Bibliomanie

Per l’Esteta Armato di Maurizio Serra
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Per l’<em>Esteta Armato </em> di Maurizio Serra

Non capita sovente che sia un editore trentino, pur prestigioso e apprezzato dal Canada al Giappone, a pubblicare in Italia l’editio princeps di un testo superbo di storia della cultura europea, che – inter alia – il 10 settembre prossimo prenderà anche la strada delle librerie francesi, attraverso l’onorata ospitalità delle Éditions du Seuil, da sempre insigni quanto esigenti. Eppure ciò avviene per L’esteta armato, il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta, approdato finalmente in edizione ne varietur per La Finestra Editrice di Lavis (Une génération perdue. Les poètes guerriers dans l’Europe des années 1930, nella versione transalpina). D’altra parte, non accade frequentemente d’incrociare un autore come Maurizio Serra (1955-), biografo, storico della cultura e delle idee, nonché diplomatico di fama internazionale (è rappresentante permanente del nostro Paese alle Nazioni Unite, presso le Organizzazioni Internazionali di Ginevra). Già stimatissimo per studi affatto originali sopra Curzio Malaparte, la Francia di Vichy, Italo Svevo e ... continua a leggere

torna su

Quadri del Settecento musicale italiano
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Quadri del Settecento musicale italiano

Leggo quel che nel 1765 scrive Lalande, nel suo Voyage d’un français en Italie, e sogno la macchina del tempo per poter tornare indietro ed entrare in un teatro di Napoli ad ascoltare Scarlatti o Cimarosa o Pergolesi: «La Musica è soprattutto il trionfo dei napoletani; sembra che in quel luogo le corde del timpano siano più tese, più armoniche, più sonore che nel resto d’Europa. Il popolo medesimo ha in sé il canto: il gesto, l’inflessione della voce, la prosodia delle sillabe, la stessa conversazione, tutto vi segna e vi respira l’armonia e la Musica; così, Napoli è la sorgente principale della musica italiana, dei grandi compositori e delle opere eccellenti». E il fatto che la Musica sia trattata da Lalande con la maiuscola non fa che moltiplicare questo desiderio. Fra i mondi musicali perduti, Napoli è quello su cui maggiormente soffro. Ma so anche che si doveva perdere: troppo effimero il suo carattere, troppo incomplete e fragili le sue partiture, troppo dominante l’improvvisazione. E per cogliere il senso di questa seduce... continua a leggere

torna su

Vaticano e III Reich: una relazione difficile
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Vaticano e III Reich: una relazione difficile

Uno dei grandi dilemmi storici del XX secolo riguarda senza dubbio le reticenze di Pio XII, Eugenio Pacelli (1876-1958), e della Santa Sede in generale, di fronte alle atrocità compiute dal III Reich. Come una vera e propria nevrosi, questi eventi emergono con regolarità inesorabile nelle menti di chi si occupa, per interesse personale o professionalmente, di storia contemporanea: una nevrosi è, essenzialmente, uno stato di conflitto emotivo e psicologico irrisolto, che risale a un vissuto doloroso e influenza sensibilmente i pensieri e i comportamenti di chi ne soffre. Non è azzardato il paragone con le scienze della psiche, in quanto la storia è un iter composto da crocevia in cui le nazioni intraprendono una strada od un’altra condotta da menti-guida che, in quanto persone, manifestano comportamenti umani e sono, di conseguenza, affetti dalle medesime problematiche interiori. L’afasia di Pio XII, ovvero la sua impossibilità di esprimersi pro o contro Hitler, divenne per il papa stesso una vera e propria nevrosi, che non riusci... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Interrogation. Il primo libro di Pierre Drieu La Rochelle
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

<em>Interrogation</em>. Il primo libro di Pierre Drieu La Rochelle

Considera quod hodie proposuerim in conspectu tuo vitam et bonum, et e contrario mortem et malum. Testes invoco hodie contra vos caelum et terram quod proposuerim vobis vitam et mortem, benedictionem et maledictionem. C’è anche la destra sublime: è la destra divina, «dentro di noi, nel sonno». L’approdo è nelle opere terminali di Pasolini, quando la forza di conservazione diventa – poeticamente, non realisticamente – nominabile. A che cosa serve una destra divina? Politicamente, a nulla. Ma la soluzione d’autore, alla fine della Nuova gioventú, è che il problema non è n... continua a leggere

tag: ,

torna su

Riscoprire la storia della scienza
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

La storia della scienza come campo di ricerca autonomo e come disciplina presente nei programmi universitari è molto recente: le prime cattedre vengono istituite sotto dipartimenti umanistici nel 1892 a Parigi, e solo negli anni ’20 in Inghilterra e negli Stati Uniti. In Italia, nonostante la fama e il valore dei patrimoni (perlopiù) storico-scientifici, bisognerà aspettare il 1979; ancor oggi, peraltro, l’inserimento sistematico di questo insegnamento nei percorsi scientifici è parziale, tanto che spesso rimane affidato a scelte e iniziative de facto individuali. La comunità scientifica italiana ha risentito pesantemente di questo ritardo: pure a causa del lungo processo unitario, non ha avuto a disposizione gli strumenti culturali, sociali e istituzionali per incidere sul fronte della divulgazione, cosa che è avvenuta in maniera sporadica e occasionale. Per secoli, nella cultura europea, la tradizione letteraria ha ricoperto un ruolo fondamentale in campo educativo, stimolando il senso critico e le facoltà di giudizio e analisi. La scienza, oggigiorno ben si sa, è stata un’impresa fatta di tentativi, di errori, ma pure d’innumerevoli successi, realizzati con impegno creativo analogo a quello che ha prodotto le arti figurative, la letteratura, la musica. Negli ultimi anni, le nuove generazioni hanno manifestato un interesse sempre più vivo verso le conoscenze e le competenze tecnico-scientifiche, che però ... continua a leggere

tag: ,

torna su

Mistero etrusco
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

Mistero etrusco

Il “mistero etrusco” (che, a ben vedere, tale non è, o è solo in parte, o è forse, oramai, un "mistero in piena luce", essendo l'alfabeto etrusco perfettamente decifrabile, ed essendosi via via venuto chiarendo, negli ultimi decenni, attraverso l'indagine etimologica e il ricorso al metodo comparativo e combinatorio — fondato sul ricorrere di determinati contesti ed ambiti logici, semantici e sintattici —, il significato di larga parte dei vocaboli) non ha cessato di esercitare, specie tra Ottocento e Novecento, la propria duratura suggestione su poeti e scrittori: dal "vaso etrusco" di un racconto di Mérimée, scrigno ed emblema dell'enigma, del perturbante, dell'ombra inquietante, al sarcofago etrusco di un'Elegia Duinese di Rilke, nella cui cavità abita e risuona la voce inafferrabile dell'essere; da Aldous Huxley, che, affascinato dalla splendida, ieratica impenetrabilità di quei suoni intorti e cupi, dalla loro sublime, arcaica ed aristocratica inutilità, definiva l'etrusco — con squisito ed intelligente snobismo — la sola lingua degna di essere studiata da un gentiluomo, fino all'americano Ri... continua a leggere

tag: ,

torna su

The mirror of one’s (spiritual) self. Elizabeth I translates Marguerite De Navarre
di , numero 39, maggio/agosto 2015, Saggi e Studi

In a painting by Matthias Grünewald, the Archangel Gabriel appears to the Virgin Mary: a gust of wind moves the robe and cloak he’s wearing and, at the same time, stirs the pages of a book, the book that Mary was reading; some words are made clearly readable by the painter: Ecce Virgo… Mary was reading the prophecy which announces the miraculous birth of Christ; she was reading and pondering on it; we are allowed to think so by recalling the words of Luke in his Gospel: while the three kings were adoring Jesus, “Mary kept all these things and pondered them in her heart” (2, 19). Grünewald is not the only one who depicted the Virgin Mary in the act of reading. We can remember the paintings by Antonello da Messina, Piermatteo d’Amelia, Tiziano and Giorgione. All these painters show us a woman reading and pondering. Keeping this image in our minds we can shift our attention to a woman who actually read and pondered on religious matters, Princess Elizabeth, who, at the age of eleven, in 1544, translated a poem by Marguerite de Navarre as a New Year’s gift for her stepmother, Catherine Parr; the poem was Le miroir de l’ame pecheresse, probably written during the 1520s and published in 1531, a poem referred to as “a poetic manifesto of reformist doctrine that caused an explosion of disapproval among French religious authorities” and which Elizabeth presented as The Mirror or Glass of the sinful soul. The gift was o... continua a leggere

torna su

Vie per perdere il senso. Ipotesi di lettura su Beckett e Tadini
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

«Il significato di un testo è ciò che l’autore ha voluto dire con l’impiego di particolari simboli linguistici. Essendo linguistico, questo significato è pubblico, cioè identico a se stesso e riproducibile in più di una coscienza. Essendo riproducibile, è lo stesso in ogni tempo e in ogni luogo della comprensione. Comunque, ogni volta che questo significato viene costruito, il suo significato per l’interprete (la sua significanza) è differente». Queste sono le parole con cui il critico letterario statunitense Eric Donald Hirsch si riferisce alla connessione tra significanza e significato, nel campo minato dell’ermeneutica. Hirsch, nei suoi principali lavori, Validity in interpretation e The aims of interpretation critica, insieme ad Heiddeger e Gadamer, tutti gli altri “atei cognitivi”, ossia i promotori di un metodo ermeneutico atto a vedere l’opera solamente entro lo stretto rapporto che il proprio autore ha con essa. Uno dei nodi che Hirsch cerca di sciogliere è questo: riuscire a distinguere, nell’interpretazione di un testo, tra significato e significanza, tra quello quindi che è il significato voluto dall’autore dell’opera e quello che l’opera finisce per diventare con la rappresentazione che ne fa un lettore. Perdere il senso significa appunto mostrare come quel «fatto di coscienza» che è il significato possa anche avere come fine ultimo se stesso, girare, insomma, a vuoto, questo, infatti, «non è... continua a leggere

torna su

Ultime glosse sull’ambiguo Pasolini
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

Ultime glosse sull’ambiguo Pasolini

1. La morte scritta secondo elegia e profezia sfocia nella morte realizzata. Ecco Pasolini. Proviamo a parlarne come chi è all’interno della società dello spettacolo: per professione e per passione. Al professionista dello spettacolo (attore, sceneggiatore, regista) interessa l’uscita – di scena – di chi sa che non potrà avere, fuori, un suo simile: non avrà né sposo né sposa, nessuno, e di mamma ce n’è una sola (e la mamma ha ottanta anni). La base del possibile film è in questa singolarità. Iniziano gli anni Settanta, cioè il tempo di morire, come nella lettera alla fidanzata di Ninetto Davoli: «Tu sai che mia madre ha ottant’anni: fra un po’ sarò solo al mondo. Io muoio al pensiero che Ninetto non sia più il mio Ninetto. Ma naturalmente non posso chiedergli di lasciarti, sarebbe disumano da parte mia, e anche inutile. Come non chiedo a te di lasciare lui: io non posso farlo. Ma siccome questa è una vera tragedia, e tu ci sei coinvolta, è bene che tu sappia tutto». 2. E misi i piedi sul caldano… e me li sono trovati bruciati, e i piedi non li ho più... continua a leggere

torna su

Per una storia materiale della poesia
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

La recente pubblicazione di un volume su Montale mi ha spinto a riproporre la questione del correlativo oggettivo in rapporto a figure poetiche affini con l’intenzione di svolgere in questa nota considerazioni in merito non tanto, o non solo, alle differenze letterarie, ma anche ai differenti orizzonti sociali e alle condizioni materiali che questi procedimenti retorico-stilistici sottendono. È ormai costume da molto tempo ritenere che la letteratura stia alla storia del tempo in cui viene prodotta come le regole del calcio alla Firenze medicea, esiste sì un’innegabile filiazione ma legami e influenze sarebbero superficiali ed estrinseci quando non inesistenti, anche chi ammette un’evoluzione storica della poesia si riferisce per lo più ad un’evoluzione formale e postula un progresso iuxta propria principia delle forme poetiche senza rendersi conto che ritenerle indipendenti dal loro orizzonte di attesa storico significa, a conti fatti, sancire l’equivalenza stessa delle forme in un processo di mutamenti arbitrari; i casi in cui questo si verifica sono innumerevoli, ma quello che abbiamo sotto gli occhi oggi è di particolare importanza per la sua pervasività dovuta in parte alle semplificazioni scolastiche e in parte alle politiche editoriali, molti dei giovani scrittori e lettori infatti formano il proprio stile ed educano il proprio gusto immaginando il nost... continua a leggere

torna su

Il nostro debito nei confronti dei Greci
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Saggi e Studi

Percorso della conferenza tenuta il 24 agosto 2016 a Pesaro nella libreria Il catalogo di via Castelfidardo. ... continua a leggere

torna su

Il tempio della filosofia di Orazio Arrighi Landini. Un insolito esempio a metà fra storia della filosofia e divulgazione scientifica nell’Italia del Settecento
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Nello scenario dinamico e variegato che caratterizza il secolo XVIII un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta a quelle figure che, pur non ricoprendo un ruolo di primo piano, svolgono tuttavia un compito “divulgativo” nella cultura del tempo. Uno dei più significativi rappresentanti di questo genere di intellettuale è il toscano Orazio Arrighi Landini (nato a Firenze nel 1718 e morto a Venezia non prima del 1770), che incarna, in un certo senso, il tipo dell’uomo di cultura settecentesco desideroso di ampliare continuamente i suoi orizzonti, mostrandosi incapace di soffermarsi su un ambito di interessi circoscritto. Da personaggio ambizioso qual è, Arrighi Landini è sempre alla ricerca di situazioni e ambienti che possano mettere in risalto le sue doti di versatilità e possano consentirgli di sfoggiare la sua erudizione. La continua ricerca di queste condizioni congeniali al raggiungimento delle predette finalità, lo porta a girovagare un po’ dappertutto sia in Italia (lo troviamo, infatti, in Toscana, nel Regno di Napoli, nella Repubblica di Venezia ecc.) sia in altri paesi europei (in particolare, in Spagna e in Portogallo), costantemente in contatto con ambienti dell’aristocrazia o dell’élite culturale delle varie città in cui ha occasione di soggiornare. Rientra all’interno di questo modus operandi il suo ingresso nell’Accademia degli Agiati di Rovereto, avvenuto nel 1752, in conseguenza del qua... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Francesco Selmi e le celebrazioni dantesche del 1865
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Francesco Selmi e le celebrazioni dantesche del 1865

Nel 1859 la direzione della «Rivista contemporanea» di Torino, rendendo onore al poeta tedesco Friedrich Schiller in occasione del centenario della nascita, celebrato il 10 novembre in Germania, si dice certa che «fra cinque anni sarà compiuta l’unità della patria» e propone che «la prima festa nazionale della nostra rigenerazione sia un’ammenda onorevole, sia la festa secolare di Dante Alighieri», «un uomo che pugnò con la spada e con la penna […] per l’unità della gran patria italiana». Il secolo si è aperto con manifestazioni di entusiasmo da parte di autori come Ugo Foscolo, Cesare Balbo e Silvio Pellico, che hanno contribuito con il loro pensiero e le loro opere ad affermare l’immagine di Dante quale padre della patria. Durante il Risorgimento, infatti, il poeta toscano viene sempre più considerato l’ideale unificatore, dal punto di vista sia linguistico sia politico, dell’Italia divisa. Negli anni immediatamente successivi all’Unità, il mito di Dante risulta essere più forte che mai tra le persone di cultura, e si inizia a pensare alle future celebrazioni del 1865, seicentesimo anniversar... continua a leggere

torna su

Turismo come scienza comparatistica. Una rapsodia ponderata
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Un amico fraterno mi ha chiesto, mesi or sono, di stendere qualche pagina circa il “turismo pensato” – relata refero. Così, ho riflettuto su ciò che, ogni giorno, decine di sedicenti esperti dichiarano in tal senso, e ho infine ritenuto di addentrarmi nel milieu del “turismo scientifico” che, di là da talune illustri (e illustrate) rappresentazioni, non mi sembra de facto adeguatamente frequentato. Sono persuaso che – oggi forse più che mai – lo scienziato del settore dovrebbe essere uno studioso provvisto di forma mentis interdisciplinare e comparatistica, il quale, pur coltivando intensamente il suo microcosmo d’elezione, sappia poi espandere il proprio “campo di attenzione” alla globalità delle discipline effettivamente correlate all’oggetto delle sue ricerche. Ho sempre creduto inoltre che, nei sondaggi introduttivi e nelle esplorazioni di fenomeni nuovi, sia compito dell’autentico scienziato introdurre idee originali, a prescindere da qualsivoglia controllo successivo, pronto a giudicarle – magari a giusto titolo – velleitarie o scevre di un reale fondamento epistemico. Questa sorta di azzardo è lecito pure per un “tecnico del turismo” che aspiri ad effettuare un excursus nelle aree sconfinate delle “scienze della natura e dello spirito” (Dilthey), onde verificare, fra il resto, quali di esse potrebbero arricchire e/o potenziare lo studio scientifico del s... continua a leggere

torna su

La Minerva o sia Nuovo giornale de’ letterati d’Italia. Rivista mensile impressa a Venezia dal 1762 al 1767
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

1. Che cosa fu e chi fondò «La Minerva» «La Minerva o sia Nuovo giornale de’ letterati d’Italia» fu una delle più significative riviste di alta cultura ad essere stampate a sud delle Alpi nei decenni centrali del Settecento. Venne fondata all’inizio del 1762 dall’oscuro abate Iacopo Rebellini (1714-1767), che ne fu poi il direttore de facto, e dal combattivo camaldolese Angelo Calogerà (al secolo, Domenico Demetrio: 1699-1766). Il primo, uomo di poco prestigio e di difficile carattere, nacque nel Padovano (a Piove di Sacco) e studiò teologia ed eloquenza, coltivando la poesia e insegnando in varie località della Repubblica Serenissima; nominato pubblico revisore per le stampe dai Riformatori dello Studio di Padova, esercitando questa carica acquisì competenze redazionali ed organizzative che gli furono molto utili durante gli anni della «Minerva»; quest’ultima cessò con la morte di Rebellini. Il secondo era un celebre dotto che, quando ebbe origine codesto periodico, poteva contare sull’amicizia e sulla stima dei più importanti uomini di cultura veneti (e non solo veneti) dell’epoca, e aveva alle spalle una notevole esperienza editoriale per quanto riguardava i fogli eruditi. Dal 1730 ricoprì la carica di pubblico revisore per le stampe della Serenissima e da allora collaborò, in qualità di consigliere, coi tipografi veneziani. Nacque a Padova e visse stabilmente dal 1726 al 1759 nel monastero di San M... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Sulle tracce di Alfonso Gatto, un salernitano che risciaquò i panni in Irno
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Sulle tracce di Alfonso Gatto, un salernitano che risciaquò i panni in Irno

Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909 da Giuseppe e da Erminia Albirosa. Perdette un fratellino, a cui dedicherà rime tenere e amorevoli. A Salerno compì gli studi classici e poi ben presto cominciò il suo peregrinare per l’Italia – una costante della sua vita – da Milano a Bologna, da Firenze a Roma, conservando nel cuore la nostalgia (dolore del passato) della sua piccola patria: “Sono venuto a Salerno, a risciacquare i miei panni in Irno… e su queste rive ho appreso la mia bella lingua” (l’Irno è il “fiumicello natio che sbocca in mare ai confini della vecchia città”). Ben nota la serie ininterrotta di spostamenti e di occupazioni, le più disparate, da correttore di bozze a commesso, da bibliotecario a scrittore, da professore a giornalista: è “un fenomeno oscuro il divenire”. Scrisse la sua prima poesia a vent’anni “in una stanza diroccata” partenopea, mentre a Firenze lavorò alla rivista Campo di Marte, legata all’ermetismo fiorentino, con lo scopo di proporre a un vasto pubblico tutti i generi letterari, Firenze delle Giubbe rosse e di Bargello, ... continua a leggere

torna su

Vita breve di Elsa De’ Giorgi
di , , numero 41, gennaio/giugno 2016, Saggi e Studi

Vita breve di Elsa De’ Giorgi

Elsa Giorgi Alberti, in arte Elsa de’ Giorgi, nasce a Pesaro il 26 gennaio 1914. Il padre Cesio Giorgi Alberti, discendente dai Giorgi Alberti di Bevagna e Camerino, sposa Licinia Ricci, a Bevagna in provincia di Perugia, il 7 ottobre 1906. Elsa è la figlia minore dopo Edgardo, nato il 24 giugno 1907, e Vanna, nata il 12 aprile 1911. Cesio Giorgi Alberti è chiamato a insegnare presso la cattedra di lettere e storia al Magistero di Firenze. La figlia lo descrive come un uomo gentile, distratto in tutto al di là della cultura. Ma la spensieratezza dell’infanzia subisce un brusco arresto quando Elsa, ancor bambina, prende coscienza dell’insorgere del male oscuro che inizia a offuscare la mente della madre. Ella stessa racconta di aver passato un intero pomeriggio «diffidata da lei a muovermi, minacciata di essere uccisa. Senza astio, diceva, ma per fatalità. Avevo otto anni». Una cura ormonale errata comprometterà definitivamente lo stato di salute della donna. Un giorno, di ritorno dal liceo “G. Galilei” all’appartamento di via Maggio, dove abita al primo piano con la famiglia, Elsa scopre la fuga del... continua a leggere

tag:

torna su

La creazione delle «dodici divinità delle genti maggiori» nella Scienza nuova di Vico come espressione delle passioni umane. Paura, bisogni, conflitti
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Saggi e Studi

La creazione delle «dodici divinità delle genti maggiori» nella <em>Scienza nuova</em> di Vico come espressione delle passioni umane. Paura, bisogni, conflitti

Uno dei principali aspetti della filosofia di Giambattista Vico, costituente anche uno dei motivi di maggiore distinzione dal suo antagonista Descartes, è rappresentato dalla convinzione che nell’uomo mente e corpo interagiscano in modo attivo nella formulazione della conoscenza. Sebbene sia possibile riscontrare tale caratteristica un po’ in tutte le opere del pensatore partenopeo, è però soprattutto nel suo capolavoro, la Scienza nuova, che essa emerge in maniera evidente, in quanto è in quest’opera che Vico rappresenta la «vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi». Il fatto di considerare la mente e il corpo come due entità interagenti e compartecipi sul piano conoscitivo, porta inevitabilmente il filosofo napoletano a soffermarsi su quelle componenti umane che non sono strettamente afferenti alla sfera razionale. Tutto questo conduce Vico a mettere in risalto con determinazione il tema delle p... continua a leggere

tag: ,

torna su

Un ricordo di Piero Buscaroli (1930-2016)
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Saggi e Studi

Un ricordo di Piero Buscaroli (1930-2016)

Lo conoscemmo il 25 giugno 2010, all’indomani di una riuscita presentazione a Padova del suo Dalla parte dei vinti, appena edito da Mondadori. Arrivammo a casa sua senza avviso, ma ci ricevette alle 11 senza opporre alcuna resistenza. Anzi scusandosi se oltre al “rancio Buscaroli” nulla più ci si poteva aspettare per il pranzo di lì a un paio d'ore. Reduci da una chiacchierata con Ezio Raimondi (1924-2014) sulla dolce collina bolognese prossima ai Giardini Margherita passavamo davvero a un mondo diverso. Dalla luminosa mitezza dell'italianista in possesso del miglior eloquio novecentesco alla schiettezza ruvida e generosa di uno storico della musica e organista diplomatosi con Fuser, ma soprattutto noto per le sue scorribande giornalistiche per grandi testate e indimenticato direttore del “Roma”, uomo d’azione, di lettere e di pensiero, ardente senza compromessi o condiscendenze di alcun tipo. Non meno arditi per sfacciataggine gli dicemmo che, a pagina 28 del libro, c’era scritto che lui si offriva per fornire materiali e indicazioni di ricerca sopra autori come Gerbore, Giusso, Longanesi e m... continua a leggere

torna su

Le bestie nere del Tempo e dell’Aspetto in Inglese. Un approccio comparativo
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Saggi e Studi

Partiamo da qui, dal tempo: il Tempo con la t maiuscola, anzi. Ma quale tempo? Il Tempo filosofico o il Tempo della grammatica? In italiano non c’è differenza lessicale che aiuti a far chiarezza fra questi due concetti, che pure sono così ben distinti; ma gli inglesi, a cui piace la precisione, che respingono l’ambiguità quantomeno per esigenza comunicativa – lo vedremo bene nel cosiddetto “futuro” –, che amano dire le cose come stanno e si preoccupano delle interferenze di significato, gli inglesi, dicevo, distinguono eccome lessicalmente i due termini, cosicché le parole che definiscono l’una il Tempo filosofico e l’altra il Tempo della grammatica sono affatto diverse. Ma facciamo un passo indietro; cosa s’intende qui per Tempo filosofico e per Tempo della grammatica? Ebbene, proviamo a spiegarlo in breve. Il tempo che chiamo filosofico è un concetto astratto, universale; è una categoria del pensiero grazie alla quale possiamo ordinare – o perlomeno credere di farlo – gli eventi della nostra esistenza, registrandoli sotto le categorie del presente, del passato e del futuro; il concetto di Tempo, per quanto soggettivo dal punto di vista della percezione, ha carattere di oggettività nel momento in cui viene utilizzato universalmente (con l’orologio ben sincronizzato) per intendersi, comunicare, darsi appuntamento: tutti riconosciamo uno svolgersi cronologico del Tempo, e grazie a questo svolgersi oggettivo organ... continua a leggere

torna su

Pasolini tra maschere tragiche e drammi dialettici
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

Pasolini tra maschere tragiche e drammi dialettici

1. Ragioni di un teatro La vulgata critica e biografica, alimentata artificiosamente dallo stesso Pasolini e sancita in sede critica dalla nota di Aurelio Roncaglia alla prima edizione garzantiana postuma del teatro di Pasolini, vuole che l’esperienza drammaturgica sia sorta essenzialmente da una lettura dei dialoghi platonici durante una convalescenza che lo costrinse al riposo forzato nel 1966; certamente questa impostazione va smentita per le prove che segnano l’intera carriera letteraria di Pasolini, dal giovanile dramma La sua gloria al tardo Teorema nato per la scena e convertito in film. Nondimeno se vi è una così ferma intenzione nell’autore di stabilire un processo di filiazione diretta tra la sua opera drammatica e i testi platonici ritengo sia opportuno interrogarsi sulla specificità di questo rapporto. Il tema della grecità, grecità come condizione politica e non solo geografica, come particolare congiuntura di forze e strutture sociali che si esprimono esteticamente nella tragedia è in qualche modo già latente nel pensiero pasoliniano, dai tempi del Dopoguerra e de... continua a leggere

tag: ,

torna su

La condizione dell’in-baculum. Maurizio Ferraris risponde
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

La condizione dell’<em>in-baculum</em>. Maurizio Ferraris risponde

L’imbecillità «è il richiamo dell’abisso e del negativo e, insieme, del solo vero», lei scrive in L’imbecillità è una cosa seria (il Mulino 2016), che ha suscitato e continua a suscitare grande interesse nel pubblico. L’interesse è indubbiamente dovuto ai pregi del suo libro, ispirato alla brevitas ma oltre modo serrato, brillante ma essenzialmente amaro: ritratto implacabile e fedele della condizione umana. Senza ovviamente sminuire il suo lavoro, sorge il sospetto che dietro questa grande accoglienza ci sia anche qualcos’altro, che parecchi lettori si sentissero come chiamati in causa per una autoverifica. È possibile secondo lei? R. Certo, i libri sull’imbecillità vanno tantissimo, e sono tantissimi, perché attivano due meccanismi. Quello autodiagnostico: «Non sarò per caso imbecille? Meglio che mi informi» (meccanismo che non scatta per altri tipi di infermità piú palesi: difficile che uno, a freddo, si chieda se è un gottoso asintomatico). E quello consolatorio: «Imbecilli sono gli altri, tanto è vero che in questo libro non vengo menzionato». Alla fine, è la cons... continua a leggere

torna su

La concezione filosofica della poesia nel pensiero di Gian Vincenzo Gravina
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

Il 1708 è un anno di fondamentale importanza per la filosofia moderna italiana; in quell’anno, infatti, vengono pubblicati tre libri destinati a rivestire un ruolo significativo nel contesto della cultura nostrana: le Riflessioni sopra il buon gusto nelle scienze e nelle arti di Lodovico Antonio Muratori, il De nostri temporis studiorum ratione di Giambattista Vico e il Della Ragion Poetica di Gian Vincenzo Gravina. Pur se differenti per le tematiche affrontate, questi tre volumi sono accomunati dal bisogno di far rinascere la cultura italiana, risvegliandola dal torpore che l’aveva caratterizzata durante il Seicento, ponendola di fronte alla necessità di un riscatto rispetto alle altre nazioni europee, in special modo rispetto alla Francia, che a quel tempo rappresentava il faro culturale dell’Europa. Ponendosi nella scia del trattato Della Perfetta Poesia italiana (1706), scritto due anni prima, le Riflessioni sopra il buon gusto di Muratori indagano un concetto destinato ad avere grande fortuna nel corso del XVIII secolo. L’erudito vignolese affronta questo argomento collocandolo oltre il dato meramente sensoriale ed estetico, mettendo in risalto come il gusto, lungi dall’essere uno dei sensi atti ad evidenziare le scelte estetiche di un individuo in maniera estemporanea, sia piuttosto una capacità di discernimento che serve a distinguere il bello dal brutto, il buono dal cattivo. In questo modo... continua a leggere

torna su

Filosofia, stile, forma della scrittura. Considerazioni sulla prosa francese del Settecento
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

1. Dinanzi a testi tersi e brillanti come quelli di autori tanto diversi tra loro per qualità stilistica e rilevanza storica quali Fontenelle, Moncrif, Vauvenargues, Duclos, Voltaire, o La Mettrie, ma appartenenti tutti a una cultura come quella del Settecento francese che ci sembra appartenere ormai a un’età irrimediabilmente superata, continuare a chiedersi che cosa volessero dire allora, e che cosa possano dire ancora oggi, rischia di distogliere l’analisi dal problema che ognuno di essi pone al lettore a ogni pagina, quasi a ogni riga. Problema scomponibile in due momenti, distinti ma complementari, e formulabile in poche parole: in primo luogo, si tratta di capire che cosa abbia reso possibile, partire dalla prima metà del XVIII secolo, in Francia, l’emergere di una scrittura – e, prima ancora, di una lingua – in cui il mito classicistico della clarté si coniuga curiosamente a un culto della nuance, che della clarté parrebbe essere l’opposto; e, secondariamente – anche se proprio in ciò risiede il nocciolo del problema –, che cosa renda ancora oggi tale scrittura viva e affascinante, cioè esteticamente riuscita, a dispetto della caducità di molti suoi temi e stilemi. La polemica fontenelliana sugli oracoli pagani, che dissimula con sottile ironia una critica razionalistica di ben altri riti, credenze e miracoli, il codice delle buone maniere che contraddistinguono secondo Moncrif l’honnête homme, la nostalgia di Vauvenargues pe... continua a leggere

torna su

Mussolini visto da un bambino
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

Una nuova luce sull’uomo Mussolini dai ricordi vividi e intensi di un fanciullo, ora quasi novantenne, che incontrò più volte il capo del fascismo. Quello che i libri, i filmati d’epoca e gli articoli, non dicono e non possono dire. La storia è uno specchio infranto, in cui si deve forzatamente raccogliere ogni pezzetto di tempo e rimetterlo al suo posto, collegandolo agli altri, comprendendone le analogie, i punti di contatto, i legami profondi: e nel fare questo i frammenti di ricordi riflettono immagini diverse, a seconda dell’angolazione da cui li si osserva. Per questo la storia ha sempre una luce nuova da diffondere, sfumature, colori, racconti – spesso nascosti – che devono emergere ed essere narrati. È accaduto anche recentemente, incontran... continua a leggere

torna su

21 Novembre 1920: l’eccidio di Palazzo D’Accursio come nascita del fascismo
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

21 Novembre 1920: l’eccidio di Palazzo D’Accursio come nascita del fascismo

Avevo improvvisamente capito che attraverso la propaganda del giornale o con l’esempio non avremmo mai riportato alcun grande successo. Era necessario battere l’avversario violento sul campo di battaglia della violenza. Come per una rivelazione mi resi conto che l’Italia sarebbe stata salvata da un’azione storica, da una forza giusta. La nostra democrazia di ieri era morta; il suo testamento era stato letto; ci aveva lasciato come eredità soltanto il caos. [...] Era necessario farci strada con la violenza, con il sacrificio, con il sangue; era necessario stabilire un ordine e una disciplina voluti dalle masse, ma impossibili da ottenere con una propaganda all’acqua di rose [...] Demmo inizio al nostro periodo di salvezza e resurrezione. Morti ce ne furono, ma all’orizzonte tutti vedevamo l’alba della rinascita italiana. Benito Mussolini Il 21 novembre 1920, mentre era in atto l'insediamento della giunta comunale socialista a palazzo d’Accursio, alcune squadre fasciste compivano un attacco all’allora sede del comune di Bologna provocando undici morti e cinquantott... continua a leggere

torna su

I feriti nazionalisti del Collegio di Spagna a Bologna
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

I feriti nazionalisti del Collegio di Spagna a Bologna

1. Il Collegio di Spagna nel ventennio fascista Da oltre sei secoli enclave culturale e territoriale spagnola nel cuore di Bologna, il Reale Collegio Albornoziano di San Clemente degli Spagnoli, più noto come Collegio di Spagna, fu retto ininterrottamente da Manuel Carrasco y Reyes dal 1917 al 1954. Nato a Guadix (Granada) il 1° novembre 1883, egli studiò filosofia e diritto e nell’ottobre 1907 ottenne una borsa di studio del Collegio di Spagna di Bologna, dove restò sino alla fine del 1909, conseguendo presso l’università locale la laurea in legge con una tesi in lingua francese premiata dall’Institut de France. All’epoca il Collegio mostrava notevoli carenze accademiche e amministrative che la Giunta di patronato si accinse a sanare nel 1916 con un nuovo statuto, che ebbe l’approvazione reale; all’inizio del 1917 Carrasco – personalità dal carattere forte e deciso, che mostrerà di godere la piena e ininterrotta fiducia del patrono Joaquín de Arteaga y Echagüe, duca dell’Infantado – venne nominato rettore. Per dare subito visibilità all’istituzione che guidava, oltre ad incrementar... continua a leggere

torna su

La visione diretta della realtà da Omero al Rinascimento
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Saggi e Studi

Il saggio è comparso in D. Baldi, M. Maggini e M. Marrani, Le origini toscane della Cosmografia di Matthias Ringmann e Martin Waldseemüller, Firenze 2015, pp. 29-67. Per gentile concessione dell'autore. ... continua a leggere

torna su

Immagine, immaginazione e poesia nella speculazione di Gianvincenzo Gravina
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Saggi e Studi

Immagine, immaginazione e poesia nella speculazione di Gianvincenzo Gravina

Immagine e immaginazione in relazione ai concetti di «vero», «falso», «verosimile» Fra le varie incombenze di tipo culturale che Gianvincenzo Gravina (1664-1718) si trova a fronteggiare vi è quella riguardante l’affermazione dell’importante ruolo rivestito dall’immagine nel contesto della filosofia moderna. La gravosità del compito appare ancor più evidente se si considera il fatto che, nel corso della storia, l’immagine, intesa come categoria speculativa, era stata sottoposta ad un depotenziamento sia di tipo ontologico sia di tipo epistemologico. Il depotenziamento sul piano ontologico era stato dovuto a Platone, al quale va ascritta la teoria secondo la quale l’immagine apparterrebbe all’ordine del non essere; tale concezione, va specificato, risulta preponderante nel filosofo greco, nonostante, in altro contesto, lo stesso Platone ponesse la necessità di affermare una distinzione fra ciò che deve intendersi come buona immagine (eikon) e ciò che deve intendersi alla stregua del semplice e negativo simulacro di colui che imita ciò che appare (eidolon). D’altro canto... continua a leggere

tag: ,

torna su

Il “Caso Pulci”
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Saggi e Studi

Primo concetto, a margine del caso: la disinvoltura comica ed epica di Pulci. Primo specimen, ad uso dell’investigatore: «Ma ben ­che nel giardino le triste aguria / apparisin di fuori non fu sentito / per la città né da’ baroni in curia» (La Morte di Orlando II 79, 1-3). Iniziamo da questa intenzione disinvolta, da leggere con la mede­sima disin­voltura. Per Pulci, non si tratta solo di divertire (l’antichis­simo delectare romano) il pubblico, ma di incarnare il più possibile il sentimento civile, inserendo nel racconto personaggi nuovi e curiosi: così nascono Morgante, Margutte e Asta­rotte. Se è così, El Famoso Morgante non deride la cavalleria per partito preso, ma serve ad un’intenzione quasi teatrale: il poeta vestirà i panni del cantastorie, che ravviva una materia già sedimentata e a rischio di banaliz­zazione (per intenderci: Andrea da Barberino e Feo Belcari, giusto per citare chi si rivolge ad una diversa tradizione e ad altri generi). Pulci coinvolge le auctoritates più solenni per sottrarre il libro al destino: «Chi negherebbe a Gallo già mai versi?» traduce Virgilio (Buc., X 3: «Neget quis carmina Gallo?»). Uno degli esempi possibili. Per il resto, Pulci riformula tutti i tópoi medievali, e racconta le necessità contemporanee con espressioni fortuna­te, a giudicare dal successo editoriale. E oggi? Molti ragi... continua a leggere

tag:

torna su

Autoreferenza ed elogio della conformità
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Il ‘silenzio’ nasce dalle parole, dalla loro perspicuità e pervasività e prende corpo nell’attimo in cui la poesia si fa ascolto, visione di un mondo inconoscibile alla ragione, muto segno di infinite trame che predispone il poeta alla conoscenza; così come da un ‘tempo’ per sua natura incerto, forse perché elusivo, ha vita la creatività. Compito della poesia è comprendere dell’uno la fragilità e restituire il senso del suo mutamento nell’armonia di un ‘reale’ incorruttibile; dell’altro configurarne a posteriori il ruolo attraverso un ‘istante’ fittizio che ne affermi l’esistenza agli occhi della critica e della storia. La funzione del ‘silenzio’ è quella di dare un luogo distante al pensiero in cui potersi sciogliere; del ‘tempo’ quella di restituire – con un artificio credibile – un’immagine percettibile da tramandare ai posteri. Ciò che contrasta visibilmente con l’essenza poetica dello ‘sguardo’, è proprio la decifrabilità insistentemente cercata di una ‘cosa’ per definizione inattingibile perché discreta, appartata, silenziosamente libera dal tempo che si ritiene ne scandisca l’esistenza (che si propone di chiarire i rapporti temporali dei fatti storici, precisandone l’esatta disposizione di ciascuno), lo stesso che lo vorrebbe collocato in un istante transitorio, òntico, riferito cioè all’esistente e non già all’essenza ontologica di questo di cui la poesia prima e il p... continua a leggere

tag:

torna su

Perché progettare un nuovo Medio Evo oggi? Riflessioni su un’avanguardistica mostra londinese
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Perché progettare un nuovo Medio Evo oggi? Riflessioni su un’avanguardistica mostra londinese

Il primo marzo del corrente anno, una virtuale capsula del tempo è approdata presso il Museum of the Order of St. John, a Londra. Vi ha portato in mostra un campionario di “scene, visioni e frammenti di una storia alternativa” del Medioevo. Anzi, del TechnoMedioevo, con l’obiettivo di condurre «un’esplorazione audace e avventurosa nell’arte contemporanea», dimostrando «i modi con cui la nuova tecnologia può essere utilizzata per reinterpretare soggetti storici». Ora, già l’unione del prefisso “tecno” con il sostantivo “medioevo” potrebbe prestarsi a qualche malinteso o fraintendimento, parendo forse un azzardo, se non un paradosso, rapportare il concetto di tecnologia e le funzioni della stessa ad un’età che solitamente passa per essere regressiva e fortemente deficitaria sul piano delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche. E non solo di quelle, va da sé. Se poi vi si aggiunge che a postulare l’esistenza di un siffatto Medioevo, alternativo e a suo modo tecnologico – o, meglio, post-tecnologico – sia un gruppo di studiosi, ricercatori, storiografi e artisti consociatisi q... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Perché rileggere Il buon soldato
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Il buon soldato, scritto nel 1913 e pubblicato nel 1915, è uno dei libri più controversi nell’ampia e complessa opera di Ford Madox Ford. Anche se l’attenzione della critica si è principalmente concentrata sulla tetralogia fordiana nota come Fine della Parata, ritenuta il capolavoro di Ford e il punto più alto della sua produzione artistica, Il buon soldato è stato definito dal suo autore – spesso in disaccordo con i suoi critici – come “il libro migliore che io abbia scritto”. Esso effettivamente mantiene intatto oggi, a un secolo dalla sua stesura, il fascino che deriva dall’intricato meccanismo del racconto e dall’ambiguità delle psicologie dei suoi protagonisti. E’ un libro che, scritto agli albori del Novecento, anticipa e annuncia le successive sperimentazioni artistiche raccolte oggi sotto l’etichetta di Modernismo, ma che proprio perché non succube delle esigenze incessanti di stravolgimento delle tecniche narrative, portato a maturazione dal genio di Virginia Woolf e James Joyce, riesce a mantenersi fresco e di felice lettura anche per il lettore contemporaneo. In quest’opera, inoltre, sono portati alla perfezione due aspetti determinanti per l’inquadramento della figura letteraria dell’autore: il primo riguarda la tecnica della scrittura, il secondo la descrizione e l’indagine psicologica dei personaggi. Nel saggio posto a introduzione della sua edizione del romanzo del 1990, ... continua a leggere

tag:

torna su

Dentro La fattoria degli animali. L’amara favola politica di George Orwell
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Dentro <em>La fattoria degli animali</em>. L’amara favola politica di George Orwell

Accostandosi a un libro di George Orwell, occorre tenere a mente due principi che informano la sua scrittura, nonché la sua visione della vita, ossia l’orrore che egli provava per ciò che, ne La strada per Wigan Pier, definì “il dominio di un uomo su un altro uomo”; e la sua inesausta ricerca di una verità che fosse il più possibile obiettiva e non viziata da pregiudizi ideologici. Orwell rifuggiva da qualunque dogmatismo, volendo essere sempre fedele a ciò che vedeva – e pronto a cambiare idea. L’ideale che sempre perseguì è un ideale d’integrità etica e intellettuale: suo fu sempre l'odio verso l’autorità “come la intendo io”, affermò in Perché scrivo (un testo del 1946), ovvero verso un’autorità che, anziché perseguire il bene comune, opera con il solo fine di mantenere sé stessa al potere e gli altri in uno stato di soggezione. Mi piace accostare subito questi principi a quanto Wilfred Owen, uno dei massimi critici della propaganda bellica, morto in battaglia sul fronte francese, nel novembre del 1918, scrisse nell’introduzione (rimasta allo stato d’abbozzo) a q... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Immagini vecchie e nuove di viaggi verso la Luna. Un itinerario comparatistico
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Immagini vecchie e nuove di viaggi verso la Luna. Un itinerario comparatistico

La storia della fantascienza, prima come genere letterario e successivamente come verosimile realizzazione di visionari esperimenti, si lega indissolubilmente alla Luna e al desiderio di raggiungerla. Musa silenziosa, astro narrante, falce d’argento, eterna lanterna, l'ispiratrice di evasioni dal mondo terrestre e di contatti con civiltà aliene è poi diventata obiettivo di conquista e di esplorazione. La narrativa è stata la prima a far viaggiare l'uomo verso il satellite alla scoperta di fantasiose e ibride creature che hanno popolato Selene prima che la tecnologia permettesse di raggiungerla davvero. Luciano di Samosata, nel II secolo d.C., è tra i primi a raccontare di un viaggio alla volta della Luna. La sua Storia Vera, pur parodistica, satirica e surreale, diventerà uno dei primi riferimenti della letteratura fantastica e fantascientifica in quanto descrive con dettaglio tutte le caratteristiche somatiche e sociali dei Lunari, gli abitanti del satellite e sudditi del re Endimione, ispirandosi soprattutto all'opera di Plutarco. Luciano è il primo autore a far approdare, con una vera e propria nav... continua a leggere

tag: , , ,

torna su

Souvenirs de Paris, ovvero una passeggiata a Sandymount
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Saggi e Studi

<em>Souvenirs de Paris</em>, ovvero una passeggiata a Sandymount

Nella tarda mattinata del 16 giugno del 1904, dopo aver tenuto la propria lezione a scuola, Stephen Dedalus sta passeggiando sul litorale di Sandymount. I suoi pensieri sono attraversati da ricordi, che gli balenano nella memoria, e da vivide percezioni, che colpiscono i suoi sensi: la vista delle onde, della torre in lontananza e di una coppia di raccoglitori di telline, il rumore dei passi sugli «scricchiolanti marami e conchiglie» («cracking wrack and shells»), l’abbaiare di un cane, le «tanfate di fogna» che i rifiuti sparsi sulla spiaggia esalano («upward sewage breath»)... Quello che viene offerto al lettore di Ulysses nel terzo episodio (“Proteo”) è il primo, articolato esempio di monologo interiore dopo quelli frammentari di cui sono disseminati gli episodi precedenti: esso fissa il «flusso vitale di una coscienza in cui passato e futuro coincidono nel punto meridiano e focale di un eterno presente»n. E nel passato di Stephen c’è, tra l’altro, un soggiorno a Parigi come ... continua a leggere

tag: , , , ,

torna su

Per Fosca. Verso una fenomenologia del romanzo breve
di , , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Per <em>Fosca</em>. Verso una fenomenologia del romanzo breve

Fosca di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869) rappresenta con ogni probabilità, nel vario ed eterogeneo panorama della Scapigliatura di un'Italia ancora da farsi, un romanzo d'importanza tutt'altro che secondaria: se, da una parte, appare accogliere parecchi motivi dominanti in questo movimento culturale affatto sui generis, dall'altra si rivela – a ben vedere – tendenzialmente sovversivo persino nell'anarchico "canone" scapigliato, nonché proiettato, talvolta quasi visionariamente, verso tematiche, fermenti e temperie assai posteriori. Uscito a puntate sulla rivista “Il pungolo”, apparve postumo, in volume, nel 1869: Tarchetti morì giovanissimo poco prima di completare il penultimo capitolo, tempestivamente redatto dal fraterno amico Salvatore Farina (1846-1918), che peraltro dall'autore – pure secondo la miglior filologia d'oggi – ne aveva ascoltato meticolosamen... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Platonismo e vitalismo in Inghilterra. Anne Conway e il matrimonio tra scienza sperimentale e spirito
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Nella seconda metà del XVI secolo, l’Inghilterra conosce uno sviluppo culturale e scientifico senza precedenti. Dopo la restaurazione monarchica e alla vigilia dei Principia newtoniani, anche per effetto della grande circolazione di idee che l’interregno di Cromwell aveva consentito, le accademie e i centri della cultura inglese assumono le fattezze di uno splendido laboratorio culturale. Si manifestano i primi prodotti di questa stagione straordinaria nella scienza politica di filiazione cartesiana e meccanicistica di Thomas Hobbes e nei lavori di un’intera generazione di scienziati e filosofi naturali, con a capofila gli air-pump experiments di Robert Boyle. Nell’Inghilterra del secondo Seicento era quindi ben viva la presenza di circoli e istituzioni di efficacia e ingegno, dove i virtuosi dell’epoca riuscivano a elaborare e a diffondere i frutti delle loro indagini. In tale cornice, così favorevole alla libera ricerca e allo sviluppo di nuove declinazioni di pensiero, matura il proprio sguardo sul mondo Anne Conway (1631-1679), rara figura di filosofa e studiosa di scienze. Indubbiamente la Conway si muove sullo sfondo di condizioni ambientali ed economiche assai benigne. La famiglia paterna era infatti ascesa al rango nobiliare grazie a un cursus honorum di tutto rispetto nel campo legale: il padre Heneagh era riuscito a raggiungere nel 1626 la posizione di Speaker alla Camera dei Comu... continua a leggere

tag: , ,

torna su

L’esempio di Gianni Brera. Una via d’uscita dalla paraletteratura
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

L’esempio di Gianni Brera. Una via d’uscita dalla paraletteratura

La letteratura italiana, come quelle di tutto il mondo, si è dovuta confrontare con le problematiche che nel ‘900 hanno investito il concetto stesso di letteratura e la figura del letterato. Partendo già dalle teorie di Simmel e poi di Benjamin si è andati riscontrando come le metropoli e la società capitalistica abbiano modificato i connotati dell’individuo e della sua soggettività, arrivando a mettere in crisi il sistema di valori tradizionali e con esso anche la funzione del raccontare la realtà. Le metropoli sconvolgono lo stile di vita dei singoli individui che si devono adattare ad un ambiente regolato da elementi oggettivi ed alienanti come il tempo ed il denaro, all’insegna dell’intensificazione della vita nervosa. La base psicologica su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori. L’uomo è un essere che distingue, il che significa che la sua c... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Contro Epitteto. Pascal e la virtù imperfetta
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Saggi e Studi

Contro Epitteto. Pascal e la virtù imperfetta

Per indicare il vasto fronte di resistenza alla cultura classica, sorto in Francia alla metà del Seicento, si è talvolta parlato di «antiumanesimo cristiano». In molti ambienti gallicani la fine del 1640 – data della comparsa sul mercato editoriale dell’Augustinus di Cornelius Jansen, pubblicato postumo a Lovanio dall’allievo Jacobus Zegers, – avrebbe infatti sancito l’inizio di una stagione fortemente critica nei confronti della rinascita neolatina dei decenni precedenti, nonché verso la ben consolidata tradizione umanistica rinascimentale. In tale distacco, è chiaro, Port-Royal ebbe un ruolo decisivo. Promotrice di un’ortodossia agostiniana rigorosa, oltre che rappresentante di una Chiesa trionfante e retributiva, l’abbazia si impegnò in modo durevole ad annullare il lascito del patrimonio/monumento antico in fatto di valori universali propri della saggezza umana, e a distinguere, isolandolo, il messaggio evangelico dagli altri insegnamenti morali pagani. Enunciata in questi termini, la discrepanza assunse un carattere prioritario anche nella riflessione di Pascal. Qui si tratterà, allora, di ... continua a leggere

tag: , , ,

torna su
copyright | privacy | credits