Bibliomanie

Vaticano e III Reich: una relazione difficile
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Vaticano e III Reich: una relazione difficile

1. L’afasia papale: il dolore silenzioso…
Uno dei grandi dilemmi storici del XX secolo riguarda senza dubbio le reticenze di Pio XII, Eugenio Pacelli (1876-1958), e della Santa Sede in generale, di fronte alle atrocità compiute dal III Reich. Come una vera e propria nevrosi, questi eventi emergono con regolarità inesorabile nelle menti di chi si occupa, per interesse personale o professionalmente, di storia contemporanea: una nevrosi è, essenzialmente, uno stato di conflitto emotivo e psicologico irrisolto, che risale a un vissuto doloroso e influenza sensibilmente i pensieri e i comportamenti di chi ne soffre. Non è azzardato il paragone con le scienze della psiche, in quanto la storia è un iter composto da crocevia in cui le nazioni intraprendono una strada od un’altra condotta da menti-guida che, in quanto persone, manifestano comportamenti umani e sono, di conseguenza, affetti dalle medesime problematiche interiori.
L’afasia di Pio XII, ovvero la sua impossibilità di esprimersi pro o contro Hitler, divenne per il papa stesso una vera e propria nevrosi, che non riuscirà mai a risolvere nel corso della lunga sua esistenza. Ben note la serietà e la morigeratezza di Eugenio Pacelli, la sua indubbia statura culturale, la sua rara capacità di fondere sapientemente conoscenza e diplomazia in ambito canonico, ecclesiastico e internazionale; egli, tuttavia, soffrì sempre di questa patologia segreta, e fu quasi costretto ad agire secondo modalità che gli attirarono, nel tempo, sia critiche sia elogi. Ma egli stesso dovette soccombere all’impossibilità di parlare delle ragioni profonde che influenzarono le azioni del Vaticano nei confronti del Reich germanico.
Un’afasia che era, di fatto, un dolore silenzioso, la conseguenza di aver piena consapevolezza che il silenzio e una mancata condanna di Hitler si sarebbero tramutate in dolori immani per le popolazioni coinvolte, nonché in successive condanne nei confronti della cristianità. Il sostegno che il Vaticano diede agli oltre ventimila SS fuggiti dalla Germania con il passaporto falsificato da funzionari della Santa Sede, i versamenti nelle casse dello IOR di buona parte dei proventi in oro dai campi di sterminio, le gravi responsabilità della Santa Sede nei confronti della Croazia di Ante Pavelić, dove suore e frati si resero responsabili di eccidi di sconcertante efferatezza1, sono eventi che contribuiscono a rendere ancor più fosca la storia di un uomo essenzialmente solo, con un peso immane sulle spalle, il cui sorriso era così raro e, pure per questo, così prezioso. Un uomo che riuscì a convivere, probabilmente, con la lucidissima coscienza delle proprie azioni, un papa il cui doloroso silenzio pesò sul suo percorso esistenziale e istituzionale come un macigno.
Il giudizio storico riguardo all’operato di Pio XII ha generato essenzialmente due fronti contrapposti: da una parte, gli studiosi di orientamento cattolico, che tendono a considerare i silenzi relativi di Pio XII nei confronti della Shoah come un mezzo necessario ed efficace per evitare ai cattolici in Europa ulteriori sofferenze; da parte opposta, alcune frange di studiosi ebrei e di altre matrici ideologiche si sono opposti per anni – e talora con veemenza – a questa versione dei fatti, presentando dati inoppugnabili. Il pontefice, infatti, riceveva rapporti precisi dai suoi vescovi, che vivevano in tutt’Europa, circa i maltrattamenti subiti dagli Ebrei e da altre minoranze; inoltre, è accertato che dal 1942 il Vaticano era a conoscenza di un piano di sterminio sistematico del popolo ebraico.
La leggenda sul cosiddetto Papa di Hitler2 e sui silenzi di Pio XII in merito all’Olocausto degli Ebrei va senz’altro ridimensionata, ma con alcune precisazioni: più volte il pontefice tentò una mediazione diplomatica e mostrò, nei suoi discorsi e nelle encicliche, preoccupazione nei confronti soprattutto dei cattolici europei, ma anche delle popolazioni sofferenti a causa del regime hitleriano.
Ancora, ci furono più voci cattoliche – in primis i vescovi, specialmente in Olanda, Francia, Belgio e Lussemburgo – che si alzarono onde protestare contro Hitler e le sue disumane leggi razziali. Ciononostante, in Germania è accertata la quasi totale adesione dei vescovi e delle organizzazioni cattoliche al III Reich. Si tratta di una nazione in cui stava accadendo qualcosa di unico nella storia contemporanea: nei culti di massa e nelle case private, Cristo era sostituito da Hitler, le feste religiose tradizionali erano sostituite da quelle del partito unico e i rituali neopagani collettivi profetizzavano l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale ariano orchestrato dal Führer.

2. Opposizione e adesione
In questo contesto peculiare, dove la politica si mescolava al misticismo nazista, la firma vaticana del Concordato da parte dell’allora Segretario di Stato Eugenio Pacelli sottomise le organizzazioni cattoliche all’autorità di Hitler. Questa serie di comportamenti all’apparenza discordanti, in cui una ferma opposizione alle tematiche di base dell’insegnamento nazionalsocialista si mescolava alla completa adesione al Partito, è comune in tutto il periodo che va dai primi successi di Hitler al 1945; per esempio, già nel 1941 il vescovo di Berlino Preysing aveva presentato una lettera pastorale redatta da altri quattro vescovi, in cui denunciava il programma di eutanasia – poi denominato Aktion T4 – con cui il III Reich desiderava sterilizzare e in seguito eliminare fisicamente i disabili, e protestava contro le violenze senza processo operate su cittadini tedeschi. Questa lettera, tuttavia, non fu approvata dalla parte hitleriana della chiesa tedesca, guidata dal vescovo Bertram, che rappresentava la maggior parte del cattolicesimo in Germania.
La lettera di Preysing è un chiaro esempio della situazione del cattolicesimo, ma anche delle altre confessioni tedesche in genere, sotto il III Reich: nonostante alcune sparute voci cristiane si fossero alzate in favore di chi soffriva, la quasi totalità dei cattolici tedeschi salutò Hitler come il Messia del loro paese e sostenne apertamente il regime.
L’unico gruppo a evitare ogni coinvolgimento politico e religioso in Germania furono i Testimoni di Jehovah (o Bibelforscher, come erano conosciuti in Germania) che, a causa della loro inflessibile opposizione al regime furono tradotti in massa, benché ariani, nei campi di concentramento di tutt’Europa. Per loro sarebbe bastata una semplice firma su una dichiarazione di abiura per essere liberati, ma, quasi novelli stoici, essi rimasero incrollabili e coerenti – rarissime le eccezioni. In Germania e in Austria in generale non vi furono organizzazioni o gruppi che assunsero una simile posizione neutrale. Al contrario, vi fu un’entusiastica partecipazione alla vita della nazione e il regime usò sapientemente questa energia nazionale, sostituendo gradualmente la religione tradizionale con una nuova forma di culto, le cui radici si allargavano in un sostrato apocalittico-pagano, che poco o nulla aveva a che fare con il cristianesimo.
Il dilemma morale che Pio XII dovette affrontare non fu di facile soluzione, e in realtà non fu mai risolto: egli si limitò diplomaticamente a velate precisazioni e non condannò mai apertis verbis l’operato di Hitler né il nazismo, pur sapendo esattamente ciò che accadeva nei campi di sterminio.
La sua afasia riguardo a Hitler può apparire, come accennato, un’autentica nevrosi, un conflitto insoluto che, proprio per questo, torna regolarmente a bussare alle porte delle coscienze.

3. Nuovi strumenti d’indagine
Va detto che il Vaticano ha da tempo messo a disposizione di chiunque i documenti relativi ai rapporti tra la Santa Sede e le altre nazioni europee: sono rintracciabili alla pagina Atti e Documenti della Santa Sede Relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di un archivio di grande interesse per lo studioso, e che in parte conferma la conoscenza da parte della Santa Sede della persecuzione ebraica nei campi di concentramento. L’importanza di tale archivio risiede nella meticolosa descrizione, attraverso lettere, relazioni e resoconti puntuali, delle visite di ambasciatori e capi di stato al Vaticano, nonché degli incontri della diplomazia cattolica con le più alte autorità dei paesi europei, statunitensi e di altre nazioni.
Tutto questo materiale offre un affresco genuino non solo dei vari stati d’animo, in un periodo denso di cambiamenti come gli anni ’30 e ’40, ma altresì un’immagine piuttosto precisa dei rapporti fra le diverse diplomazie durante il secondo conflitto mondiale, donde si evince, fra l’altro, la profonda preoccupazione di Pio XII e del suo milieu, tutti intenti a mantenere un delicatissimo equilibrio sia con il III Reich sia con tutte le potenze impegnate nel conflitto mondiale.
Il materiale di pubblica consultazione a disposizione degli studiosi ci descrive un Pio XII fortemente in ansia, preoccupato non solo della possibile invasione del Vaticano da parte delle forze tedesche, ma anche della vita dei milioni di cattolici in Germania: da padre e guida spirituale del cattolicesimo, non poteva tacere di fronte all’orrore che era ormai manifesto durante la guerra, ma lo fece nel suo stile quanto mai prudente e… sfuggente.
In diverse occasioni parlò in favore delle moltitudini di oppressi e di minoranze etniche che soffrivano terribilmente in Germania e in Austria, come pure in tutta Europa, e in alcuni casi si adoperò per loro, aprendo i monasteri e le diocesi all’accoglienza dei più deboli. Tuttavia non vi fu una sola dichiarazione pubblica di condanna, né una scomunica di Hitler (che era cattolico battezzato), né, tantomeno, una parola di denuncia riguardo ai campi di sterminio.

4. Sulle due tesi principali
Come già accennato dianzi, gli storiografi hanno avallato, fondamentalmente, due tesi. La prima, sostenuta da fautori di Pio XII – studiosi perlopiù di fede cattolica, ma anche da qualche apprezzato intellettuale ebreo – spiega il silenzio di Pio XII come una necessità forzata, dovuta al fatto che i danni conseguenti allo schierarsi apertamente contro Hitler sarebbero stati terribili (e irreversibili) per le ritorsioni contro i cattolici di tutt’Europa. Questa tesi vede il papa come baluardo degli Ebrei e delle popolazioni sofferenti.
L’altra tesi, invece, valuta la mancanza di polso di Pio XII come una sorta di silenzioso assenso, specie fondandosi, come già rilevato, sul fatto che il Vaticano era a conoscenza dell’Olocausto e non fece de facto alcunché per impedirlo.
Entrambe queste posizioni scientifiche presentano, naturalmente, delle prove storiche e filologiche; si nota tuttavia, in alcuni casi, una mancanza di obbiettività nel considerare tali fonti. Qui si entra in un’area alquanto spinosa, in cui non è facile, in primis per gli studiosi cattolici, mantenere una visione imparziale, osservando la propria guida spirituale con il giusto distacco – peraltro necessario a ogni storiografo degno di questo nome. Va precisato, d’altro canto, che lo schieramento ideologico opposto spesso manifesta una carenza analoga, vedendo alle volte l’operato del Vaticano in una luce palesemente tendenziosa.
L’esperienza insegna, peraltro, che qualsivoglia influenza ideologica – specie in ambito contemporaneistico – è molto più potente e perniciosa di quanto si possa immaginare; e, tornando a quanto ci sta ora a cuore, essa potrebbe generare un problema senza soluzione, velando (colpevolmente) la verità storica o forzandola ad adattarsi a un alveo diverso da quello che le è proprio.
Il comportamento di Pio XII, ben diverso da quello del suo predecessore, fu piuttosto trasversale, accomodante, disposto al compromesso e, talora, persino nebuloso e poco chiaro, ma si comprende, col senno di poi, la sua necessità di evitare danni maggiori condannando pubblicamente Hitler. Questa sua ponderata strategia, tipica del consumato diplomatico che Pacelli era sempre stato, ha avuto l’effetto di generare incomprensioni, e una difficoltà notevole nell’interpretare le sue scelte.
La maggior parte dei dubbi, a ogni livello, svaniscono però quando vengono presentati ulteriori fatti e prove, che illuminano meglio una situazione piuttosto confusa e contribuiscono a soffiar via la nebbia che circonda alcuni comportamenti della Santa Sede negli ultimi secoli.
Un’ulteriore, cupa annotazione. I crimini compiuti dal governo ustascia in Croazia e lo sterminio di almeno 700.000 serbi nei campi di concentramento croati fu sostenuto direttamente da vescovi, frati e membri della chiesa, una vicenda la cui efferatezza rientra nella follia omicida più sadica, che stupì le stesse SS, e di cui il Vaticano era a conoscenza, ha contribuito a gettare un’ombra sinistra sull’operato di Pio XII.

5. Verso una risposta soddisfacente
La risposta più appagante al presunto silenzio di Pio XII, alla sua mancanza di polso di fronte alla barbarie nazista, può emergere più chiaramente solo attraverso uno studio dei rapporti tra il Vaticano e il III Reich, e in particolare dall’esame dell’operato della chiesa cattolica durante questi anni così difficili.
Più in generale, il papato ha mantenuto, per buona parte del ’900, una posizione il più possibile neutrale, almeno pubblicamente, evitando coinvolgimenti e sostegni diretti alle attività di una nazione o dell’altra; a ogni modo, conseguenza di siffatto modus operandi fu che – certo anche a causa dei complessi e complicati meccanismi retorici che caratterizzarono tutte le forme espressive che dovettero adottare – diversi pontefici, di fatto, non parlarono a favore o contro la giustizia.
Per esempio, un pur stimabile predecessore di Pio XII, Benedetto XV, fu duramente criticato dagli alleati per il suo silenzio di fronte alle atrocità commesse dalla Germania in Belgio; questo offre un’idea non trascurabile della condotta del Vaticano in entrambi i conflitti mondiali, mostrando la volontà di mantenere una posizione pubblica neutrale. Quanto questa posizione sia stata realmente imparziale è stato ugualmente oggetto di dibattiti e dispute, anche tra gli storici, in quanto, come già sottolineato, la maggioranza dei vescovi cattolici erano in realtà schierati a favore del III Reich (in Germania), del governo nazifascista ustascia in Croazia, del fascismo di Franco in Spagna, giungendo, come vedremo, a prendere le armi e a offrire completo sostegno al nazionalismo di estrema destra.
Più utile dell’esprimere giudizi a posteriori, che in definitiva si delineeranno da soli, è cercare di capire le cause del profondo coinvolgimento emotivo che la Germania subì sotto Hitler e i motivi che portarono il Vaticano alla sua flebile presa di posizione nei confronti del III Reich, sino a firmare un concordato che metteva in ginocchio ogni posizione teologica in obbedienza alla tirannia antisemita del III Reich.
Più proficuo di qualsivoglia giudizio è tentar di comprendere le ragioni che portarono il Vaticano a sostenere la fuga di migliaia di criminali nazisti in Medio Oriente o in Sud America, nascondendoli nei suoi conventi e monasteri per poi dar loro un’identità nuova, grazie ai lasciapassare e ai passaporti vaticani e della Croce Rossa, contravvenendo così a tutte le leggi internazionali al riguardo.
E ancora più importante del semplice giudizio è, con ogni probabilità, verificare la posizione della chiesa cattolica, ma anche di altre confessioni, come la chiese protestanti, di fronte alla questione giudaica: l’esame dei rapporti tra chiesa ed Ebrei dal I secolo ai primi anni ’70 e ’80 di quello passato, anche alla luce delle affermazioni di “Civiltà Cattolica”, la rivista ufficiale dei Gesuiti, evidenzierà punti senz’altro scomodi, ma comunque preziosi.
Il conflitto nella ex Jugoslavia (1991-95) o il dramma del Ruanda e del Burundi (1994) hanno fatto tristemente capire a tutti che la pulizia etnica, il genocidio criminale, l’eliminazione di un’etnia e l’orgoglio razziale, pur nella totale mancanza di scientificità e di realtà di queste definizioni, non sono eventi eliminabili, bensì manifestazioni ricorrenti assai precise di uno stato di malessere che è da sempre legato alla natura umana. All’interno dell’uomo sono presenti sia la tendenza alle più elevate vette morali, artistiche, spirituali, sia le più efferate pulsioni animalesche ed esiste – non certo solo ad avviso di chi scrive – una parte psichica della storia che ha provocato l’Olocausto, le purghe staliniane, le fosse comuni croate e così via.

6. La terra dell’ombra
Il nazionalsocialismo ha permesso alla parte in ombra di manifestarsi e, anzi, ne ha lodato la follia guerriera, identificando una sua cosmologia, un’età dell’oro (ariana, beninteso…), una caduta dalla perfezione originaria (la commistione con razze inferiori), nonché una via di ritorno all’età dell’oro, attingibile purificando eugeneticamente la Terra mediante una selezione di individui perfetti ed abbracciando una via iniziatica di matrice neopagana con una sua sede occulta nel castello di Wewelsburg, in Westfalia 3.
Tutti questi aspetti identificano normalmente una religione, non già un partito politico, e giova a questo proposito ricordare che il segno distintivo del nazionalsocialismo è la svastica o crux gammata, una croce, il simbolo religioso più antico e diffuso della Terra: si tratta, a dirla giusta, della stessa crux venerata dalla cristianità, anche se in una delle sue mille varianti. Inoltre Hitler veniva salutato con lo Heil: come ormai risaputo, Heil Hitler significa, in tedesco, “La salvezza viene da [o appartiene a] Hitler”: era, in pratica, un atto di adorazione di una figura che, nella Germania degli anni ’30, aveva già perso la sua connotazione politica per identificarsi in soter, in salvatore.
Hitler era il Messia inviato dalla Provvidenza per salvare la Germania e farla diventare una potenza mondiale. Himmler organizzò le sue SS sul modello dei Gesuiti, vedendo sé stesso come un riformatore spirituale del nuovo mondo avvenire ariano, circondandosi come Gesù di dodici apostoli (i dodici SS Gruppenführer, o capi supremi delle SS) e creando, nel castello di Wewelsburg, la sede dell’Ordine, che ebbe a definire il suo Vaticano SS.
Bastano questi brevi cenni per identificare chiaramente la peculiarità del partito con cui Pio XII fu praticamente costretto a venire a patti: in verità, esso non era un partito, ma una vera e propria religione, che utilizzava la politica per imporre il Nuovo Ordine Ariano – e una religione che, sondata e studiata approfonditamente, appare sempre più vicina alla chiesa con cui stringe quello che il Vaticano considerò sempre un “patto col Diavolo”, il Concordato.
Nel mio ultimo saggio storiografico – I segreti del Vaticano. La Santa Sede e il nazismo (Cagliari, Arkadia, “Historica”, in corso di stampa) – queste tematiche sono state esaminate con l’ausilio di tutte le fonti disponibili. Una minuziosa indagine sull’antisemitismo della chiesa dal III secolo fino agli anni ’50 di quello scorso, con indagini approfondite sulle pagine di “Civiltà Cattolica”, ha offerto dati preziosissimi, che hanno fatto emergere aspetti insoliti e prima praticamente sconosciuti. Uno di essi riguarda la comunanza di metodologie applicate da chiesa e nazismo, come è possibile osservare nel seguente specchietto riassuntivo.

7. Storia allo specchio
Sintetizzando i dati che sono emersi in questa prima parte, possiamo delineare una lista di elementi ideologici comuni tra chiesa e III Reich:

– Entrambi hanno una “città santa” come sede e, soprattutto, come sede di un culto (San Pietro e il “Vaticano SS”, cioè il castello di Wewelsburg, sede del culto delle SS);
– Entrambi hanno come simbolo la crux;
– Entrambi costituiscono due religioni prima che due nazioni;
– Entrambi spingono il popolo dei rispettivi paesi alla lotta armata al grido di “Dio è con noi”, un motto che i nazisti portavano inciso nelle fibbie delle uniformi da combattimento (Gott Mit Uns);
– Entrambi sono dittature teocratiche, in cui i sudditi obbediscono pedissequamente al rispettivo capo;
– Entrambi odiano la Massoneria, con cui però intrattengono rapporti di interesse;
– Entrambi utilizzano rituali che hanno relazione con il sangue del Cristo, i nazisti solo tra i membri iniziati, la chiesa con la Messa, e posseggono la medesima visione religiosa della storia dell’umanità: Paradiso – caduta dalla perfezione – ripristino dello stato perfetto attraverso un Armageddon e un successivo Regno (o Reich) millenario;
– Entrambi provavano ammirazione per Cristo, giudicandolo di natura divina, e tentano di realizzare sulla Terra il millenario Regno di Dio (o Reich, in tedesco) che, secondo Rivelazione (o Apocalisse) 20, 4-6, sarebbe dovuto durare mille anni;
– Entrambi sostengono regimi di estrema destra: la chiesa sostiene in Spagna Franco, in Italia Mussolini, in Germania Hitler, in Croazia gli Ustascia;
– Himmler crea le sue SS sulla base dei Gesuiti;
– Dopo la guerra, i criminali nazisti vengono fatti fuggire principalmente dal Vaticano, fatto che testimonia il profondo legame della chiesa con il partito nazista;
– Entrambi hanno messo all’indice una serie di libri considerati proibiti;
– Entrambi costituiscono le maggiori forze antisemite della storia e sono colpevoli di enorme spargimento di sangue per eliminare gli Ebrei e altre etnie (residential schools, magdalene laundries etc.): i ghetti vengono ideati dalla chiesa e utilizzati sia da essa che da Hitler;
– Il papa è considerato “vicario di Dio in Terra”, sostituto di Cristo. Hitler è considerato il “Messia della Germania”. Pregevole, a questo proposito, appare lo specchietto riportato in Hilberg e Küng4.
L’opinione pubblica aveva una potenza enorme anche sotto un regime totalitario come il III Reich, Hitler non poteva prescindere dalla volontà di metà della popolazione tedesca che era cattolica, almeno nelle prime fasi del suo cancellierato. Ecco perché firmò il Reichskonkordat.
I vescovi cattolici si opposero in discreta parte a Hitler, ma furono fermati da Pacelli, che era costretto ad agire in tal modo dal Concordato. Una volta istruiti dal Vaticano, i vescovi si adeguarono – alcuni a malincuore, a onor del vero – e sostennero il nazismo perfino nella sua ideologia di guerra di conquista, mettendo la Patria davanti a Dio al grido di “Gott Mit Unst”, Dio è con noi.
È bene ricordare che il testo dell’accordo fra Vaticano e III Reich conteneva la postilla secondaria che fu tenuta segretissima e che riguardava il caso di guerra, l’indizio più chiaro che il Vaticano era perfettamente a conoscenza del fatto che Hitler avrebbe scatenato una guerra mondiale, progetto comunque spiegato molto bene dal Führer nel Mein Kampf, che i Gesuiti, per ordine del papa avevano studiato accuratamente.
Dopo il 1940, a seguito di visioni discordanti e di vere proprie minacce da parte del Governo italiano, Pio XII mantenne una politica il più possibile neutrale e così l’“Osservatore Romano”, che limitò moltissimo il suo cattolicesimo militante. Questo gli attirò severe critiche sia dal Reich tedesco, sia da tutte le altre nazioni: da più parti si esigeva una presa di posizione che il a non poteva assumere.
Ogni tanto, sia Pio XII sia il nunzio apostolico vaticano a Berlino tentavano intermediazioni per evitare la morte di sacerdoti polacchi o di altri sventurati nei territori occupati, ma le cose si svolgevano sempre con estrema cautela e, soprattutto, senza mai condannare i veri colpevoli. Il Vaticano spiegava in note ufficiali che il papa era il padre di tutti i cristiani e, dunque, non prendeva le parti di uno o dell’altro; suo ruolo era quello di guida spirituale e conforto per chi stava soffrendo.
Eppure in tutta l’Europa i vescovi cattolici (specialmente in Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo) si erano apertamente schierati contro il III Reich, denunciando le violenze e le deportazioni nei campi di concentramento, e sostenendo gli Ebrei nascondendoli nei loro monasteri. In Germania ciò non accadde. E nemmeno in Italia, se non negli ultimi mesi di guerra; al contrario, in entrambi i paesi e negli altri in guerra, esisteva, allora come oggi, un cappellano militare che offriva i conforti religiosi e che aveva l’obbligo, come si legge nel Reichskonkordat, di sostenere la Germania e i combattenti. I vescovi e i cardinali cattolici tedeschi incitavano i soldati alla battaglia contro i loro fratelli di un’altra nazione: il tutto in un terrificante caos ideologico che può comprendersi solo alla luce di una volontà di mantenimento del potere acquisito da parte del Vaticano con i trattati con l’Italia e con Hitler.
Se i vescovi tedeschi si fossero opposti a questa linea di condotta sarebbero stati immediatamente arrestati. E, seguendo tale insegnamento dai pulpiti, in Germania la stessa popolazione non aiutò, se non in rari casi, gli Ebrei.
È interessante considerare che Pacelli, mentre da una parte firmò il Concordato con Hitler, ben sapendo che sarebbe entrato in guerra, dall’altra, nel 1940, scrisse ai reali di Olanda, Belgio e Lussemburgo, condannando discretamente l’aggressione – non l’aggressore! –, pronunciando discorsi e scrivendo lettere (tutte più o meno dello stesso tenore): in verità, Pio XII temette, da una parte, d’irritare Hitler e, dall’altra, cercò di accontentare l’opinione pubblica mondiale, che richiedeva recise parole di condanna. Tentò, frattanto, di non scontentare in alcun modo i milioni di cattolici di tutto il mondo.
Il suo stile, simile a quello di un cavaliere che cerchi di tenere i piedi nelle staffe di due cavalli diversi, è evidente altresì nella lettera che stese per i cappellani militari delle nazioni impegnate nei combattimenti tre mesi dopo l’inizio delle ostilità, ossia nel dicembre 1939. Fondamentalmente, Pio XII spiegò che la guerra è manifestazione della volontà di Dio, il quale “sempre volge il Male in Bene”. E aggiunse che la guerra è inviata dalla Provvidenza e che il capo dei cattolici chiedeva ai suoi cappellani, che sostenevano le parti avverse in guerra le une contro le altre, di “sostenere la patria ma, allo stesso tempo, di combattere anche per la chiesa”.
Si può forse affermare, a questo punto, che se Hitler (da cattolico battezzato) fosse stato scomunicato, e con lui i cattolici che lo sostenevano, e se il “capo” di oltre un miliardo di cattolici avesse deciso di seguire precetti evangelici quali “ama il tuo nemico” oppure “riponi la spada al tuo fianco, perché chi prende la spada perirà di spada”, comandando a tutti i cattolici di deporre le armi, non avrebbe avuto luogo la Shoah, e non ci sarebbero stati gli orrori della seconda guerra mondiale.
Le centinaia di Ebrei salvati, alla fine della guerra, da Pio XII nei suoi monasteri stridono di fronte agli oltre sei milioni di persone morte nell’Olocausto, senza dire del milione di Serbi periti in Croazia e di moltissimi altri. In realtà, per poche centinaia di Ebrei nascosti in monasteri, decine di migliaia di loro carnefici furono nascosti in altri monasteri – per poi aver salva la vita in un nuovo paese grazie a un governo compiacente, nonché giovandosi del danaro e dell’oro sottratto alle vittime e conservato (in buona parte) nelle casse dello IOR.
La responsabilità che Pio XII, suo malgrado, si assunse fu immane ed è sinceramente comprensibile che in qualche momento, come uomo, abbia mostrato debolezza. Provò certo profonda pena per le sofferenze inflitte alle popolazioni non ariane ed ebree sotto Hitler e tentò, in un certo qual modo, di salvare diverse migliaia di ebrei. Oltre alle opere caritatevoli compiute alla fine del conflitto, è doveroso render giustizia agli atti di benignità del futuro Pio XII compiuti a favore delle minoranze perseguitate, né va dimenticato che, durante il primo conflitto mondiale, fu lui a portare generi di prima necessità alle popolazioni e ai detenuti nei campi di prigionia in varie missioni di soccorso fisico e spirituale.
In definitiva, non si può davvero affermare che Pacelli sia stato un razzista e un antisemita, o che non abbia fatto nulla per gli Ebrei: egli compì vari passi diplomatici presso alcune delle personalità più eminenti in anni difficili, e parecchie azioni tese a salvare migliaia di ebrei, in particolare a Roma.
Cionondimeno, Pacelli utilizzò sempre espressioni volutamente generiche, parlando di persone sventurate e non di Ebrei, evitando con cura di condannare le azioni di Hitler o di denunciare pubblicamente ciò che stava accadendo, pur essendo informato, almeno dal 1942, dal nunzio di Svizzera Bernardini e da vari cappellani militari italiani in Russia dello sterminio degli Ebrei; nel contempo, “Civiltà Cattolica” pubblicava articoli antisemiti con la sua alta supervisione.
Pio XII, ancora, non condannò mai l’invasione della Polonia e il conseguente sterminio non solo di Ebrei, ma anche di cattolici, laici e religiosi, quando questi avevano chiesto dal capo della chiesa un aiuto tangibile, che non venne mai, se non con vaghe parole di compassione.
Anche per ragioni anagrafiche e familiari, Eugenio Pacelli, da “politico” insieme aristocratico, finissimo e scaltrito qual era, sopravvalutava la funzione dei rapporti diplomatici, a cui Hitler dava poca o nessuna importanza. Inoltre, per Pio XII il vero problema era l’avanzata del comunismo, che considerava molto più importante della questione ebraica.
Nonostante le prese di posizione solide e cristalline di vescovi tedeschi come Galen o Preysing, Pacellli non protestò mai contro orrori come l’eutanasia, l’Olocausto e le mille altre violenze che erano sotto gli occhi di tutti negli anni precedenti il Concordato, o contro le Leggi razziali di Norimberga del 1935, oppure ancora contro la “notte dei cristalli” (1938). Né ci furono – a quanto ci consta – proteste contro le barbare invasioni colonialiste di Etiopia o Eritrea ad opera di Mussolini e così via. Infine, Pacelli giunse a scomunicare, in un’unica soluzione, tutti i membri dei partiti comunisti del mondo nel 1949, ma non scomunicò mai Hitler né alcun altro membro del III Reich…
Non è possibile cambiare ciò che è successo e sarebbe disonesto dal punto di vista storico, morale e intellettuale tentar di edulcorare gli eventi con giustificazioni che non potrebbero reggere. L’afasia dolorosa di Pio XII che, fino ad oggi, ha influenzato il giudizio storico su di essa dev’essere finalmente illustrata a dovere, il conflitto risolto e la nevrosi riconosciuta e compresa, sondandone le cause e trovando così la soluzione più giusta.
Con l’avanzare delle ricerche specialistiche, è ora possibile fornire una risposta alle domande più inquietanti e, anzitutto, alla principale: “Perché l’Olocausto?” Una verità che, per quanto dolorosa, adempie appieno la sua missione storica, come cura e soluzione al dilemma del silenzio di Pio XII.
L’ambiguità nei comportamenti del pontefice emerge dunque in tutta la sua fosca drammaticità. E ci si trova così dinanzi a un capo spirituale che non poteva parlare, a una sorta di “patto col diavolo” che non si doveva firmare ed a molte azioni di cui, ancora oggi, la chiesa non può liberamente trattare, in quanto innumerevoli sono i processi intentati contro gli ordini cattolici dai sopravvissuti croati, ebrei e di altre nazioni che chiedono giustizia e compenso per gli orrori del nazismo.

Note

  1. Cfr. P. Trombetti, La Santa Sede e il coinvolgimento di preti e suore nell’olocausto di un milione di Serbi.
  2. J. CORNWELL, Hitler’s Pope. The Secret History of Pius XII, Penguin Books, NewYork, 1999 (tr. it., Il papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII, Garzanti, Milano, 2000).
  3. Per uno studio approfondito dell’ideologia occulta nazista e una indagine sul campo del castello di Wewelsburg, vedi P. TOMBETTI, Introduzione ad A. HITLER, La mia Battaglia, Gherardo Casini, Milano, 2010 e P. TOMBETTI, L’enigma occulto di Hitler. Il Terzo Reich e il Nuovo Ordine Mondiale, Arkadia Editore, Cagliari, 2013.
  4. R. HILBERG, La distruzione degli Ebrei d’Europa, Einaudi, Torino, 1995; lo stesso specchietto è ripreso da H. KÜNG, Ebraismo, BUR saggi, Milano, 2013, pp. 268-269.

tag: , ,

copyright | privacy | credits