombra di sé stessi» che sembra essere l’esclusivo principio ispiratore delle sue opere. Quinzio racconta che il giovane Teodori aveva tradotto Mallarmé usando lipogrammi in r. Il risultato furono versi «dolci e morbidi». Platone diceva che la rho dà l’idea del movimento (Cratilo). Sopprimerla potrebbe dare l’idea di una parmenidea immobilità, di una soppressione del divenire. Sarà un nesso indotto, costruito, ma quei versi privati della r sembrano trattenere qualche affinità con una esistenza quasi inerte, chiusa al mondo. Un volontario isolamento viene vissuto da Teodori senza concettualizzare il regressivo o ricorrere all... continua a leggere

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In margine alle Myricae di Giovanni Pascoli
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

In margine alle <em>Myricae</em> di Giovanni Pascoli

Nelle Myricae di Pascoli la poesia, seppur per frammenti e illuminazioni, diviene programmaticamente indefinibile punto d’incontro tra realtà sensibile e realtà ultrasensibile, si fa dimensione d’interscambio tra ciò che non è più e ciò che mai più sarà, è invisibile linea che separa e insieme unisce l’inafferrabile unità del tutto. Il poeta, postosi sulla soglia dell’essere già dal titolo, tocca guarda ascolta quanto ad altri è precluso, rimodulando nel suo canto immagini di un mondo ormai trapassato, che parla una lingua arcana e immortale, lingua non tanto a un livello pregrammaticale, secondo la ben nota definizione di Contini, bensì prenatale e ancestrale, iscritta nel cuore delle cose, simile alla circolarità cantata nella quarta ecloga di Virgilio, da cui il termine myricae è preso, in un eterno ritorno. L’intero verso virgiliano (Ecl. IV 2), posto lapidariamente a epigrafe dell’opera, muta il suo senso originale, perché è volontariamente soppresso il non incipitario, e assume il significato di «a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici», così ... continua a leggere

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Autoreferenza ed elogio della conformità
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Il ‘silenzio’ nasce dalle parole, dalla loro perspicuità e pervasività e prende corpo nell’attimo in cui la poesia si fa ascolto, visione di un mondo inconoscibile alla ragione, muto segno di infinite trame che predispone il poeta alla conoscenza; così come da un ‘tempo’ per sua natura incerto, forse perché elusivo, ha vita la creatività. Compito della poesia è comprendere dell’uno la fragilità e restituire il senso del suo mutamento nell’armonia di un ‘reale’ incorruttibile; dell’altro configurarne a posteriori il ruolo attraverso un ‘istante’ fittizio che ne affermi l’esistenza agli occhi della critica e della storia. La funzione del ‘silenzio’ è quella di dare un luogo distante al pensiero in cui potersi sciogliere; del ‘tempo’ quella di restituire – con un artificio credibile – un’immagine percettibile da tramandare ai posteri. Ciò che contrasta visibilmente con l’essenza poetica dello ‘sguardo’, è proprio la decifrabilità insistentemente cercata di una ‘cosa’ per definizione inattingibile perché discreta, appartata, silenziosamente libera dal tempo che si ritiene ne scandisca l’esistenza (che si propone di chiarire i rapporti temporali dei fatti storici, precisandone l’esatta disposizione di ciascuno), lo stesso che lo vorrebbe collocato in un istante transitorio, òntico, riferito cioè all’esistente e non già all’essenza ontologica di questo di cui la poesia prima e il p... continua a leggere

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La poesia in prosa di Libretto di transito di Franca Mancinelli
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

La poesia in prosa di <em>Libretto di transito</em> di Franca Mancinelli

La prosa di Libretto di transito (Mestre, 2018) è poesia che tende asintoticamente, perciò impercettibilmente, a diventare un vero e proprio romanzo laconico o sospeso allo stato embrionale; qualcosa al contempo di contratto eppure articolato abbastanza da non essere contenibile nella misura tipica del racconto. Plasticità o rilievo, per emergere, devono continuamente vincere la resistenza di una misteriosa bidimensionalità che è anche una reticenza, la quale attraversa le cose quasi cancellandole, oppure verificandone l’importanza, oppure ancora costringendole a diventare eventi o a non essere. Viene in mente la paradossalità tangibile del nastro di Möbius che richiama continuamente alle due dimensioni un oggetto dall’interno della sua stessa tridimensionalità. Il soggetto, anche quello in prima persona, è interno all’enunciazione, non ne straborda mai per esistere fuori e prima di essa, rendendosene indipendente come l’a priori della narrazione. Inoltre quando il periodo è costruito alla prima persona, nonostante esso sia sempre breve, il soggetto trova comunque il modo di mettersi a ... continua a leggere

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