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Noterelle geostoriche su Lucrezia Borgia Duchessa d’Este (1519-2019)
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Note e Riflessioni

<em>Noterelle geostoriche</em> su Lucrezia Borgia  Duchessa d’Este (1519-2019)

Volgendo lo sguardo ai trascorsi della storia reggiana che, sino ad oggi, hanno reso questa città florida e prosperaterra tanto diletta alla più raffinatae gloriosa aristocrazia, non ci si può, senza meno, esimere dal rimembrare il nome di Lucrezia Borgia, nel quinto secolo dalla sua dipartita(1519 -2019).Specie a causa dei suoi natali,tanto illustri quanto a giusto titolo discutibili,la storia non leha certo risparmiato la più deteriore delle pratiche popolari: il più infondato e infamantepettegolezzo, ineluttabile patina destinata a velare sempre più la preziosissima, aurea medaglia di colei che fu figlia di Papa Alessandro VI, 214°pontefice di Santa Romana Chiesa, al secolo Rodrigo Borgia.
Se la paternità della Borgia non giovò certamente al suo buon nome, si può affermare quasi lo stesso circa la sua maternità, quantunque per motivi affatto diversi. Nacque,infatti, terzogenita di quattro figli(Juan, Cesare e Jofrè), il 18 Aprile 1480 da una relazione illegittima dell’ancor cardinale Borgia, con Giovanna Cattanei, detta Vannozza, una tra le più conosciute tenutarie di quei locali ove, sovente, numerosi gentiluomini si recavano in cerca di compagnie femminili. La sua posizione, tuttavia, le consentì di godere del rispetto e del timore (quantomeno formali) che eran dovuti a una giovane di siffatto lignaggio; di tale trattamentogodette anche la madre, amante ufficiale del papa in una società, ove non di rado, il clero intratteneva relazioni illegittime,in una sorta di assuefazione a questo fenomeno, figlio di un certo libertinaggio sociale.
Secondo la migliore tradizione aristocratica, ricevette una solida educazione presso il convento di San Sisto, per poi passare alle cure della cugina del padre Adriana Mila, suocera di Giulia Farnese, nuova giovanissima amante ufficiale del padre di Lucrezia. La bellezza della giovane divenne celebreattraversando,come fossilizzata nella storia, i cinque secoli che ci separano dalla sua morte. Gran parte di tale merito è, senz’altro, da tributarsi alla passione che il celeberrimo letterato Pietro Bembo nutrì per la Borgia: ne ètestimone il ritrovamento di un ricciolo biondo che l’umanista serbava gelosamentetra le sue carte, ora conservato alla Biblioteca Ambrosiana in Milano.
L’adempimento degli obblighi diplomatici paterni, non tardò molto ad affacciarsi alla vita della nostra Lucrezia. Ella, infatti, appena tredicenne, fu data in sposa il 14 Giugno 1493, a Giovanni Sforza, signore di Pesaro, come segno di gratitudine nei confronti della famiglia che, nella persona del cardinale Ascanio, molto si era adoperata per condurre Rodrigo Borgia al soglio pontificio. Questo primo matrimonio sarà ben presto destinato all’implosione quando, alla contesa dell’Italia da parte della Francia e della Spagna, gli interessi filo-iberici del Papa cominceranno a stridere con l’unione stipulata dal matrimonio della figlia Lucrezia con gli alleati dei francesi. La presunta e tanto discussa verginità della giovane fanciulla parve, all’augusto padre, un valido pretesto per l’annullamento del vincolo matrimoniale.
Non poche furono le discussioni in merito, sino a quando Lucrezia, sottoposta ad un esame, fu ufficialmente dichiarata virgo intacta; il matrimonio fu annullato il 20 Dicembre 1497, quand’ella era solo diciassettenne. Dopo lo scandalo arrecato da questa dissacrante vicenda, tanto travagliata, quanto ormai soggetta al pubblico ludibrio, la giovane Lucrezia si ritirò in monastero ove si narra che ella portasse in grembo un bambino, di ignota paternità, che verrà battezzato Giovanni, ma passerà alla più storica antonomasia come “l’infante romano”.
Anche in questo senso le voci non si risparmiarono… ci fu chil’attribuì al fratello Cesare e chi, arditamente, la ricondusseaddirittura allo stesso papa Alessandro VI, padre di Lucrezia; altri, invece, vociferarono diuna possibile nuova illegittima paternità del Pontifex Maximuse della sua nuova amante in carica, Giulia Farnese. Dopo la misteriosa e improvvisa morte di Juan Duca di Gandia, fratello di Lucrezia Borgiae la contestuale successione alla carica di Capitano delle Truppe Pontificie al comune fratello Cesare, ella si risposa con Alfonso D’Aragona, Duca di Bisceglie; è questo un profilo già ben noto in quel del Vaticano: si tratta, infatti, dell’illustre cognato del fratello Joffrè, figlio bastardo di Alfonso di Napoli. Anche queste nozze però, ahilei, non si può certo dire che abbiano veduto serafici tramonti… difatti, sarà proprio il duca aragonese ad abbandonare la sventurata Lucrezia, turbato oltremisura dalla piega francofila che la casata della consorte stava vieppiù assumendo col matrimonio del cognato Cesare (nominato dal re Luigi Duca di Valentinois, in cambio di favori militari di mira partenopea) e Carlotta D’Albret di Navarra.
Così, per la seconda volta, l’intercessione di colui che siede alla Cattedra Apostolica, si dimostra un valido asso nella manica per far uscire indenne l’aristocraticissima Lucreziadal secondo imbarazzante fallimento matrimoniale. Tuttavia, se il profilo formale delle problematiche di società fu assai abilmente camuffato, non si é certamente potuto tarpar le ali alla storia che, infedelmente, di questa donna ha restituito un ritrattoassai enigmatico ed oscuro, immortalato da tinte fosche, miscele di pigmenti cangianti alla luce delle diverse partigianerie secolari; un sigillo che par quasi riconoscere la propria complementarietà nel cliché diuna shakespeariana dark lady.
Complice di questo fenomeno la coeva letteratura cortigiana, oltre alle molteplici pratiche occultistiche e astrologiche, alle fervide suggestioni neoplatoniche e alla storia della scienza e della società, nello specifico quella femminile. Così, il mito lucreziano, da Donizetti a Hugo e a tanti altri, non può certo dirsi un immune bersaglio della divulgazione di largo consumo a cui ha fatto seguito un sommario e spannometrico chiacchiericcio comaresco; cionondimeno, questo dibattuto carattere, si può con fermezza ritenere l’artigliantedilemma di un travagliato Odi et Amo da“topi da biblioteca”, i cui pareri, pur sovente affatto discordanti, convergono sull’indubbio aspetto di un personaggio “a tutto tondo”, innovativa peculiarità di non poco momento per una donna aristocraticadi quei tempi.
Così, il 30 Dicembre dell’anno 1501, alla celebrazione, per procura, delle terze e ultime nozze della Nostracon Alfonso D’Este, duca di Ferrara, Modena e Reggio e figlio di Ercole I, ha inizio un consistente, nuovo apporto della componente intellettuale presso talecorte, ora comprensiva dei territori bolognesi dellasinistradel fiumeReno, generosa dote della Cattedra Apostolica.
Occorre, aonor del vero, ammettere che in territori quali Cento e Renazzo ancor oggi i locali avvertono il perpetuarsi delle sorde eco di quegli antichi dolori che il rimembrar la patria petroniana suscita in loro. Nuovi importanti profili scientifici, letterari ed artistici, si diceva, iniziano a profilarsi in questo periodo per suo volere;oltre a ciò a lei si deve anche l’innovativo concetto di armonia cooperativa tra uomo e natura, in una sorta di bucolico locus amoenus, un arguto occhio di riguardo per quelle classi subalterne che non sempre beneficiavano del piacere d’un nuovo giorno…
Il carisma di Lucrezia, che senz’altro si può definiredonna di classe per eccellenza, ammalia anche il vecchio Duca, il quale, al giungere degli sposi nella capitale estense suun ricco battello accoglie la nuora a braccia aperte. Lucrezia eil consorte ora sono come le perle più grandi, preziose e lucenti di quel magnifico collierà degradéche èil seguito dei due sposi, i due estremi che si toccano e si congiungono grazie a quella splendida susta di platino e diamanti che è il sigillo matrimoniale.
Era l’Epifania del Signore dell’anno 1502. Ancoroggi permane, soave, la memoria di quel trionfale viaggio verso Ferrara, testimoniata dall’antico ed argenteo canale navigabile che conduce da Bologna a Ferrara, tre secoli più tardi interrotto da Napoleonecon la deviazione del Reno. La giovanesi dimostra quanto mai fedele, seria, giudiziosamente avveduta, oltre che incline alle scienze e all’arte in ogni sua possibile declinazione culturale: musica,letteratura etc.
Memorabili i suoi lunghi viaggi per iterritori del ducato, durante i quali non manca di interessarsi alle reali necessità locali, più o meno contingenti. Grazie a lei, a Modena e a Reggio si avrà l’iniziativa, sularga scala, di importare la lavorazione della seta, ad opera e beneficio delle classi meno agiate. Tale innovazione,destinata col susseguirsi dei secoli a divenire 5tradizione, venne ufficializzata il 2 agosto 1502 da una lettera della Borgia affidata alle mani del mastro Antonio, “sedajolo da Zenua”, il quale si presenta agli anziani di Reggio dandone notizia, in un’esplosione subitanea e travolgente.
A tale fenomeno proto-industriale che, vieppiù va radicandosi nell’economia reggiana, non si esime la contestuale trasformazione morfologica delle campagne e delle colline, che ormai pullulano delle fragrantissime piante di moro-gelso, da allora emblema reggiano per antonomasia. Il fiore di questo serviva, infatti, quale nutrimento per i bachi che ivi proliferavano, mentre il prezioso legno che da esso si ricavava, era ed è tutt’oggi riservato alla costruzionedelle botti e dei barili, dei tini e dei tinazzi più pregiati che serbarono e serbano nel loro ventre l’aceto balsamico piùsquisito. Si trattava di un prodotto rigidamente elitario: basti considerare che solo famiglie e casate di un certo livellone possedevano riserve.
Conviene aggiungere che taleprezioso prodotto doveva già esistere in Modena e in Reggio; l’aggettivazione odierna, tuttavia, è da ricondursi a un periodo più tardo, il 1747, come ricordato nel libro Il secolare Aceto Balsamico Genuino Modenese steso da un mio antenato, Giuseppe Polacci.
Oltre ai Borgia e agli Estensi, i conti Rangone e i marchesi Tacoli,vanno menzionati i nobili Carandini, signori di Sarzano di Casina –successivamente marchesi radicati inReggio e Modena. Furono proprio questi ultimi a presentarne un campione di 360 anni nel 1863 alla Esposizione Agricola di Modena, come scrive B. Benedetti ne L’Aceto Balsamico del Ducato di Modena (Modena, Il Fiorino, 1999). Dunque nel 1503 v’era già questo prodotto, strando, inter alios, all’autorevole opinione di Renato Bergonzini, ampiamente suffragatanel suo trattato L’Aceto Balsamico nella tradizione e nella gastronomia (Modena, Mucchi e Zanetti, 1977).
La celebrità del moro-gelso penetrò anche i temi più disparati come, a esempio, le canzonette di giubilo per l’uccisione di Domenico d’Amorotto:

Su, su più alcun non piagna
Or ch’è potato il Moro e la Castagna[…]

Si presume checon“Castagna” si alludesse a Cato da Castagneto, acerrimo nemicodel Moretto, ucciso anch’egli nel terribile scontro col Carpinetano.
Il nome di Lucrezia Borgia è, oramai, sulle bocche di tutti, anche grazie alla fioritura di quell’“Arte Bella” di cui Ferrara, Reggio e Modena sono diventate maestre e capitali assolute e indiscusse, esportatrici delle più pregiate sete in tutta Europa. Nel medesimo periodo si ebbe anche la massima diffusione delle neonate battezzate col nome Lucrezia, nome che da allora in poi vestirà di fascino donne di ogni ceto, anche i più elevati.
Si giunge al triste epilogo di quella vita che in trentanove anni ha rivoluzionato la storia. La segneranno indelebilmente la morte del padre nel 1503, il discutibilissimo e torbido uomo che, assumendo il Triregno, prese il nome di Papa Alessandro VI, oltre che la morte del fratello Cesare (1476-1507) nell’assedio di Viana in Spagna: si allude, beninteso, al personaggio sovente celebrato da Machiavelli come “il Valentino”, il principe per antonomasia.
La linfa di quei luoghi che tanto amò, al punto da dedicarvisi tota anima, la accompagnerà fino al supremo momento. Ella, infatti, volle sperar di trovare giovamento dal “balsamico”, onde alleviare le doglie del secondo parto che, nella notte di San Giovanni del 1519, avrebbe dovuto dare alla luce il secondogenito di casa D’Este. Quella notte volle riprendere la medesima pratica che aveva serbato per dare alla luce il primogenito Duca Ercole II. Questa volta, però, “L’aceto di Casa D’Este”, non si dimostrerà un prodigioso rimedio alle ineluttabili e sventurate sorti come attesta, ancora una volta,il professor Bergonzini.
Tra le solide mura di quella Delizia del Belriguardo, raffinata e sontuosa corte, gli eterei fumi delle antiche vigne che generarono il “balsamico”. Così, i surreali spettri della notte di San Giovanni s’avvolgono in un mistico tutt’uno, lasciando modo ai fiumi d’inchiostro che intesero rappresentare degnamente la vita di Lucrezia di seccarsi ed imprimersi in sempiterno su quella pergamena senza fineche molto, ancoroggi, ha da raccontarci, e che, comunque, ci farà ancora lungamente sognare.

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