Bibliomanie

Sull’identità dell’intellettuale europeo d’oggi
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Note e Riflessioni

Marina Cvetaeva ha scritto: “Tutti i poeti sono ebrei”. Proficuo chiedersi subito, forse, in che senso una figura determinante nella civiltà letteraria russa del secolo passato abbia rivendicato un’identità culturale così precisa – e, conoscendo la Cvetaeva, non si trattava di una mera presa di posizione intellettuale, assunta per affinità o solidarietà da vittima. Ella puntava più in alto.
Analogamente, è oltremodo interessante domandarsi cosa si afferma quando si dice “siamo tutti ebrei”? – o “siamo Charlie Hebdo”. E che significhi – di là dallo slogan e dalla sua efficacissima portata emotiva – assumere un’identità e rivendicare, in virtù di essa, un prototipo esistenziale.
Un’eccellente risposta al primo quesito – e forse anche al secondo – la offre, a nostro sentire, un testo mirabile di Judith Riemer e Gustav Dreifuss, pubblicato anni fa pure in un’egregia traduzione italiana (Giuntina, Firenze, 1994).
Vi si parla di Abramo. Come nessuno ignora, Abramo è il progenitore dei tre grandi monoteismi: dalla stirpe di Sem, figlio di Noè, egli viene prescelto per portare la sua tribù fuori dal paganesimo, ed è colui che sente la voce divina intimargli: “Vattene via dalla tua terra natale”. Via verso una terra promessa dal Dio.
Ci dice psicanaliticamente il volumetto testé menzionato: “La voce del comando, che la Bibbia identifica con la voce di Dio, è in realtà la voce del ‘Sé’. Il comando emana dal centro della personalità inconscia di Abramo. Il ‘Sé’ è l’archetipo maggiore, che fornisce equilibrio e misura, che imprime potenza, agendo come forza trainante – e al contempo come forza che frena e ostacola – dietro a una personalità. Il ‘Sé’ è la sede delle energie individuali e collettive, che agiscono su una persona e la fanno agire: energie che comprendono sia la coscienza sia l’inconscio, che si manifestano come ‘volere’ nel regno del conscio e come ‘impulso’ nel regno dell’inconscio. Perciò la voce di Dio udita da Abramo è la voce che emana dal suo interno, dal suo inconscio. Dio parla ed è udito dall’interno dell’anima di Abramo”.
Dunque, allorché la Cvetaeva afferma che “tutti i poeti sono Ebrei” vuol forse dire che tutti i poeti sono Abramo? In un certo senso sì. I poeti – nel loro colloquio interiore con un Assoluto – sono in un’intima relazione col proprio inconscio, per il tramite della scrittura lirica, che ad esso direttamente attinge, e sono, di conseguenza, i depositari di un ineffabile messaggio di cammino – il “vattene” verso una promessa di dialogo privilegiato con il Dio, di un nuovo Cielo e di nuove terre.
Essi sono unitari, sono gli identici, sono etimologicamente gli individui (coloro che rispondono del proprio io): se è marginale chiedersi da quale civiltà provengano, giacché nessuno ignora che le civiltà sono molte, il “Sé” dell’individuo è viceversa unitario, e contro di esso si erge la barbarie – che è univoca – del nichilismo d’Oriente e d’Occidente. Il nichilismo è la frammentazione dell’io originario, la sua disgregazione nel nulla.

Nel mondo veterotestamentario, la frattura dell’io profondo e agente viene rappresentata nella vicenda della cacciata di Ismaele. Come è noto, Abramo, su richiesta della moglie, esilia nel deserto il primogenito Ismaele, avuto dalla schiava Agar. E con l’allontanamento del figlio compie a un tempo un delitto verso una parte del “Sé” (che il ragazzo incarna, in quanto dono di Dio e segno dell’alleanza con l’Assoluto) e determina un’interruzione nel legame di fraternità con Isacco, secondogenito legittimo avuto tardivamente dal matrimonio con Sarah. Da allora in poi, la relazione fraterna diverrà un rapporto di rivalità e di guerra, fondato de facto sul rancore.
Dio salva Ismaele, ha pietà di lui (la sua estinzione sembra un peso che l’Assoluto, per la salvaguardia della sua unità, non può accettare), lo destina a essere un fratello armato davanti al fratello, affida alla madre il ruolo di progenitrice di moltitudini.
La progenie di Ismaele sarà così di fatto matriarcale. Quella di Isacco patriarcale. Qual è dunque la nostra identità di ebrei, cristiani, musulmani e, soprattutto, d’intellettuali europei che l’assurda aberrazione del terrorismo offende con la sua offerta di morte?
Nietzsche, il più alto araldo (forse) del nichilismo europeo, pone in evidenza che la vendetta permea di significato l’esistenza molto più dell’amore, dando alla vita una prospettiva lineare – la prospettiva del dramma musicale greco, con il suo corollario catartico, da cui la riflessione del filologo prese le mosse. E questo sembra il motivo dominante della nostra storia.
Un’intellettuale tedesca a noi più prossima – Christa Wolf, vissuta nella fornace soffocante della RDT – nel suo ultimo romanzo (l’ultimo prima della morte), La città degli angeli, offre un’interessante chiave di lettura della psiche germanica, ribadendo temi già cari a quel grande antropologo (e non solo, va da sé!) che fu Elias Canetti: l’ossessione del popolo tedesco è quella del controllo totale come espressione di un irrefrenabile impulso all’auto-controllo. Si allude, fra l’altro, alla frustrazione per la mancanza di controllo sul proprio vissuto, cioè all’impossibilità storica di lavare l’onta della sconfitta, nonché all’umiliazione ad essa seguìta, che colpì la Germania dopo la “grande guerra” e fu il terreno malato sul quale allignò mefistofelicamente l’antisemitismo.
Elémire Zolla, in uno scritto del ’60, dice che dell’antisemitismo, primariamente “la forma ossessiva e delirante si trova fra artisti misconosciuti, giornalisti che non riescono a scrivere articoli vendibili, imprenditori ostacolati nelle operazioni di credito bancario”. E la forma più violenta e organizzata si sarebbe stabilizzata storicamente nel crollo economico di quella società mercantile che aveva visto sorgere, nell’interno delle comunità ebraiche europee, i massimi esponenti della finanza: “è durante la crisi dell’economia industriale tedesca nel 1873 che l’antisemitismo diventa materia di manipolazione politica, cioè nasce l’antisemitismo moderno”. E ci risponde con Massing: “il piccolo borghese procurò di compensare la mancanza di potere politico, ribadendo penosamente le sue prerogative sociali, e le ideologie razziste servono assai bene a dare uno status sociale a chi se ne sente privo”.
Quale sia oggi lo status sociale dell’europeo (del cittadino europeo medio, in quanto lo status dell’intellettuale è quello di una élite e, dunque, è ontologicamente u-cronico) ha da essere verificato rispetto alla status politico dell’Europa. Di fatto, è unita da una semplice moneta di scambio, ferita a morte da una crisi economica forse senza uguali, scissa fra dicotomiche istanze di unificazione politica ed effettiva concorrenza economica negli stati membri; ancora, è patentemente multietnica, ma dilatata in periferie prive di centri parziali e, di conseguenza, di status sociali adeguati alla presente molteplicità di culture.
Le immagini della marcia pacifica tenutasi a Parigi a seguito di due attentati da parte di terroristi islamici contro la redazione di un giornale satirico e un negozio ebraico sono immagini eloquenti dell’Europa d’oggi: capi di stato mediaticamente schierati, ma discordi sulle possibili strategie di contenimento di tali fenomeni. Fra la folla, una sovrabbondanza di cartelli dichiaranti l’assunzione d’identità delle vittime, un’assunzione collettiva dell’identità dei colpiti, nonché cartelli con impressa la parola (grande quanto terribile…) Liberté.

La libertà di parola (e di pensiero, beninteso) è il cuore fondo del testamento dei “padri costituenti” di un’Europa politicamente coesa contro ogni dogma oscurantista, ma essa sembra esser stata gravemente colpita una volta ancora. D’altro canto, ogni libertà è monca (e rischia così di cedere al libertinaggio o, peggio, alla licenza) senza la fraternità e l’eguaglianza.
Liberté, egualité, fraternité. È la triade semantica che apre l’età moderna, quella, va da sé, delle due grandi rivoluzioni. Già il “totalitarismo” napoleonico farà presto piazza pulita di due termini di questo programma ideologico, l’eguaglianza e la fraternità, concentrando tutto sulla libertà e facendo cadere dentro questo vuoto simulacro proprio l’ipotesi quasi numinosa di un regno di giustizia e solidarietà che gli altri due termini auspicavano. Ci vorranno due guerre mondiali e, anzitutto, la tragedia imperdonata del nazionalsocialismo onde porre nuovamente nell’animo di quella élite storicamente continua di illuminati intellettuali europei l’utopia possibile di un’Europa politicamente unita e solidale.

Se si vuole dunque far luce sulla motivazione reale di fenomeni di regresso sociale che sfociano nella brutalità organizzata (e, di conseguenza, un antidoto a questi), la genesi va ricercata nell’inconscio collettivo dell’Europa, nelle sue ferite mai rimarginate.
La frattura della fraternità che colpisce l’io di Abramo – di cui ci siamo già avvalsi in forma figurale come rappresentazione di un “io” collettivo, che ha investito il continente culminando nel dramma della deportazione di milioni di cittadini – si ripropone, e viene ancora una volta dal cuore davvero pulsante delle nostre periferie, quantunque gli attori siano etnicamente diversi. Il dibattito politico contemporaneo è paralizzato nelle lande estenuanti dei bilanci economici, e il lavoro principale dei servizi segreti nazionali, di fatto, rimane quello dello spionaggio industriale, non certo quello del controllo delle derive ideologiche e dei loro possibili epiloghi tragici, dannatamente irreversibili.
La ricerca di una stabilità economica dei paesi più ricchi si traduce in un’istanza di controllo sui bilanci finanziari degli stati membri, che prevarica e annulla le istanze etiche che animarono la costituzione sostanziale dello stato europeo, nata in larga misura dall’esigenza di ricucire le ferite e le cicatrici lasciate nell’inconscio collettivo – e nel tessuto sociale – dalla seconda guerra mondiale. I paesi economicamente più fragili (o infragiliti dalle azioni nefaste e nefande del loro corpo politico corrotto) vengono condannati alla povertà grave e diventano, nel contempo, fervida fucina di estremismi di continuo rinnovati.

Circa poi le nostre periferie più lontane dai centri del potere economico e politico, nonché scevre di un’autentica tensione al bene e alla giustizia (sostanziale), vivono e operano individui che, figli saturi di un rinnovato nichilismo dell’impotenza europea, sono pronti ad abbracciare l’altro nichilismo (un nichilismo della volontà, questa volta) aggressivo, distruttivo e autodistruttivo, sovente animato da frange religiose devianti e del tutto irresponsabili.
L’Europa si trova a dover fronteggiare, allora, una nuova forma di nichilismo, diverso da quello che portò alla catastrofe irrimarginabile della Shoah, che era di matrice evidentemente esplosiva: il nichilismo di un lento crollo delle economie consolidate, che porta a una diminuzione del benessere collettivo senza tuttavia giungere a quell’attrito foriero, quasi necessariamente, di scontri devastanti che i potentati economici si guardano bene dal provocare, offre un insieme vuoto a quell’altro tipo di nichilismo (quello del nietzscheiano Wille zur Macht) che è, viceversa, una forza di fatto esplosiva – e nella quale, si noti, è ben più facile a un individuo senza status identificarsi.

Noi siamo l’Europa senza pena di morte. L’Europa che non trucida i carnefici, che non tortura, che ha nella sua costituzione la difesa del senso più alto di umanità. L’antidoto ad ogni forma di nichilismo suicida è nella nostra memoria, è la preminenza del senso di fratellanza e di solidarietà fra individuo ed individuo che ciclicamente è necessario ribadire per ricompattare la coscienza collettiva nell’idea dell’univocità del diritto al bene. Questo va fatto in primis con un reale innalzamento dei livelli qualitativi dell’istruzione primaria, antitetico all’espansione quantitativa della scuola pubblica e al suo infiacchimento tematico e metodologico, nonché alla sua conseguente ghettizzazione. E va fatto perseguendo un innalzamento nei contenuti della cultura media e preservando la cultura alta con un rinnovamento delle accademie, concentrate paradossalmente (e criminalmente) – nell’ultimo ventennio – più sugli strumenti per la veicolazione del sapere che non sui contenuti sapienziali stessi e sul loro portato ontologico e morale e, dunque, sulle loro ripercussioni ideologiche.
Gli accademici che, nell’essenziale, frammentata parabola speculativa nietzscheiana, venivano definiti “filistei colti” erano null’altro che il sintomo di un mondo della “cultura alta” sclerotizzato nella sua autoreferenzialità, e dunque impermeabile ai mutamenti epocali, e di una conseguente deriva della “cultura bassa” e del suo senso comune, dovuta, in buona parte, a un’abdicazione del pensiero forte corrente dai suoi doveri di guida.
D’altro canto, occorre un’unità del diritto europeo e una conseguente unitaria e certa applicazione delle pene. È certamente possibile – ed è forse l’unica soluzione auspicabile – che gli organismi di governo europei escano dai particolarismi nazionalisti e si diano una reale unità economica, politica, legislativa.

Dobbiamo augurarci, ancora, che l’Europa sia fiorente di moschee, sinagoghe, chiese, luoghi di culto e di cultura nei quali si coltivi la riflessione teologica e teoretica attorno al senso più alto dell’umano. Ma quelle moschee, sinagoghe e chiese ove si predica l’odio dell’uomo verso l’uomo vanno irrevocabilmente chiuse, e i reati di propaganda di odio puniti con la massima severità.
L’Europa non va verso uno scontro di civiltà, ma è necessario ribadire chiaramente che è già in atto uno scontro fra le civiltà, che sono molteplici e tendono, quando sono unanimi, a perseguire la giustizia, ad essere la Civiltà e le barbarie disgregate, confuse, violente che, se non opportunamente intercettate e fermate, determinano la fine di ogni forma possibile di bene.
Il ruolo degli intellettuali, specie di coloro che pensano in forma di parole, è quello di convertire: convertire l’insulto in raziocinio, convertire la violenza in legittima rivendicazione di uno status di umanità, nonché determinare pensando, scrivendo, agendo nelle comunità l’orientamento ideologico proficuo che dovrebbe sottendere ogni azione delle forze politiche; assurdo infatti, oggi forse più che mai, imbracciare la spada di Goffredo di Buglione, per quanto desiderabile sia – almeno esteticamente – imbracciare la spada a difesa di un innocente.
Bisognerebbe invece sposare il pensiero di Hannah Arendt, ebrea, perseguitata e, soprattutto, uno dei massimi filosofi del Novecento che, analizzando sottilmente l’azione del Cristianesimo, individua nel perdono che esso porta, unico, sulla scena della dialettica occidentale l’eccezione teoretica a grandi, abissali dottrine: il perdono è l’inaspettato, che concilia la linearità della storia e la ricongiunge alla sua origine.
Neppure chi ci insulta o ci ferisce – a esempio – va colpito, poiché la giustizia è al di sopra dell’uomo e al di sopra del senso di vendetta. Tale il principio di libertà che spira nell’Ebraismo dell’alleanza, nel Cristianesimo della riconciliazione e nell’autentica fede musulmana, una libertà intima alla prossimità genuina dell’altro1.

Note

  1. Questo saggio costituisce una rielaborazione dell’editoriale del numero monografico della rivista “Clandestino”, dedicato all’identità dell’intellettuale europeo.

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