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Sulle tracce di Alfonso Gatto, un salernitano che risciaquò i panni in Irno
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Sulle tracce di Alfonso Gatto, un salernitano che risciaquò i panni in Irno

Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909 da Giuseppe e da Erminia Albirosa. Perdette un fratellino, a cui dedicherà rime tenere e amorevoli.
A Salerno compì gli studi classici e poi ben presto cominciò il suo peregrinare per l’Italia – una costante della sua vita – da Milano a Bologna, da Firenze a Roma, conservando nel cuore la nostalgia (dolore del passato) della sua piccola patria: “Sono venuto a Salerno, a risciacquare i miei panni in Irno… e su queste rive ho appreso la mia bella lingua” (l’Irno è il “fiumicello natio che sbocca in mare ai confini della vecchia città”). Ben nota la serie ininterrotta di spostamenti e di occupazioni, le più disparate, da correttore di bozze a commesso, da bibliotecario a scrittore, da professore a giornalista: è “un fenomeno oscuro il divenire”.
Scrisse la sua prima poesia a vent’anni “in una stanza diroccata” partenopea, mentre a Firenze lavorò alla rivista Campo di Marte, legata all’ermetismo fiorentino, con lo scopo di proporre a un vasto pubblico tutti i generi letterari, Firenze delle Giubbe rosse e di Bargello, a Milano, frequentando Cantatore, Zavattini e Siniscalchi effettuò una crescita personale cospicua, a Roma si curò de L’approdo e si occupò, tempo dopo, del palinsesto culturale della Rai, condotto dall’esigenza di modificare e di perfezionare cifre stilistiche e contenuti, con occhi nuovi su volti antichi.
Si innamorò e sposò la figlia di un suo professore di matematica, Agnese Turco, con cui fuggì a Milano e da cui ebbe due figlie, Marina e Paola. Illuminanti queste sue parole per il suo difficile temperamento: “forse è più dolce piangermi che avermi”. In questa prima fase, in particolare, ebbe scarsi mezzi, e conobbe anche la miseria, per cui sapeva ben cogliere l’essenza della povertà: “i poveri hanno il freddo della terra” e principiò con Isola (1932) la sua avventura di poeta alla ricerca di una grammatica ermetica con un linguaggio a volte lieve, a volte criptico, ricco di frammenti e di spazi vuoti, con la memoria in primo piano, “una memoria velata di rossi coralli”. Certo, questa sua poesia appare colorata e gioiosa: coglierla è facile e immediato, ma – come ha sostenuto acutamente Geno Pampaloni – penetrarla a fondo è molto più arduo.
Amava dire che per lui il primo verso o il primo tratto di colore erano decisivi: “io parto dalla prima stesura del colore, dal primo segno, così come parto dal primo verso”. Il primo verso di Alfonso Gatto mi ricorda “la prima parola” della ricetta cultural-culinaria di Raymon Queneau: “prendete una parola, prendetene due, scaldatele a fuoco lento, versate la salsa enigmatica, spolverate con qualche stella, mettete pepe e fatele andare a vela”.
Nel 1936, per il suo dichiarato antifascismo, patì sei mesi di carcere a San Vittore, e poi sino al 1938 collaborò a Casabella, un periodico di architettura, giusto per sbarcare il lunario.
Nel 1941 ricevette la nomina a professore di Letteratura italiana, per chiara fama, presso il liceo artistico di Bologna, sovente generosa e attenta a cogliere i talenti autentici. Ma l’esperienza petroniana durò lo spazio d’un mattino, perché Gatto volle entrare a far parte del movimento di resistenza, a cui dedicò poi testi molto intensi, consacrati soprattutto ai martiri caduti: basti por mente a Il capo sulla neve o ad Arie e ricordi, con versi sulla morte e sulla guerra. Vibrante il ricordo di un giovanotto della sua brigata, da poco conosciuto: “hanno sparato a mezzanotte, ho udito il ragazzo cadere sulla neve e la neve coprirlo senza un nome”. “La resistenza”, sosteneva, “non è un momento eccezionale dell’essere: essa è all’opposto un tempo che dura, il farsi, nel tempo e nella storia, di una coscienza comune”.
Dopo la guerra divenne direttore di “Settimana” e co-direttore di “Milano-sera”, e poi inviato di peso de “L’Unità”.
Nel 1946 incontrò la pittrice triestina Graziana Pentich e andò a vivere con lei (“la saggezza pigra dell’amore”); da lei ebbe due figli, Teodoro e Leone:

Occhi che parlano
afoni specchi
spargetevi intorno in
frammenti
d’amore e luce.


E ancora: “dal gioco degli occhi che balbettano mi ridi sul petto a colpi di piccoli gridi”.
Teodoro morì prematuramente nel 1963, segnandolo profondamente: “lasci più solo il mondo, ci sembrerà d’udire nell’aria il tuo lamento”. La speranza, il sogno di poterlo riavere è devastante: “irrompi a testa bassa nel ridere, fanciullo, devastaci la vita e un’altra volta vivi”.
Negli anni cinquanta conobbe il fiorentino Piero Vignozzi, alla galleria “L’indiano”, che divenne un suo grande amico, devoto allievo e speciale punto di riferimento per il “nomade salernitano”. È in questo periodo, in particolare con Nella forza degli occhi (1950-1953) che si fondono vieppiù armonicamente ermetismo e surrealismo, marcando l’inizio della sua maturità poetica.
Alfonso Gatto era un grande amante di alcuni sport, del ciclismo – ma non era mai riuscito ad andare in bici per paura di cadere, una sorta di ciclofobia alla Stecchetti – che seguì giornalisticamente con pezzi brillanti e apprezzati, e del calcio.
Gatto viaggiava al seguito del Giro d’Italia, soprattutto per volere di Ingrao che aveva colto la grande utilità per il suo partito e il suo giornale di utilizzare l’estro letterario del poeta-giornalista e l’importanza di un incontro fra lui e la genete, un incontro con i paesi, le piazze, col popolo, con le condizioni di vita di un’Italia stremata dalla guerra, che vedeva la carovana del Giro per la prima volta e l’accoglieva con calore e con gioia, allo stesso modo con cui verranno accolti poi i cantanti del Cantagiro, e come venivano i soldati americani che donavano pure coperte militari, essenziali nei disegni, ma calde oltre ogni dire, accolte dalla popolazione come una manna dal cielo, e sotto le quali anch’io ho magnificamente dormito nella mia fanciullezza. L’auto stessa su cui viaggiava Alfonso Gatto era l’auto del PCI, l’auto del partito, l’auto della vicinanza del partito alla gente, l’auto che incrociava i compagni nelle strade e nelle campagne, sventolando fazzoletti e bandierine, è il filo rosso che univa la capitale e le grandi città del nord alla periferia del paese, era la porta d’ingresso verso una realtà, verso una società e una dimensione politica diversa: era l’inizio di un sogno!
La voce che non sapesse andare in bicicletta si era diffusa rapidamente nella carovana, e i corridori lo prendevano benevolmente in giro: “sembra un vecchio campione, ma è solo un posa-piano, a casa ha un triciclo”. Persino Fausto Coppi, che “è un buon ragazzo”, gli si avvicinò per dirgli: “perché non cerca d’imparare? Se vuole al pomeriggio le insegnerò io”. E così i due si incontrarono, parlarono di tante cose, delle loro vita, dei loro amori, e alla fine però il poeta fu costretto a provarci, ma, nonostante i generosi aiuti del celeberrimo istruttore, non ci riuscì, anzi supplicò a più riprese di farlo scendere. Ai curiosi, che si erano fermati divertiti ad osservare la scena, gridò che però, in compenso, sapeva nuotare… le sue parole caddero tuttavia nel vuoto, nella derisione generale: “cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare”. Chi cadde davvero fu Bartali, nel maggio del ’48, sulla Porretta, ma in quell’occasione, per il poeta-viaggiatore, “fu Belzebù a far cadere Bartali”.
Era inoltre un grande tifoso della Salernitana, in serie C, “Salernitana, antica gloria minorile del Sud, stretta tra un Napoli da scudetto e un Avellino ancora più verde di promesse” e del Milan, in serie A, e scrisse numerose poesie sul gioco del calcio.
In particolare in Aria del Sud (1975) elevò un inno alla sua salernitanità e alla locale squadra di calcio che militava in serie C da vari decenni: “Voglio bene alla serie C, sono nato, cresciuto e pasciuto con la serie C e non ho mai dubitato che, a parlare di noi laggiù, era l’Italia tutta. La Salernitana, che arrivò persino al salotto dei Grandi, ebbe in una piazza d’armi, il suo primo campo. Io voglio bene alla mia serie C, agli eroi di casa”. Ne La partita di calcio il gran portiere giallo della squadra del quartiere si chiamava Boccaccio e stava all’erta come un gallo. Sembrava dire, qua sul petto ogni palla è mia, ma poi cominciò a prendere gol a ripetizione: “Oh, son quindici con questa – gli gridò dietro la folla – tappabuchi, pastafrolla, vai a guardia di un portone. E difatti il buon Boccaccio, col berretto e col gallone, mani pronte e spazzolone, oggi è a guardia d’un portone dove passano persone che fermare egli non può dieci venti cento e più”.
Una volta, in una lettera al suo idolo, Gianni Rivera, fece un brillante paragone fra calcio e poesia: “Il calcio è come una poesia, un gioco che vale una vita. Anche il poeta ha il proprio campo verde, ove parole, colori, suoni vanno verso l’esito felice. Fa anche lui gol o lo lascia fare, dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di aver colpito nel segno”.
In realtà, per questo “zingaro impulsivo” (Vignozzi), la poesia è dove non c’è bisogno di capire e dove già si è capito, collocandosi nella scia della poesia, per così dire, melodica di Salvatore di Giacomo, peraltro mai disgiunta dalla visionaria vena ispiratrice del diletto Rimbaud. Per Gatto la poesia appartiene “agli uomini che non si difendono, che passano nella vita, lungo tutta la vita, senza appropriarsene, amandola anche per gli altri che credono di averla spesa”. In lui vi era la voglia disperata e spasmodica di vivere, e non solo di esistere. Per essere veramente poeti, ovverossia uomini, “bisogna guardare all’essere, più che all’avere”, tenendo presente che l’amore e la morte si tengono compagnia e che “la contemplazione dell’amore e della morte sono nel nostro sguardo, sono il nostro sguardo”. Il poeta

si consuma e si sveglia,
negli altri si popola e si chiama,
e nulla possiede
che non abbia già amato e perduto.


Per Alfonso Gatto la luna, l’alba, il sole (come non ricordare l’autentica adorazione filosofica per il sole di Arturo Reghini!) hanno uno spazio primario – “Milano a mezzogiorno è già crepuscolare” – o come in Un’alba: “Come è spoglia la luna, è quasi l’alba. La tua città deserta, appena un trotto remoto di cavallo, l’attacchino sposta dolce la scala lungo i muri in un fruscio di carta”. Il mare anche lo attanagliava, come la morte: “il mare che si va calmando nella sera, specchio in cui riposano i morti”. La morte era per lui “il vino dei poeti, il loro modo di ubriacarsi alla vita”, e secondo Carlo Muscetta, il poeta aveva una vera e propria fede nella morte “come affermazione e conquista di vita individuale”. Anche la notte gli era cara perché gli ricordava la voce rassicurante del padre: “Com’è bella la notte e com’è buona ad amarci così con l’aria in piena fin dentro al sonno”.
Costante la sua cura per i bambini, appassionato riflesso delle morti del fratellino e del figlio, con marcette:

Notte nell’aia
il cane abbaia
la luna è sola,
non c’è parola
bella così


e girotondi con davanti a tutti Gerardo e Teodoro:

Ho preso tutti i bambini per mano,
andiamo in corsa per la città.
Il cielo è netto col mare d’inverno,
il sole odora di pane croccante.


Del resto, i bambini sono i soli che “s’appoggiano ai ginocchi per vedere, dentro lo sguardo illuminarsi il sole, di là da sé, nel cielo, le bambine ai fili luminosi della pioggia si toccano i capelli, vanno sole ridendo con le labbra screpolate”.
Partecipò anche ad alcuni film come comprimario, lavorando, fra gli altri, con Pier Paolo Pasolini, con Mario Monicelli, con Francesco Rosi, e mise a punto, in quegli anni, le sue Rime di viaggio per la terra, rime scritte e raffigurate pittoricamente in acquarelli.
Malgrado i suoi inquieti e continui vagabondaggi era però sempre Salerno il punto di partenza e di arrivo, la città del mare e della luna, “il capolinea del lungo e dolce errore”, il luogo che meglio di altri incarnava la contraddizione di “questo voler partire e di questo voler restare insieme”. Era necessario “porgere la parola a quella terra leggera, alla conchiglia in rumore, al cielo della sera, e ogni cosa che è sola”.
Ma forse per Gatto valeva l’idea di Nanni Moretti, spesso in bilico fra due luoghi, fra Salerno e Roma, fra Salerno e Firenze, e che forse il luogo in cui momentaneamente stava meglio era nel viaggio che lo portava da una posto all’altro. Parimenti però corrisponde al vero la considerazione di Carlo Betocchi, che meglio di lui “nessuno sa identificarsi nel luogo in cui vive”. Per tutta la sua vita durò l’aspra inquietudine fra il restare nella sua materna piccola patria, e andare lì dove tuonava il cannone, per confrontarsi con mari più vasti e per crearsi un orizzonte perennemente da ampliare.
Dopo la terribile alluvione che colpì Salerno e la costiera, il 25 ottobre 1954, provocando 318 morti, 250 feriti e oltre 5000 senzatetto, raccontò con grande partecipazione emotiva e con autentico dolore per la sua terra: “la chiesa dell’Annunziata e la vecchia strada di Porta Catena, fiancheggiata da vicoli saraceni e una volta abitata da piccoli pasticcieri scomparsi col tempo, sono intasate di fango. […] Qui c’era il deposito tabacchi e, più in là, verso i giardinetti di piazza Luciani, il panificio dei soldati che a sera odorava come una casa di campagna. Qui i morti a braccia aperte, nella deriva del fiume, che ha rotto di sotto in su la strada di Fusandola o precipitati con le case dal salto della Spinosa, si sono fermati contro gli alberi, contro i portici del teatro, facendosi raccogliere e comporre nella grande pietà delle prime ore”.
Salerno con un infinito di velata nostalgia: “Salerno, rima d’inverno, o dolcissimo inverno”. Amava alcune vie di Salerno, una città che “abitava dentro, nelle piazze, nelle trattorie, nei caffè, nelle case-rifugio che odoravano di tabacco e di carta amalfitana”. Desiderava passeggiare:

i miei occhi mi lasciano partire
e mi aspettano calmi la sera,


nella zona del porto, per piazza Portanova, per le Fornelle, per via Mercanti, nei pressi della chiesa di S. Andrea, al Castello, nei suoi adorati vicoli, il vicolo della Corte Antica, il vicolo degli Amalfitani, il vicolo delle Galesse, dove era nato, col suo balconcino, “la casa della vecchia passeggiata lungo il mare, perché allora il mare era molto più vicino”.
In vicolo delle Galesse, dove gli artigiani costruivano i calessi, dove il poeta ha abitato al quarto piano nella sua fanciullezza, e dove c’era un balconcino dal quale si affacciava per guardare una ragazzina della casa di fronte di cui s’era innammorato (ma all’epoca spesso un adolescente non diceva questo genere di cose a nessuno, neanche a se stesso), ora spicca una lapide:

In questa casa
educando il suo talento
in mezzo alla gente
Alfonso Gatto
visse la pensosa giovinezza
e si rivelò poeta
nel quotidiano contatto
con gli umili.


Da lì fino al vicolo della Neve, dove anticamente le grotte servivano per conservare e vendere la neve, dove si recava sistematicamente a mangiare, e dove l’oste e il pizzaiolo gli erano grati se, in cambio del cibo, pagava in natura con un aforisma o un disegno su un tovagliolo di carta: “Il vicolo aveva il balcone della puttana smargiassa e quell’odore di nassa di polpo bollito e di limone”.
Quando lo vedevano entrare nella locanda, due posteggiatori intonavano sempre la canzone che amava di più, Chiove, di Libero Bovio. Oggi il vicolo della neve ha le sue frasi e le sue rime attaccate ai muri:

Il vicolo aveva la neve
del dolce nome granito,
un uomo triste che beve
il suo vino appassito.


Si trattava della sua trattoria prediletta, che prende il nome dal vicolo e resiste nel tempo, e che è sempre uguale a se stessa; là, in effetti, il poeta aveva desinato centinaia di volte, da solo, con i familiari, con gli amici e con gli ospiti più cari, e dove aveva trascinato in pellegrinaggio, per l’ineludibile necessità di praticare un alto rito culinario, colleghi e artisti come Eugenio Montale o come Fabrizio De Andrè e dove

In quell’odore di forno,
per qualche sera la vita,
si scalda con le sue mani
e quegli accordi lontani
del tempo che fu.


Penoso stare a lungo lontano dal suo calzone alla scarola, dalla pasta e fagioli allardata, dalla parmigiana di melanzane, dalla ciambotta, dal baccalà con patate, senza dimenticare di terminare il pasto con il babà alla crema, la pastiera di grano o la mitica scazzetta di Pantaleone, che ricorda il copricapo cardinalizio, assaggiata da Garibaldi a Gorbaciov. Fare “le ore piccole” con queste leccornie era per lui il modo più appropriato. “Straniero, se passi a Salerno”, non puoi mancare alla trattoria del vicolo della Neve: questo l’imperativo di Alfonso Gatto… Cibi poveri, semplici, di alta qualità, cucinati ad arte, che si mangiavano con quattro lire e poi alcuni, con due lire, salivano su, a pochi metri, al caseggiato affianco dove dimoravano alcune fra le più rinomate prostitute del vicolo, fra cui la Smargiassa ricordata dal poeta, che invitava gli uomini provocatoriamente a mostrare di che pasta erano fatti: “famm vere’ si si ommo!”
Il rione, il quartiere era il suo mondo, il luogo più bello “ perché ha avuto sempre una grande nobiltà popolare”, i piccoli banchetti delle sigarette di contrabbando, i portieri degli stabili seduti fuori a fumare e ad osservare, donne che lavorano nei vicoli a maglia, venditori ambulanti, l’arrotino, i panni stesi, i gatti, gli scugnizzi, le persone che aveva piacere di ricordare, don Roberto Plaitano, l’intrigante rigattiere, don Peppe, il carpentiere, Reginella, la bella sartina ricamatrice: volti, volti da guardare, volti da rispettare, volti da accarezzare. E poi il chiosco dei gelati a limone, il bar Varese e il Duomo “perché ogni uomo è nato qui con la sua vita e l’ama dentro e la contende ai morti, alle pietre, alle chiese”.
Ancora, andava con piacere a piedi al cimitero di Brignano con la strada “soleggiata e piena di vigne”. Che serenità gli promanava osservare la terra e i campi arati soprattutto quando all’imbrunire si acquietavano: “s’addorme la campagna di limoni e d’arena”. E da lì alla galleria “L’incontro” di Feliciano Granati, dove scriveva i suoi articoli su una macchina gelosamente conservata e dove, “se piombava qualcuno all’improvviso che non gli stava a genio, si nascondeva nel bagno”.
Alfonso Gatto aveva anche una predilezione speciale per la costiera amalfitana, parlava di Maiori e di Minori, di Vietri, anello di congiunzione fra Salerno e la costiera, Vietri che oggi lo celebra anche col suo viale dei Poeti, oltre che di Cetara e di Erchie:

Odorava di ragia, di fragaglia,
la costa di Cetara e d’Erchie sale
nella memoria, tesse i muri, impaglia
le pergole di agrumi: per le scale
dei monti svetta il bianco delle case.


Anche ad Atrani dedicò una bellissima lirica: “Dall’entro della costa all’ampia svolta, verde di casa rosa Atrani bianca, città d’un tempo e d’ogni giorno è colta dalla sorpresa d’essere. L’affranca di luce il suo costrutto per dimore che ascendono murate al vivo illese nel tener per saldo e per nitore terrazze a sghembo, cupole di chiese nelle arcate profonde del viadotto, il mare verde inabissato annera. In alto i vetri del tramonto sotto questo fresco parlare ché già sera”. Ma è la costiera amalfitana tutta che per lui è un vero e proprio diamante:

Un diamante punteggiato
di paesini nati da un sussulto
della terra con case bianche
di luna e il mare come una
piazza rispettato e amato
dall’uomo che vi camminerà
in punta di piedi.


Il diamante prezioso dei racconti e dei versi del poeta ci restituiscono un’immagine appassionata e poderosa della nostra terra che ha fame di un’operosa memoria e della buona vita della gente:

Le case tranquille
sognanti la rosa
vaghezza dei poggi
discendono al mare
in isole, in ville
accanto alle chiese…
Ora l’onesta e lucida struttura
della fatica sembra la natura
stessa che ride e dà giardino al pianto.


Del poeta, Eraldo Miscia diceva che “il suo è un volto vissuto, con le traccia di un’antichità concentrata, l’esemplare unico di una specie perduta”, mentre Camilleri ricorda le serate trascorse con lui come quelle in cui si è divertito di più, perché era “’ngazzoso”, si arrabbiava violentemente, ma altrettanto rapidamente si calmava e mollava le redini. Era il suo modo meridionale di affrontare l’esistenza, l’amore per la vita e il coraggio delle sue idee: conosceva bene l’arte di accordare i disaccordi, l’arte di vivere che si conquista col tempo.
Ebbe il coraggio non comune di esprimere le sue idee sino in fondo; in un importante convegno politico, disse fra il resto: “liberate l’Italia, Curiel vuol essere avvolto nella sua bandiera”. Bisogna sempre vivere da uomini liberi, specialmente rispetto a chi “si fa sempre più alto di una spanna e incede eretto con tante medaglie al petto”. Abbandonò poi il PCI, il suo partito, nel 1951 per profonde divergenze politiche e questi aspetti, e tanti altri, negli ultimi anni sono stati analizzati per merito della figlia Paola Gatto e del nipote Filippo Trotta che hanno generato manifestazioni con una pluralità di codici, tutte di rilievo, accompagnate da iniziative culturali di particolare spessore, come quella curata da Luigi Reina e Nunzia Acanfora, con i preziosi contributi di Sebastiano Martelli, di Alberto Granese e di Giovanna Scarsi.
Morì in un incidente d’auto ad Orbetello, l’8 marzo 1976, mentre, come passeggero, era in viaggio per Roma. Sulla sua tomba, nel cimitero di Salerno, vi è inciso il commiato funebre del suo amico Eugenio Montale:

Ad Alfonso Gatto
per cui vita e poesie
furono un’unica testimonianza
d’amore.


Circa vent’anni dopo la sua morte, la compagna Graziana ha pubblicato un volume intitolato I colori di una storia, dipinti e poesie di Alfonso e del figlio Leone, con tutti i colori e le emozioni di un degno discepolo del cavalluccio marino, in una città di Salerno che per lui rappresentava il “segno della ostinazione a vivere, della felicità e della lealtà di vivere”.
Sono convinto che Gatto abbia soprattutto avuto la grande, rarissima capacità di scomporre, di frammentare, di tradurre, di render semplici le cose complesse. Mi piace pensare che, nell’annodare il suo variopinto tappeto orientale, dai grigi malinconici ai rossi sgargianti, dai blu carta di maccheroni ai giallo buccia di banana, abbia voluto annodare malamente un punto per consentire poi alla trama poetica di liberarsi e permettere ai fili di volar via, scomponendosi nel ventaglio acuminato dell’impermanenza.

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