Bibliomanie

Francesco Serantini e la classicità dell’epopea minima
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Francesco Serantini e la classicità dell’epopea minima

Molti considerano Serantini autore romagnolo, ma ci sono due fatti che giocano a sfavore di questa collocazione. Il suo stile di scrittura. In un’epoca – fine anni Quaranta e primi Cinquanta – in cui dettava legge il neorealismo letterario, Serantini si presentava con uno stile abbastanza inconfondibile, quello dell’epopea minima, della festa popolare. Fu un umanista che restò fedele alle storie vissute, cantore di un’Italia illustre sul piano popolare e garibaldino. Usò uno stile nuovo e antico al contempo, legato al passato ma bagnato nella modernità della sintesi, amante di una narrativa scorciata e dinamica, rapida e sobria, con un senso ironico e smaliziato della vita, fatto di malinconia e di nitidezza classica. Chi lesse Serantini si accorse che era autore colto, dotato di solide e ampie letture, affezionato ai classici ma ben stagionato con il “locale”: nei dialoghi dei suoi personaggi riesce a mantenere i modi colloquiali, dotandosi di formule dell’uso vivo – sprezzature, anacoluti, dialettalismi – ma sempre classicamente calibrate. Il suo era insomma uno stile inconfondibile, che trapianta... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Le spose sepolte di Marilù Oliva
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

C'è un paese reale, Bedizzole, in provincia di Brescia, dove non esiste una via, una piazza o un vicolo che porti il nome di una donna. Per rimediare pare che la giunta comunale abbia istituito una commissione incaricata di trovare nomi di donne illustri, sostenendo che le denominazioni di piazze e strade contribuiscano a formare la cultura dei cittadini e che siano un potentissimo mezzo di educazione subliminale: tutti li leggono e li imparano e chi ne legge solo di maschili a lungo andare introietta l’idea che non ci siano donne degne di comparire sulle targhe stradali. C'è un paese immaginario, Monterocca, sull’Appennino bolognese, nel quale ogni luogo, monumento o istituzione è dedicato a una donna: via Maria Bellonci, viale Mia Martini, via Anna Magnani, via Gae Aulenti, via Isabella d'Este, fino alla locanda Margherita Hack e alla pasticceria Grazia Deledda. Una Città delle Donne non solo nella toponomastica, ma un luogo ideale governato prevalentemente dalle donne: una sindaca, una vice-sindaca, molte assessore. Il tema utopico della città delle donne è antico, risale a Cristina da Pizzano, nata in provincia di Bologna, vissuta alla corte del re di Francia, più nota col nome francesizzato di Christine de Pizan, che tra il 1404 e il 1405 aveva scritto Le livre de la Cité des Dames, La Città delle Dame, appunto, ambientato in un luogo governato come Monterocca da un manipolo di donne sagge. Comincia con una sfida volutamen... continua a leggere

tag: , ,

torna su

In margine alle Myricae di Giovanni Pascoli
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

In margine alle <em>Myricae</em> di Giovanni Pascoli

Nelle Myricae di Pascoli la poesia, seppur per frammenti e illuminazioni, diviene programmaticamente indefinibile punto d’incontro tra realtà sensibile e realtà ultrasensibile, si fa dimensione d’interscambio tra ciò che non è più e ciò che mai più sarà, è invisibile linea che separa e insieme unisce l’inafferrabile unità del tutto. Il poeta, postosi sulla soglia dell’essere già dal titolo, tocca guarda ascolta quanto ad altri è precluso, rimodulando nel suo canto immagini di un mondo ormai trapassato, che parla una lingua arcana e immortale, lingua non tanto a un livello pregrammaticale, secondo la ben nota definizione di Contini, bensì prenatale e ancestrale, iscritta nel cuore delle cose, simile alla circolarità cantata nella quarta ecloga di Virgilio, da cui il termine myricae è preso, in un eterno ritorno. L’intero verso virgiliano (Ecl. IV 2), posto lapidariamente a epigrafe dell’opera, muta il suo senso originale, perché è volontariamente soppresso il non incipitario, e assume il significato di «a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici», così ... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Perché progettare un nuovo Medio Evo oggi? Riflessioni su un’avanguardistica mostra londinese
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Perché progettare un nuovo Medio Evo oggi? Riflessioni su un’avanguardistica mostra londinese

Il primo marzo del corrente anno, una virtuale capsula del tempo è approdata presso il Museum of the Order of St. John, a Londra. Vi ha portato in mostra un campionario di “scene, visioni e frammenti di una storia alternativa” del Medioevo. Anzi, del TechnoMedioevo, con l’obiettivo di condurre «un’esplorazione audace e avventurosa nell’arte contemporanea», dimostrando «i modi con cui la nuova tecnologia può essere utilizzata per reinterpretare soggetti storici». Ora, già l’unione del prefisso “tecno” con il sostantivo “medioevo” potrebbe prestarsi a qualche malinteso o fraintendimento, parendo forse un azzardo, se non un paradosso, rapportare il concetto di tecnologia e le funzioni della stessa ad un’età che solitamente passa per essere regressiva e fortemente deficitaria sul piano delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche. E non solo di quelle, va da sé. Se poi vi si aggiunge che a postulare l’esistenza di un siffatto Medioevo, alternativo e a suo modo tecnologico – o, meglio, post-tecnologico – sia un gruppo di studiosi, ricercatori, storiografi e artisti consociatisi q... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Perché rileggere Il buon soldato
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Il buon soldato, scritto nel 1913 e pubblicato nel 1915, è uno dei libri più controversi nell’ampia e complessa opera di Ford Madox Ford. Anche se l’attenzione della critica si è principalmente concentrata sulla tetralogia fordiana nota come Fine della Parata, ritenuta il capolavoro di Ford e il punto più alto della sua produzione artistica, Il buon soldato è stato definito dal suo autore – spesso in disaccordo con i suoi critici – come “il libro migliore che io abbia scritto”. Esso effettivamente mantiene intatto oggi, a un secolo dalla sua stesura, il fascino che deriva dall’intricato meccanismo del racconto e dall’ambiguità delle psicologie dei suoi protagonisti. E’ un libro che, scritto agli albori del Novecento, anticipa e annuncia le successive sperimentazioni artistiche raccolte oggi sotto l’etichetta di Modernismo, ma che proprio perché non succube delle esigenze incessanti di stravolgimento delle tecniche narrative, portato a maturazione dal genio di Virginia Woolf e James Joyce, riesce a mantenersi fresco e di felice lettura anche per il lettore contemporaneo. In quest’opera, inoltre, sono portati alla perfezione due aspetti determinanti per l’inquadramento della figura letteraria dell’autore: il primo riguarda la tecnica della scrittura, il secondo la descrizione e l’indagine psicologica dei personaggi. Nel saggio posto a introduzione della sua edizione del romanzo del 1990, ... continua a leggere

tag:

torna su

Dentro La fattoria degli animali. L’amara favola politica di George Orwell
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Dentro <em>La fattoria degli animali</em>. L’amara favola politica di George Orwell

Accostandosi a un libro di George Orwell, occorre tenere a mente due principi che informano la sua scrittura, nonché la sua visione della vita, ossia l’orrore che egli provava per ciò che, ne La strada per Wigan Pier, definì “il dominio di un uomo su un altro uomo”; e la sua inesausta ricerca di una verità che fosse il più possibile obiettiva e non viziata da pregiudizi ideologici. Orwell rifuggiva da qualunque dogmatismo, volendo essere sempre fedele a ciò che vedeva – e pronto a cambiare idea. L’ideale che sempre perseguì è un ideale d’integrità etica e intellettuale: suo fu sempre l'odio verso l’autorità “come la intendo io”, affermò in Perché scrivo (un testo del 1946), ovvero verso un’autorità che, anziché perseguire il bene comune, opera con il solo fine di mantenere sé stessa al potere e gli altri in uno stato di soggezione. Mi piace accostare subito questi principi a quanto Wilfred Owen, uno dei massimi critici della propaganda bellica, morto in battaglia sul fronte francese, nel novembre del 1918, scrisse nell’introduzione (rimasta allo stato d’abbozzo) a q... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Immagini vecchie e nuove di viaggi verso la Luna. Un itinerario comparatistico
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Immagini vecchie e nuove di viaggi verso la Luna. Un itinerario comparatistico

La storia della fantascienza, prima come genere letterario e successivamente come verosimile realizzazione di visionari esperimenti, si lega indissolubilmente alla Luna e al desiderio di raggiungerla. Musa silenziosa, astro narrante, falce d’argento, eterna lanterna, l'ispiratrice di evasioni dal mondo terrestre e di contatti con civiltà aliene è poi diventata obiettivo di conquista e di esplorazione. La narrativa è stata la prima a far viaggiare l'uomo verso il satellite alla scoperta di fantasiose e ibride creature che hanno popolato Selene prima che la tecnologia permettesse di raggiungerla davvero. Luciano di Samosata, nel II secolo d.C., è tra i primi a raccontare di un viaggio alla volta della Luna. La sua Storia Vera, pur parodistica, satirica e surreale, diventerà uno dei primi riferimenti della letteratura fantastica e fantascientifica in quanto descrive con dettaglio tutte le caratteristiche somatiche e sociali dei Lunari, gli abitanti del satellite e sudditi del re Endimione, ispirandosi soprattutto all'opera di Plutarco. Luciano è il primo autore a far approdare, con una vera e propria nav... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Souvenirs de Paris, ovvero una passeggiata a Sandymount
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Saggi e Studi

<em>Souvenirs de Paris</em>, ovvero una passeggiata a Sandymount

Nella tarda mattinata del 16 giugno del 1904, dopo aver tenuto la propria lezione a scuola, Stephen Dedalus sta passeggiando sul litorale di Sandymount. I suoi pensieri sono attraversati da ricordi, che gli balenano nella memoria, e da vivide percezioni, che colpiscono i suoi sensi: la vista delle onde, della torre in lontananza e di una coppia di raccoglitori di telline, il rumore dei passi sugli «scricchiolanti marami e conchiglie» («cracking wrack and shells»), l’abbaiare di un cane, le «tanfate di fogna» che i rifiuti sparsi sulla spiaggia esalano («upward sewage breath»)... Quello che viene offerto al lettore di Ulysses nel terzo episodio (“Proteo”) è il primo, articolato esempio di monologo interiore dopo quelli frammentari di cui sono disseminati gli episodi precedenti: esso fissa il «flusso vitale di una coscienza in cui passato e futuro coincidono nel punto meridiano e focale di un eterno presente»n. E nel passato di Stephen c’è, tra l’altro, un soggiorno a Parigi come ... continua a leggere

tag: , , , ,

torna su

Sulla Giornata nazionale della Letteratura
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Ma è proprio necessaria, una “Giornata Nazionale della Letteratura”? Non sono diventate esorbitanti, quindi invisibili, le “giornate” dedicate a qualcosa di importante? Non stanno trasformandosi in stanchi post-it scritti con pennarelli esauriti? “Ricordati di ricordare”: ma cosa dovevo poi ricordare? Il catalogo, sappiamo bene, genera indifferenza se non è imbandito da un grande autore, ma di Omero o di Gadda ne incontriamo sempre meno. Allora osiamo il calviniano antidoto dell’esattezza e proviamo ad analizzare la formula parola per parola. Giornata – giorno pieno e lungo, “giorno chiaro e sereno” diceva Leopardi, tutto teso a uno scopo, dentro al lungo anno, una festa, segno rosso sul calendario. È di noi umani la consuetudine di segnare giorni speciali, di darci dei segnalibri, dei sigilli, perché nell’indistinto del tempo non riusciamo altrimenti a fermarci a riflettere e a valorizzare. Nazionale è un aggettivo che ci fa bene ripetere. Nazionale, di tutti; tutti coloro che han messo piede – in quanti modi possibili! – sul suolo italiano. Ius soli, appunto: siamo qua, beatamente affacciati o faticosamente abbarbicati su queste rive: Dante già lo diceva (“così s’en vanno su per l’onda bruna…”) E Luzi, un po’ dopo di lui (“file d’anime lungo la cornice…”) Siamo qua, e condividiamo una lingua, e la sua letteratura che è sempre in evoluzione e ci unisce. Letteratur... continua a leggere

tag:

torna su

Per Fosca. Verso una fenomenologia del romanzo breve
di , , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Per <em>Fosca</em>. Verso una fenomenologia del romanzo breve

Fosca di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869) rappresenta con ogni probabilità, nel vario ed eterogeneo panorama della Scapigliatura di un'Italia ancora da farsi, un romanzo d'importanza tutt'altro che secondaria: se, da una parte, appare accogliere parecchi motivi dominanti in questo movimento culturale affatto sui generis, dall'altra si rivela – a ben vedere – tendenzialmente sovversivo persino nell'anarchico "canone" scapigliato, nonché proiettato, talvolta quasi visionariamente, verso tematiche, fermenti e temperie assai posteriori. Uscito a puntate sulla rivista “Il pungolo”, apparve postumo, in volume, nel 1869: Tarchetti morì giovanissimo poco prima di completare il penultimo capitolo, tempestivamente redatto dal fraterno amico Salvatore Farina (1846-1918), che peraltro dall'autore – pure secondo la miglior filologia d'oggi – ne aveva ascoltato meticolosamen... continua a leggere

tag: , ,

torna su

La poesia in prosa di Libretto di transito di Franca Mancinelli
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

La poesia in prosa di <em>Libretto di transito</em> di Franca Mancinelli

La prosa di Libretto di transito (Mestre, 2018) è poesia che tende asintoticamente, perciò impercettibilmente, a diventare un vero e proprio romanzo laconico o sospeso allo stato embrionale; qualcosa al contempo di contratto eppure articolato abbastanza da non essere contenibile nella misura tipica del racconto. Plasticità o rilievo, per emergere, devono continuamente vincere la resistenza di una misteriosa bidimensionalità che è anche una reticenza, la quale attraversa le cose quasi cancellandole, oppure verificandone l’importanza, oppure ancora costringendole a diventare eventi o a non essere. Viene in mente la paradossalità tangibile del nastro di Möbius che richiama continuamente alle due dimensioni un oggetto dall’interno della sua stessa tridimensionalità. Il soggetto, anche quello in prima persona, è interno all’enunciazione, non ne straborda mai per esistere fuori e prima di essa, rendendosene indipendente come l’a priori della narrazione. Inoltre quando il periodo è costruito alla prima persona, nonostante esso sia sempre breve, il soggetto trova comunque il modo di mettersi a ... continua a leggere

tag: ,

torna su

L’esempio di Gianni Brera. Una via d’uscita dalla paraletteratura
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

L’esempio di Gianni Brera. Una via d’uscita dalla paraletteratura

La letteratura italiana, come quelle di tutto il mondo, si è dovuta confrontare con le problematiche che nel ‘900 hanno investito il concetto stesso di letteratura e la figura del letterato. Partendo già dalle teorie di Simmel e poi di Benjamin si è andati riscontrando come le metropoli e la società capitalistica abbiano modificato i connotati dell’individuo e della sua soggettività, arrivando a mettere in crisi il sistema di valori tradizionali e con esso anche la funzione del raccontare la realtà. Le metropoli sconvolgono lo stile di vita dei singoli individui che si devono adattare ad un ambiente regolato da elementi oggettivi ed alienanti come il tempo ed il denaro, all’insegna dell’intensificazione della vita nervosa. La base psicologica su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori. L’uomo è un essere che distingue, il che significa che la sua c... continua a leggere

tag: , ,

torna su
copyright | privacy | credits