Bibliomanie

Il presente di Anceschi
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Letture e Recensioni

Il presente di Anceschi

Nell’ambito dei dibattiti curati dalla Casa dei Pensieri, per ricordare i vent’anni dalla morte del critico Luciano Anceschi, il 10 settembre si è tenuto a Bologna l’incontro . Sono intervenuti Fausto Curi, Carlo Gentili, Niva Lorenzini, Marco Macciantelli. Presiedeva Margherita Carlotti, della quale pubblichiamo il discorso introduttivo. Introdurre la complessa figura di Luciano Anceschi in pochi minuti sarebbe davvero complicato e soprattutto molto riduttivo, quindi prima di presentare gli ospiti che interverranno questa sera, dò il via a questo incontro raccontandovi la mia esperienza di giovane studiosa di filosofia e di come sono entrata in contatto con la figura di Luciano Anceschi vent’anni dopo la sua morte. Ciò è avvenuto appena iscrittami al corso di laurea in filosofia attraverso le lezioni di estetica del professor Lucio Vetri, ma soprattutto, due anni dopo, durante la redazione della mia tesi triennale in letteratura italiana contemporanea. Certamente il fatto di essere una st... continua a leggere

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L’amore ai tempi delle mostre
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Letture e Recensioni

L’amore ai tempi delle mostre

, precedute, qualche sala prima, da , aspettano gli innamorati a Milano. Sono circondate da altre cento opere, inserite nella mostra dedicata al grande artista, alle Gallerie d’Italia, in piazza della Scala (fino al 21 febbraio 2016). I capolavori sono messi a confronto in diverse versioni, accattivanti e di successo, e tutti i visitatori potranno baciarsi accanto all’opera icona di Hayez: bacio-abbraccio appassionato di un fuggitivo, forse alpino, e una tenera amante, in frusciante seta turchese o in mise candida e più pudica. Per gustare a pieno la visita, si può usufruire di un’innovativa videoguida su tablet, con contenuti multimediali. (Venezia 1791 – Milano 1882): nell’esposizione assumono particolare rilievo i temi autobiografici. Ce lo confermano i suoi autoritratti, autocelebrativi, ma realistici e rispettosi del passare degli anni, scanditi per decenni: da bohemien (nelle prime sale) a persona matura (negli spazi centr... continua a leggere

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Due Storie
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Letture e Recensioni

19 MARZO- festa del papà. Caro Antonio mio, mio caro figlio, non ti stupire della mia lettera né che io ti chiami in questo modo. È ora che tu sappia apertamente ciò che hai sempre sospettato, o magari immaginato. Hai l’età per sapere che lo zio debosciato, innominabile, ma che, almeno nel viso, ti somiglia tanto, è tuo padre. Mi tranquillizza la convinzione che la memoria di tua madre è salva perché, dopo più di dieci anni, la morte rende il ricordo di chiunque impermeabile a qualsiasi malignità e cattiveria; in più, la mia irreversibile situazione ti permette di liberarti, nello stesso tempo, di un dubbio ancora irrisolto e di qualunque impegno filiale nei miei confronti. È inutile che cerchi di abbellire la mia immagine raccontandoti favole sulla mia storia: tutto quello che ti hanno detto su di me è sordidamente vero. Sono proprio l’indegna persona che ti hanno descritto da sempre: non ho scusanti per quello che ho fatto. Ma vorrei almeno salvare ai tuoi occhi, ormai più che adulti, l’immagine del sentimento che esisteva tra tua madre e me. Il nostro rapporto, durato solo otto mesi e poi reso perpetuo dalla tua nascita, è stata l’unica cosa che in tutta la mia vita sono riuscito a non sporcare: tua madre era consenziente e ci siamo lasciati ancora innamorati, pensando che quella fosse l’unica cosa giusta da farsi. In seguito abbiamo continuato ad amarci fino alla sua morte, ma solo col pensiero, con i ricordi, con... continua a leggere

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Labile, antinomico limes. Su Lettera dalla Dacia di Matteo Veronesi
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Letture e Recensioni

«Quel sépulcral naufrage (tu / Le sais, écume, mais y baves) / Suprême une entre les épaves / Abolit le mât dévêtu», scrive Mallarmé in A la nue accablante tu. «Quale sepolcrale naufragio (tu / Lo sai, schiuma, ma la tua bava ci spargi) / Supremo, unico tra i relitti / Abolì l’albero spogliato». È la nave della poesia, e dell’esistenza, sorpresa nell’istante esatto in cui cessa di svanire sotto la superficie dell’essere e del dire, sotto il velo del significato. Perché Mallarmé? Perché in diverse occasioni Matteo Veronesi ha dichiarato che se c’è un poeta di cui non potrebbe davvero fare a meno, questi è Mallarmé. E il sonetto mallarmeano c’entra con la sua visione del mondo e della poesia, forse c’entra qualcosa con Lettera dalla Dacia. Inviata da Veronesi nell’agosto 2009 come lettera a una ristretta cerchia di amici, Lettera dalla Dacia venne poi diffusa in rete. Anche sotto questo profilo è un testo singolare: edito e inedito, pubblico e privato, nello stesso tempo. Si presenta insomma fin dall’inizio sotto il segno dell’antitesi, di una polarità equivalente. «Nel pensiero un filo acuto d’inverno»: qui ‘acuto’, se sta per ‘tagliente’, ‘pungente’, potrebbe inoltre avere valore elativo, nel trainare l’anima fino a una sorta di paradiso di ghiaccio. È quell’inverno allegorico emblematizzato dai Carpazi che schermano le cose fasciate dalla luce estiva, il diaframma «esile» ... continua a leggere

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Europa aveva paura
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Letture e Recensioni

Europa aveva paura. Sembravano passati secoli, da quando spensierata giocava sulla riva del mare. E davvero era senza pensieri, allora, dolce ridente, a intrecciare corone di rose e di viole con le compagne, a raccontare e ascoltare, a fissare quella distesa d’acqua salata che di sera si faceva colore del vino; e c’erano solo storie, allora, niente filosofia. Quel mare la proteggeva, era come il bordo di un vestito, la cimosa di un tappeto. Altre cugine, la solenne Asia ad esempio, vantavano antichità ed esperienza. Lei si sentiva piccola e giovane sempre, leggera che quasi il vento la portava in volo, piena di colori e di umori. “Europa!” - la chiamavano a sera dalla reggia. Perché lei sarebbe stata regina. Ma le interessavano infinitamente di più i battelli che portavano porpora, l’eco fragoroso di armi lontane, i canti. Non voleva mai ritirarsi nelle sue stanze, in quegli anni felici. Aspettava la notte per incontrare sua sorella, la Luna dal bianco viso, a lei affine. Qualcuno ridendo le aveva raccontato che il suo nome significava “dalla larga faccia”; e chi più della Luna, quando era piena, poteva dire di assomigliarle? Ma era anche l’ombra che l’attirava, l’oscurità. Forse aveva colto nel segno quell’altro indovino, l’ orientale, che dopo averla guardata – lei ancora fanciulla – si era scurito in volto, e le aveva detto che il suo regno era il luogo in cui il sole si coricava, l’occ... continua a leggere

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«Il ridicolo animale eretto» di Maurizio E. Serra
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Letture e Recensioni

«Il ridicolo animale eretto» di Maurizio E. Serra

Un’anti-vita di Svevo la si può ben intendere senza troppi sforzi: la sua è un’opera compatta, corrosiva, contorta, abbastanza breve, se commisurata alle odissee letterarie dell’epoca, di cui però non sono stati ancora analizzati tutti i recessi, i sotterfugi, gli ostracismi. Ma la sua vita? Anzitutto, esiste per un biografo? Oppure occorre ricercare soltanto nei libri un personaggio così lontano dall’immagine dell’homme de lettres? E se, al contrario, la vita fosse stata solo uno scartafaccio dell’opera, quanto ne resta che sia capace di turbare, sedurre, inquietare? Che dobbiamo scoprire ancora in uno scrittore che del rifiuto di apparire – o semplicemente di farsi notare – ha fatto il perno della sua vocazione, la misura della sua identità? La scelta fu dettata, per più motivi, dalle circostanze. Nato nel 1861, Svevo è il più vecchio dei tre grandi scrittori italiani della sua generazione: lo seguono D’Annunzio, nel 1863, e Pirandello, nel 1867. Ma, a differenza degli altri due, sarà accettato dal mondo letterario solo negli ultimi due o tre anni della sua vita – i «mille giorni»... continua a leggere

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Compos sui. Poesie nello stile del 1940 di Massimo Sannelli
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Letture e Recensioni

Compos sui. <em>Poesie nello stile del 1940</em> di Massimo Sannelli

Io ti offro un esilio luminoso oggi: una litania di undici colpi, precisa, non la morte, e una sequenza delicata, nessuna distruzione. Questo è un esilio dolce, come il seno: nella rete sei tu; sei prete e re, e veramente hai lo scudo, hai lo stile, hai Dio, non il suicidio, veramente. È il penultimo dei componimenti raccolti sotto il titolo di Poesie nello stile del 1940, e-book di cui riporto la nota di chiusura: «Queste poesie sono state scritte dal 6 luglio al 7 agosto 2016. I testi sono in endecasillabi, decasillabi, novenari, settenari». Quello qui riprodotto è ovviamente in endecasillabi, come dice il secondo verso. Il testo non ha rime o vere e proprie assonanze, ha un’aggiunta iniziale (rete : prete) e una pseudorima (seno : distruzione), una specie di assonanza inversa, non so come altrimenti chiamarla. A ben guardare le assonanze ci sono, ma non sporgono canonicamente a fine verso, sono interne ... continua a leggere

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Il nome e l’enigma. Nuovi tentativi di avvicinamento a Natura Morta di Paolo Ruffilli
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Letture e Recensioni

Il nome e l’enigma. Nuovi tentativi di avvicinamento a <em>Natura Morta</em> di Paolo Ruffilli

Passa la forma, muore si dissolve per sempre ci scompare. È la materia, dicono, che scorrendo resta: si trasforma cambia si deforma, senza cessare d’essere. Bernières, Calvados: 18 agosto (Diario di Normandia) Il soggettivismo non schiaccia mai Ruffilli, in poesia, anche se fino a un certo punto egli vi ha trasfuso molto di sé. Ecco, qual è questo punto? Il momento dell’abbandono della misura soggettiva per una riflessione versificata sull’altro da sé? Forse, La gioia e il lutto e Le stanze del cielo. Ma nel successivo Affari di cuore si incaricava di affrontare direttamente – e inevitabilmente con il coinvolgimento dell’esperienza personale – la fisiologia dell’amore, insieme a quello che negli Appunti per una ipotesi di poetica, a chiusura di Natura morta (Aragno 2012), egli definisce il «salto nel vuoto che l’amore pretende». Ricordate L’isola e il sogno? Dove, a differenza delle storie che erano affluite in Un’altra vita, non si dava la possibilità di un nuov... continua a leggere

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Livia Chandra Candiani, Bevendo il tè con i morti
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Letture e Recensioni

Livia Chandra Candiani, <em>Bevendo il tè con i morti</em>

Se la parola poetica condivide con la magia il potere del fare, la poietica, i versi di Livia Chandra Candiani sono qui a dimostrarlo. I morti che mai vediamo e che affidiamo normalmente all’invisibilità, al non luogo, all’inscritto (bara, cimitero, urna), nei versi di questa raccolta riedita da poco stanno sugli alberi, hanno la gonna rossa, siedono sui fili della luce, hanno risme di fogli. I morti che vivono. Basta questa affermazione e li vediamo, come inserti, tra le cose del mondo. Ma non è più il tempo dell’epifania, del miracolo. I morti non appaiono, stanno semplicemente, fanno azioni, rassettano la terra, hanno paura di vivere ma vivono. La noncuranza è la loro caratteristica, come se i loro occhi fossero rivolti all’interno. Come oggetti di cui condividono la vita, forse meno effimera di quella dei vivi. I vivi, attraverso la finestra della poesia, li vedono. Posano accanto, come gli angeli nel film berlinese di Wim Wenders. Il verso è pulito, asciutto, esso stesso si posa – come la luna leopardiana. È questo understatement che pervade la poesia di Livia, questo freddo, questa lettur... continua a leggere

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Paesaggi, ascolto, vita di Sebastiano Fusco
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Letture e Recensioni

Alla pubblicazione di una nuova raccolta poetica, oggi più che mai, si riaccende l’interrogativo sull’utilità – non voglio dire necessità – di fare versi, di strutturarli organicamente in una sequenza di senso compiuto e di proporli a un lettore: la dimensione lirica è una ricerca, uno scandaglio all’interno prima ancora che all’esterno di sé, la ricerca di un dialogo nell’epoca del solipsismo disperato, in un momento storico in cui le parole sono divenute quasi inutili frammenti del divenire incessante della realtà. Se la poesia aiuta a vivere (o a non morire), se l’espressione assoluta ha per sua natura il superamento dell’hic et nunc, del transeunte che ci confina nella dura materia di tutti i giorni, se l’arte spezza le catene verso un’altra dimensione, allora si può e si deve affermare risolutamente che il nuovo libro di Sebastiano Fusco assolve al compito che si è prefisso. Per addentrarsi un poco, ma senza il rischio di annoiare o di togliere il gusto della scoperta, nell’officina dell’autore, la lettura dei componimenti ha un che di rivelatore, di illuminante, come un occhio aperto a squarciare il buio della notte. Tale, infatti, è l’impressione che si ha a sfogliare le pagine: una pupilla nera, intensa, che anima di vita il candore nella pagina in un battere di ciglia. Allo stesso modo, l’effetto si rovescia, se si pensa il foglio come il negativo di una macchina fotografica analogica: le parole chi... continua a leggere

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I vicini scomodi di Roberto Matatia e Vita o Teatro? di Charlotte Salomon
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Letture e Recensioni

Lo scorso 5 maggio 2017 abbiamo presentato a Moniga del Garda, nell’ambito di “Primavera di Cultura a Moniga”, I vicini scomodi di Roberto Matatia, penultima tappa di tante altre città e diverse scuole. Desidero, in questa occasione, suggerire un accostamento, fra Camelia Matatia e Charlotte Salomon, dopo aver visto anche la mostra dedicata alla Salomon negli spazi del Palazzo Reale: Vita? o Teatro? Leben? Oder Teather?, Milano 30 marzo/25 giugno 2017. Sono due giovanissime ragazze ebree, una italiana, l’altra berlinese, che hanno concluso la loro vita nel campo di concentramento di Auschwitz nello stesso 1943, altre Anna Frank uccise ad Auschwitz. Si saranno incontrate? abbracciate? forti del loro amore per la vita? Di Camelia parlano le sue lettere (rielaborate dal cugino Roberto Matatia), in I vicini scomodi, dove emerge passo passo l’odissea della famiglia ebrea Matatia, dagli anni felici (a Riccione soggiornavano nella villa accanto a quella della famiglia Mussolini) al terrore, passando da umiliazioni e da speranze, fino agli arresti dei singoli componenti il nucleo famigliare, conclusi con la deportazione. La narrazione parte dall’incontro avvenuto, nel negozio di Faenza, tra lo stesso Roberto Matatia e Mario, amico, negli anni del fascismo, della giovanissima Camelia. Tra i due adolescenti, compagni di viaggio sulla corriera che portava da Savigno a Bologna, dove lei freq... continua a leggere

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Tempus Tacendi di Matteo Veronesi
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Letture e Recensioni

Luogo del poetico è spesso il suo stesso giustificarsi e porsi come problema: qual è il suo senso quando la poesia non vuole tradurre l’emozione di un’ora? Non sappiamo quanto ultimativa possa essere la conclusione cui perviene Matteo Veronesi in Tempus tacendi, nel cui esordio disegna una situazione quasi di scoramento che accomuna i poeti, per poi polarizzare l’attenzione su di sé. L’uso anaforico lievemente ridondante, nel Prologo, di un «noi» non maiestatico concorre a rendere la dispersione della stirpe dei «poeti perduti». I poeti saranno presenti al mondo soltanto quando saranno deceduti al mondo. Postulato il differimento della ricezione poetica, cosa sono l’esperienza e l’opera nel presente? Nella dimensione versificante il tempo-adesso vede il fare versi nel nome del silenzio, per se stessi, «per noi soli», per un circolo esclusivo, al limite per nessuno. Per ciò che piú non è, per ciò che non è al momento. Alla presenzialità dell’adesso, definito come «sacro vuoto», va consacrata, sacrificata, «la nostra pienezza». Un’altra età forse sarà ricettiva del «nostro giudizio indifferente» (i corsivi nel Prologo e nell’Epilogo sono dell’autore): siamo nel campo di quella altrove ostentata indifferenza come controideale anche estetico. Esemplarmente, dal profilo dell’esperienza, in Lettera dalla Dacia, del 2009; ardimentosa... continua a leggere

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A life: Lawrence Ferlighetti. Beat Generation, ribellione, poesia
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Letture e Recensioni

A life: Lawrence Ferlighetti. Beat Generation, ribellione, poesia

La mostra, curata da Luigi Di Corato, Giada Diano, Melania Gazzotti, mette in luce l'importanza della figura di Lawrence Ferlinghetti, americano di origini bresciane, poeta, pittore, editore e figura di primo piano nell’impegno culturale -sociale contro la guerra e la violenza, negli anni Cinquanta e Sessanta fino ad oggi, all'interno del movimento della Beat Generation. Beat, parola che in inglese ha molteplici significati: beat come beaten, sconfitto ma anche come radice della parola beatitude, beatitudine, nel vocabolario musicale, in particolare del jazz, beat come ritmo, battuta- fenomeno culturale, musicale e di costume. Ripercorrere la carriera di Ferlinghetti consente di rendere omaggio all'intero movimento letterario di quegli anni e al ruolo determinante di Lawrence nella diffusione dell'opera degli scrittori della Beat Generation, tramite la sua libreria e la casa editrice City Lights Bookstore, comprese le sue raccolte di poesia. La più venduta al mondo, A Coney Island of the Mind (1958). Il percorso espositivo racconta ... continua a leggere

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Postverità e altri enigmi di Maurizio Ferraris
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Letture e Recensioni

La parola post-verità, o post-truth, è entrata nell’uso in qualche vocabolario. Ma il lemma è riduzione del concetto, mentre l’analisi di Maurizio Ferraris in Postverità e altri enigmi (il Mulino, Bologna 2017) ci porta molto oltre il lemma da vocabolario. È ovvio: questo è un libro, non una definizione; è meno ovvio se si considerano le questioni implicate dal lemma affrontate in Postverità e altri enigmi. Il libro è una integrazione di L’imbecillità è una cosa seria, lo dice l’autore in una nota al Prologo. La postverità (con elisione del tratto d’unione, ad indicare la filiazione della postverità dal postmoderno filosofico) si radica in un fondo intemporale, come l’imbecillità, nella sua ambivalenza di incuranza verso i valori cognitivi (da questo lato, la postverità è l’esteriorizzazione dell’imbecillità) e carattere dell’umano, congenito, essere in-baculum, necessitante di bastone, dipendente da una tecnica disalienante nella misura in cui funge da specchio: «E se l’automa fosse lo specchio dell’anima?», si leggeva nella copertina di Anima e iPad. La tecnica quindi ci pone di fronte alla sola cosa che non ci può mentire, il volto della nostra anima. Corresponsabile di questo svelamento, la rete, fattore di rivelazione almeno in due sensi: mostra a noi stessi ciò che siamo, e, dal profilo dell’emergenza, manifesta la nostra sociodipendenza, la sogge... continua a leggere

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Stati d’animo. Una mostra
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

Stati d’animo. Una mostra

La mostra Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni è realizzata come un viaggio, con sottofondo musicale, nei territori dello spirito. Affronta con uno sguardo originale le espressioni dell’arte Italiana fine Ottocento-inizi Novecento, a partire dal prologo con la Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti che rimanda a bellezze sempre vagheggiate dai Pre-raffaeliti. Sono presenti autoritratti suggestivi: Segantini, ritratto con un pugnale alla gola mentre ci fissandoci con uno sguardo allucinato, Pelizza si impone autorevole, domina la scena. Accanto a loro svetta Asfissia_Dopo la festa di Angelo Morbelli, un dittico eloquente sui drammi di una coppia e le ambiguità della vita: padrona della scena la tavola imbandita, la tovaglia candida stropicciata, i resti dei festeggiamenti preannunciano il dramma che si consuma nella stanza accanto, cui giunge lo sguardo seguendo un corteo floreale steso sul pavimento. Il percorso i sviluppa con i fondamentali contributi del nostro paese ai temi affettivi, psichici e del subconscio: il paesaggio come stato d’animo... continua a leggere

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Duchamp, Magritte, Dalì. I rivoluzionari del 900 Capolavori dall’Israel Museum di Gerusalemme
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

Duchamp, Magritte, Dalì. I rivoluzionari del 900 Capolavori dall’Israel Museum di Gerusalemme

Una mostra da non perdere per il valore internazionale degli artisti presenti, figure che hanno rivoluzionato nel Novecento lo sguardo sull’arte ed il loro successivo modo di raccontarlo. Duchamp, Magritte, Dalì, Ernst, Tanguy, Man Ray, Calder, Picabia, artisti diversi, ma di una creatività geniale e straordinaria, vi aspettano a Palazzo Albergati e al successivo catalogo di oltre duecento opere esposte, tutte provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme. Confermano la rottura col passato e suggeriscono sguardi irriverenti con gradevole ironia, volti al presente. Tra i capolavori: Le Chateau de Pyrenees (1959) di Magritte, Surrealist Essay (1934) di Dalí, L.H.O.O.Q. (1919/1964_ rivisitazione provocatoria di Monna Lisa) di Duchamp, o la bicicletta, con L’aria di Parigi nell’ampolla di vetro di Man Ray, il suo ritratto, il ferro da stiro con i chiodi. ecc… L’allestimento rende partecipi di questo mondo nuovo: realizzato dal grande architetto Oscar Tusquets Blanca, ha ricostruito a ... continua a leggere

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La verità chiama la tecnica. Postverità e altri enigmi di Maurizio Ferraris
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

La parola post-verità, o post-truth, è entrata nell’uso in qualche vocabolario. Ma il lemma è riduzione del concetto, mentre l’analisi di Maurizio Ferraris in Postverità e altri enigmi (il Mulino, Bologna 2017) ci porta molto oltre il lemma da vocabolario. È ovvio: questo è un libro, non una definizione; è meno ovvio se si considerano le questioni implicate dal lemma affrontate in Postverità e altri enigmi. Il libro è una integrazione di L’imbecillità è una cosa seria, lo dice l’autore in una nota al Prologo. La postverità (con elisione del tratto d’unione, ad indicare la filiazione della postverità dal postmoderno filosofico) si radica in un fondo intemporale, come l’imbecillità, nella sua ambivalenza di incuranza verso i valori cognitivi (da questo lato, la postverità è l’esteriorizzazione dell’imbecillità) e carattere dell’umano, congenito, essere in-baculum, necessitante di bastone, dipendente da una tecnica disalienante nella misura in cui funge da specchio: «E se l’automa fosse lo specchio dell’anima?», si leggeva nella copertina di Anima e iPad. La tecnica quindi ci pone di fronte alla sola cosa che non ci può mentire, il volto della nostra anima. Corresponsabile di questo svelamento, la rete, fattore di rivelazione almeno in due sensi: mostra a noi stessi ciò che siamo, e, dal profilo dell’emergenza, manifesta la nostra sociodipendenza,... continua a leggere

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Alcune schede critiche
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

Giorgio Manzi, Ultime notizie sull’evoluzione umana, Bologna, il Mulino, 2017, pp. 242, 16 euro. Il paleoantropologo Giorgio Manzi traccia nel volume un bilancio delle ultime scoperte scientifiche e delinea un rapido ma esaustivo quadro delle più recenti costruzioni teoriche circa il percorso evolutivo dell’uomo. L’Africa rimane la culla dell’evoluzione, un lunghissimo processo che separandosi dalla linea evolutiva dei primati antropomorfi ha condotto alla nostra specie, ma negli ultimi anni, grazie anche all’indagine paleogenetica, la ricerca si è affacciata su nuovi inattesi scenari che hanno tracciato un quadro molto più complesso di quello da tempo descritto e condiviso dalla maggioranza della comunità scientifica. Ci riferiamo ad esempio all’affermazione della specie Homo sapiens in Asia e in Europa, un tempo ritenuta aver soppiantato i Sapiens arcaici e l’Uomo di Neanderthal, mentre le recenti analisi molecolari hanno evidenziato un’avvenuta ibridazione nel Vicino Oriente e nell’area eurasiatica. Questa complessità di forme umane, confermata anche da nuove scoperte fossili in Caucaso e in Africa settentrionale, non fa che confermare la straordinarietà della condizione umana, sia nella sua specificità sia nel suo inserimento in natura a partire dal Pliocene. Manzi si mostra costante... continua a leggere

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Le spose sepolte di Marilù Oliva
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

C'è un paese reale, Bedizzole, in provincia di Brescia, dove non esiste una via, una piazza o un vicolo che porti il nome di una donna. Per rimediare pare che la giunta comunale abbia istituito una commissione incaricata di trovare nomi di donne illustri, sostenendo che le denominazioni di piazze e strade contribuiscano a formare la cultura dei cittadini e che siano un potentissimo mezzo di educazione subliminale: tutti li leggono e li imparano e chi ne legge solo di maschili a lungo andare introietta l’idea che non ci siano donne degne di comparire sulle targhe stradali. C'è un paese immaginario, Monterocca, sull’Appennino bolognese, nel quale ogni luogo, monumento o istituzione è dedicato a una donna: via Maria Bellonci, viale Mia Martini, via Anna Magnani, via Gae Aulenti, via Isabella d'Este, fino alla locanda Margherita Hack e alla pasticceria Grazia Deledda. Una Città delle Donne non solo nella toponomastica, ma un luogo ideale governato prevalentemente dalle donne: una sindaca, una vice-sindaca, molte assessore. Il tema utopico della città delle donne è antico, risale a Cristina da Pizzano, nata in provincia di Bologna, vissuta alla corte del re di Francia, più nota col nome francesizzato di Christine de Pizan, che tra il 1404 e il 1405 aveva scritto Le livre de la Cité des Dames, La Città delle Dame, appunto, ambientato in un luogo governato come Monterocca da un manipolo di donne sagge. Comincia con una sfida volutamen... continua a leggere

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Automazione, cibernetica della mente, logonica attenzionale. Un dialogo con Francesco Forleo
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

Dott. Forleo, il suo La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine (Prefazione di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) non può prescindere dalla sua esperienza diretta in importanti centri di ricerca e di sperimentazione. Quanto di questa esperienza è passato nel suo libro? Sarebbe semplice, e un po’ scontato, rispondere che, dopo averle abbastanza assimilate, ho provato a rinvenire la cesura e i punti di convergenza fra le teorie sulla modellazione della mente di Silvio Ceccato e le logiche della progettazione dei software che hanno guidato una buona parte degli esperimenti svolti sulla dinamica degli autoveicoli nella mia carriera in questo campo. Ciò è sicuramente vero, ed è suffragato da diverse evidenze, se pensiamo che ormai molti costruttori mettono sul mercato autoveicoli dotati dei più evoluti dispositivi cibernetici, come i sistemi di parcheggio automatico, il controllo della stabilità e gli apparati di frenatura assistita che riproducono in modo soddisfacente il comportamento di una mente umana. Il tentativo è sempre quello, ispirandoci a Norbert Wiener, di far compiere al veicolo, quando è pilotato da un dispositivo artificiale intelligente, quelle manovre che un essere umano dovrebbe o vorrebbe fare in vista di un fine, ad esempio riprendere il controllo in caso di una sbandata o modulare con freddezza una frenata disperata per evitare un ostacolo improvviso e imprevisto. Ma ... continua a leggere

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Dialogus de poësi. Dieci Inni alla Morte di Matteo Veronesi
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

Si può inneggiare alla morte? Personificandola come nel Settimo sigillo di Bergman? Vedendola come un’allegoria? Mi rivolgo a Matteo Veronesi, autore di Dieci Inni alla Morte (Nuova Provincia 2009, ora ripubblicato in Lotta di Classico con un progetto grafico di Massimo Sannelli). E perché decuplicare e non limitarsi alla singolarità di un solo Inno alla morte, come Ungaretti in Sentimento del tempo? E ancora: Novalis, quello degli Hymnen an die Nacht in morte dell’amata Sophie, nei quali la morte predisponeva a una rinascita spirituale. E dove l’autore esordiva definendo l’uomo «lo splendido intruso» nel mondo terreno del quale non è parte, straniero alla luce che è regno inespressivo delle apparenze e che mai ravviserà l’infinito. Ipotizzo che Novalis sia una figura magistrale per Veronesi. Dei Dieci Inni parliamo dieci anni dopo: come sempre, tout se tient… Una volta scrisse: «Come la musica delle stelle si rifletta sulla pagina al pari della loro luce muta, è cosa che non sono mai riuscito a dire». Se nella luce vacillano le evidenze, la notte dà profondità. Mi figuro una stanza immersa nel silenzio, che conosce «il fruscio delle carte». E il referente carta è quasi l’unico dato concreto, benché metonimico, rilevabile tra tutti i versi degli Inni, al di là della sovrabbondanza degli archetipi del mondo sensibile, sorpresi nel loro – Leop... continua a leggere

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elogIO della soliTUdine. Castelli di carta di Alberto Teodori
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

I castelli di carta sono il mondo, come già espresso da Alberto Teodori in Per non apparire, e forse anche in altri luoghi, vista la sua tendenza a ritestualizzare e rilanciare certo suo déjà écrit. Perché ripubblicare il pubblicato? Intanto, trapiantare il passato nel futuro riattualizza uno ieri non esaurito, e che non si vuole esaurire. Ma il vero motivo è che in un autore tout se tient. Dimentichiamo troppo spesso l’accesa sensibilità al tempo di un autore: se è un autore. I castelli di carta sono il mondo, d’accordo. Tuttavia, Sergio Quinzio scrive in prefazione, «castelli di carta sono anzitutto le nostre parole», anche quelle, Quinzio continua, attraverso cui Teodori tende a definire e insieme a dare spessore alla separatezza, a quel «cercare l’ombra di sé stessi» che sembra essere l’esclusivo principio ispiratore delle sue opere. Quinzio racconta che il giovane Teodori aveva tradotto Mallarmé usando lipogrammi in r. Il risultato furono versi «dolci e morbidi». Platone diceva che la rho dà l’idea del movimento (Cratilo). Sopprimerla potrebbe dare l’idea di una parmenidea immobilità, di una soppressione del divenire. Sarà un nesso indotto, costruito, ma quei versi privati della r sembrano trattenere qualche affinità con una esistenza quasi inerte, chiusa al mondo. Un volontario isolamento viene vissuto da Teodori senza concettualizzare il regressivo o ricorrere all... continua a leggere

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L’insonnia dello spirito: Emil Cioran e Petre ȚuȚea. Intervista a Ionut Marius Chelariu
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

<em>L’insonnia dello spirito</em>: Emil Cioran e Petre ȚuȚea. Intervista a Ionut Marius Chelariu

Cioran è un autore molto conosciuto in Italia. È considerato uno dei maggiori intellettuali del Novecento e uno dei maggiori prosatori in lingua francese, pur essendo di origine rumena. Di Petre Țuțea, invece, non ci sono testimonianze dirette. Potrebbe inquadrare la sua figura e spiegarci perché è così importante per la cultura rumena? In effetti, Cioran è conosciuto in Italia quasi come in Romania, o in Francia. Petre Țuțea (1902-1991), invece, suo amico sin dagli anni giovanili, è ancora troppo poco noto al di fuori dei confini della Romania. Bisogna pur dire che anche in Romania si è iniziato a conoscerlo solo dopo la fine del regime comunista, quindi a cominciare dal 1990. Per taluni aspetti, la vita di questo pensatore resta tuttora sconosciuta e non abbiamo una biografia esaustiva. Saggista, economista, politico e pensatore cristiano, Țuțea fece parte di quella generazione di menti brillanti della Romania interbellica, che comprendeva anche Eliade, Cioran, Noica e molti altri. Mircea Eliade, famoso storico delle religioni, lo considerava «il più grande annotatore della Romania», era ... continua a leggere

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La poesia in prosa di Libretto di transito di Franca Mancinelli
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

La poesia in prosa di <em>Libretto di transito</em> di Franca Mancinelli

La prosa di Libretto di transito (Mestre, 2018) è poesia che tende asintoticamente, perciò impercettibilmente, a diventare un vero e proprio romanzo laconico o sospeso allo stato embrionale; qualcosa al contempo di contratto eppure articolato abbastanza da non essere contenibile nella misura tipica del racconto. Plasticità o rilievo, per emergere, devono continuamente vincere la resistenza di una misteriosa bidimensionalità che è anche una reticenza, la quale attraversa le cose quasi cancellandole, oppure verificandone l’importanza, oppure ancora costringendole a diventare eventi o a non essere. Viene in mente la paradossalità tangibile del nastro di Möbius che richiama continuamente alle due dimensioni un oggetto dall’interno della sua stessa tridimensionalità. Il soggetto, anche quello in prima persona, è interno all’enunciazione, non ne straborda mai per esistere fuori e prima di essa, rendendosene indipendente come l’a priori della narrazione. Inoltre quando il periodo è costruito alla prima persona, nonostante esso sia sempre breve, il soggetto trova comunque il modo di mettersi a ... continua a leggere

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