Bibliomanie

Crisi economiche e ricadute psicologiche fra Novecento e terzo millennio. Intervista a Giorgio Bernini
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Note e Riflessioni

Abbiamo avuto il privilegiod’intervistare, su questo tema d’indubbia attualità, il professor Giorgio Bernini (1928-), giurista di fama mondiale (Diritto civile e commerciale, Diritto internazionale, Diritto comparato), insigne decano italiano dell’arbitrato, nonché ex Ministro della Repubblica italiana (Commercio conl’estero).
Ecco, in estremasintesi, la sostanza del dialogo. Vad’altronde precisato che, dopo avergligentilmente chiesto di evitare (o perlomeno limitare), se possibile, quei termini tecnici che sono peraltronecessari alle discipline coinvolte, questogiovanile “maestro di color che sanno” ci ha ascoltatocon disponibilità, flessibilitàe cortesia davvero straordinarie.

Quale è stato, secondo Lei, l’effetto psicologico principale del Wall Street Crash?

Beh, in tutta semplicità e ispirandomi ad un celebre dipinto di Caspar David Friedrich, il naufragio della speranza, vale a dire una perdita di fiducia pressoché irreversibile nei confronti di un sistema che si reputava solido, aggressivo e progressivo dal Canada al Giappone. E quando la speranza vienemeno, ebbene, tutto sembra sgretolarsi, tutto sembra perduto: il passato, il presente e il futuro –tanto del singolo quanto della nazione. Poi, com’è notorio, grazie alle geniali scelte politico-economiche meditate ed attuate da studiosi vicini al grandeJ. M. Keynes e da F. D. Roosevelt, vi fu un’indubbia, tenace ripresa, che tuttavia non dev’essere concepita –a differenza di quanto asseriscono egregi colleghi di formazione perlopiù economica o storica –come una sorta di miracolo: si trattò di un percorso lento, faticoso e non scevro di pur momentanee cadute.

Il collegamento fra la grande depressione del ’29 e quella attuale è, a suo avviso, scientificamente fondato?

Pur non amando le comparazioni facili, sussistono indubbiamente parecchie convergenze fra una recessione economica che a voi (ma non a me che sono, come si suol dire adesso, diversamente giovane…) risulta lontanissima e quella che voi –volenti o nolenti –state indagando, vivendo e, in qualche misura, patendo. Considerata la sede, non midiscosterò da fenomeni perlopiù amari registrati nel nostro Paese, che appaiono comunque in tragica sintonia con quanto accade nell’Occidente a me noto de visu.
Ecco allora, anche per non tradire quella ricerca della “verità effettuale” carissima a Machiavelli ed al ‘mio’ Hobbes, taluni secchi dati oggettivi, che inducono tutti noi a riflettere: abuso di alcolici, uso di droghe, violenze che implicano, sovente, obbrobri sulle donne, suicidi. Per non dire della perdita del proprio ruolo sociale, dei rapporti interpersonali nei luoghi di lavoro, delle capacità creative, anima e vita di qualsivoglia civiltà desiderosa di un giusto progresso.

Quali soluzioni reputa effettivamente praticabili per uscire dalla crisi che oggi, a quanto leggiamo, coinvolge il mondo intero?

Riprendendo e variando le parole informate e, per più versi, a voi utili di uno stimato collega milanese, quella che stiamo attraversando da oltre un decennio mi appare la più grave crisi economica (e non solo) del mondo moderno e contemporaneo.
Come che sia, due credo siano le sfide a cui i governi d’oggi non potranno sottrarsi. Mi riferisco in primis a un ripensamento profondo del sistema finanziario internazionale, che, a tutt’oggi, pretende assurdamente di sovrapporre schemi obsoleti al complesso e, per più versi, complicato divenire economico d’oggi. Ma pongo mente, in special modo, a una vera ripresa industriale, tutta peraltro da riformulare e, forse, da ricostruire.
Solo quando si uscirà da tale debolezza complessiva, fatta più di generose utopie che non di progetti adeguati e concreti, si potrà promettere responsabilmenteun futuro davvero gratificante anzitutto per voi, che rappresentate le forze migliori del nostro domani.

CRISI ECONOMICA E DEPRESSIONE PSICOLOGICA: LA PAROLA AL PROFESSOR BARBANTI, PRIMARIO DEL GRUPPO SAN RAFFAELE[2012]

Il professor Piero Barbanti (1961-) – primario del Centro delle Cefalee e del dolore dell’IRCCS San Raffaele Pisana [Roma] – spiega da par suo, in queste considerazioni, come la depressione e la crisi economica siano strettamente legate: attualmente il 21% della popolazione mondiale è affetta da forme depressive (secondo le statistiche OMS, la depressione rappresenta oggi la malattia più disabilitante per il genere umano).
I dati relativi sia alla crisi asiatica del 1997 sia alla crisi canadese del 2009 dimostrano che l’incidenza della depressione e delle sue varianti può raddoppiare in un anno, anche se è noto che l’acme compare solitamente 5-7 anni dopo l’esplosione della crisi economica.
«Viviamo in una società dove siamo tutti pressati dal fattore tempo – afferma il Barbanti – cellulari, tablets e PC cancellano le nostre capacità di recupero nervoso, imponendoci di fare tutto subito, sempre, ovunque, ponendo il nostro cervello in condizioni di stress estremo. A questo si aggiunge la mancanza dei tradizionali ammortizzatori emotivi per la cosiddetta crisi dei valori e per la crisi della famiglia».

Professor Barbanti, l’impatto della crisi economica sulla psiche come modifica il nostro stile di vita?

Oltre ai disturbi depressivi, aumentano nettamente anche tutti i disturbi della sfera ansiosa (panico, ansia generalizzata). Dati recentissimi provenienti da indagini epidemiologiche dimostrano che aumentano:
▪ abuso di alcolici
▪ uso di droghe (negli USA i disoccupati dediti a droghe sono passati in un anno da 1.3 a 2.5 milioni)
▪ omicidi (+ 0.79% del tasso di incidenza per ogni punto percentuale di aumento della disoccupazione) e morti violente
▪ violenze domestiche e divorzi
▪ accessi al pronto soccorso ed alle strutture psichiatriche.

Si riducono invece, paradossalmente:
▪ incidenti stradali (-1.36% per ogni punto percentuale di aumento della disoccupazione) , questo perché la gente per risparmiare va piano!
▪ mortalità generale, per adozione di stili di vita più frugali (si mangia meno, si cammina di più rinunciando alla autovettura). Quest’ultimo dato non è nuovo: negli anni 30, immediatamente dopo la grande depressione, la mortalità generale calò del 10%.

Quali sono le conseguenze psicologiche della perdita del posto di lavoro?

Le conseguenze sono sempre gravi ma spesso non dipendono direttamente dalle difficoltà economiche. Il detto “poveri ma belli” e l’esperienza del periodo bellico dimostrano come la difficoltà economica non rappresenti necessariamente un elemento drammatico dal punto di vista psicologico. È invece dimostrato che problemi di ansia o depressione affliggono il 34% dei disoccupati e il 16% degli occupati seppure in periodo di crisi. La disoccupazione ha meno effetti negativi sulla psiche quando il tasso di disoccupazione generale è elevato (si chiama “effetto norma sociale”) come accade nei Paesi poveri (ma non in Italia).
La perdita del posto di lavoro ha almeno tre effetti drammatici:
▪ La perdita del ruolo sociale (non servo a niente)
▪ La perdita dei rapporti interpersonali sul luogo di lavoro (spesso i nostri amici sono i nostri colleghi)
▪ La perdita della possibilità di incanalare la nostra capacità creativa (per chi ha la fortuna di svolgere lavori in cui ci si identifichi in pieno).

Il suicidio è l’ultima spiaggia, l’esito finale di una disperazione che ha colpito non solo gli imprenditori. Quali sono i sintomi che dovrebbero metterci in guardia?

Il suicidio non è un raptus o un “gesto disperato” ma è la folle soluzione del problema da parte di chi ha raggiunto un grado di estrema disperazione.
Di fatto esiste una correlazione lineare tra disoccupazione e suicidio: per ogni punto percentuale di disoccupazione aumenta dello 0.79% il tasso dei suicidi sotto i 65 anni. Durante la grande crisi che colpì le economie asiatiche nel 1997 i suicidi aumentarono del 40%, rispetto all’anno precedente.
Il suicidio è difficilissimo da prevedere, specie in chi non abbia una storia di depressione. A volte è anticipato da apatia e ritiro sociale.

Gli ammortizzatori sociali di cui si discute tanto in politica hanno un ruolo anche per la salute psichica?

I dati provenienti dall’Unione Europea dimostrano che l’aumento del rischio di suicidi relativo alla disoccupazione è prevenibile grazie a politiche di welfare. Il rischio di suicidio inizia a ridursi (- 0.038%) investendo appena 10 dollari pro capite/anno in politiche del lavoro; quando vengono investiti almeno 190 dollari (= € 140) pro capite/anno l’aumento del rischio di suicidio legato alla disoccupazione risulta perfettamente contrastato.
Fondamentale, inoltre, può essere l’apporto di altri tipi di ammortizzatori: dopo la caduta del muro di Berlino, gli effetti negativi della crisi sul piano psichico sono diminuiti in quelle aree dove i soggetti erano impegnati nell’associazionismo sindacale e non, nei gruppi sportivi, in comunità religiose o di culto. Questo conferma che l’integrazione sociale, anche quando manca il lavoro, è il migliore antidoto al disagio psichico.

copyright | privacy | credits