Bibliomanie

Labile, antinomico limes. Su Lettera dalla Dacia di Matteo Veronesi
di , numero 40, settembre/dicembre 2015, Letture e Recensioni

«Quel sépulcral naufrage (tu / Le sais, écume, mais y baves) / Suprême une entre les épaves / Abolit le mât dévêtu», scrive Mallarmé in A la nue accablante tu. «Quale sepolcrale naufragio (tu / Lo sai, schiuma, ma la tua bava ci spargi) / Supremo, unico tra i relitti / Abolì l’albero spogliato». È la nave della poesia, e dell’esistenza, sorpresa nell’istante esatto in cui cessa di svanire sotto la superficie dell’essere e del dire, sotto il velo del significato. Perché Mallarmé? Perché in diverse occasioni Matteo Veronesi ha dichiarato che se c’è un poeta di cui non potrebbe davvero fare a meno, questi è Mallarmé. E il sonetto mallarmeano c’entra con la sua visione del mondo e della poesia, forse c’entra qualcosa con Lettera dalla Dacia. Inviata da Veronesi nell’agosto 2009 come lettera a una ristretta cerchia di amici, Lettera dalla Dacia venne poi diffusa in rete. Anche sotto questo profilo è un testo singolare: ... continua a leggere

torna su

Compos sui. Poesie nello stile del 1940 di Massimo Sannelli
di , numero 42, luglio/dicembre 2016, Letture e Recensioni

Compos sui. <em>Poesie nello stile del 1940</em> di Massimo Sannelli

Io ti offro un esilio luminoso oggi: una litania di undici colpi, precisa, non la morte, e una sequenza delicata, nessuna distruzione. Questo è un esilio dolce, come il seno: nella rete sei tu; sei prete e re, e veramente hai lo scudo, hai lo stile, hai Dio, non il suicidio, veramente. È il penultimo dei componimenti raccolti sotto il titolo di Poesie nello stile del 1940, e-book di cui riporto la nota di chiusura: «Queste poesie sono state scritte dal 6 luglio al 7 agosto 2016. I testi sono in endecasillabi, decasillabi, novenari, settenari». Quello qui riprodotto è ovvia... continua a leggere

torna su

Il nome e l’enigma. Nuovi tentativi di avvicinamento a Natura Morta di Paolo Ruffilli
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Letture e Recensioni

Il nome e l’enigma. Nuovi tentativi di avvicinamento a <em>Natura Morta</em> di Paolo Ruffilli

Passa la forma, muore si dissolve per sempre ci scompare. È la materia, dicono, che scorrendo resta: si trasforma cambia si deforma, senza cessare d’essere. Bernières, Calvados: 18 agosto (Diario di Normandia) Il soggettivismo non schiaccia mai Ruffilli, in poesia, anche se fino a un certo punto egli vi ha trasfuso molto di sé. Ecco, qual è questo punto? Il momento dell’abbandono della misura soggettiva per una riflessione versificata sull’altro da sé? Forse, La gioia e il lutto e Le stanze del cielo. Ma nel successivo Affari di cuore si incaricava di affrontare direttamente – e inevitabilmente con il coinvolgimento dell’esperienza personal... continua a leggere

torna su

La condizione dell’in-baculum. Maurizio Ferraris risponde
di , numero 43, gennaio/giugno 2017, Saggi e Studi

La condizione dell’<em>in-baculum</em>. Maurizio Ferraris risponde

L’imbecillità «è il richiamo dell’abisso e del negativo e, insieme, del solo vero», lei scrive in L’imbecillità è una cosa seria (il Mulino 2016), che ha suscitato e continua a suscitare grande interesse nel pubblico. L’interesse è indubbiamente dovuto ai pregi del suo libro, ispirato alla brevitas ma oltre modo serrato, brillante ma essenzialmente amaro: ritratto implacabile e fedele della condizione umana. Senza ovviamente sminuire il suo lavoro, sorge il sospetto che dietro questa grande accoglienza ci sia anche qualcos’altro, che parecchi lettori si sentissero come chiamati in causa per una autoverifica. È possibile secondo lei? R. Certo, i libri sull’imbecillità vanno tantissimo, e sono tantissimi, perché attivano due me... continua a leggere

torna su

Tempus Tacendi di Matteo Veronesi
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Letture e Recensioni

Luogo del poetico è spesso il suo stesso giustificarsi e porsi come problema: qual è il suo senso quando la poesia non vuole tradurre l’emozione di un’ora? Non sappiamo quanto ultimativa possa essere la conclusione cui perviene Matteo Veronesi in Tempus tacendi, nel cui esordio disegna una situazione quasi di scoramento che accomuna i poeti, per poi polarizzare l’attenzione su di sé. L’uso anaforico lievemente ridondante, nel Prologo, di un «noi» non maiestatico concorre a rendere la dispersione della stirpe dei «poeti perduti». I poeti saranno presenti al mondo soltanto quando saranno deceduti al mondo. Postulato il differimento della ricezione poetica, cosa sono l’esperienza e l’opera nel presente? Nella dimensione versificante il tempo-adesso vede il fare versi nel nome del silenzio, per se stessi, «per noi soli», per un circolo esclusivo, al limite per nessuno. Per ciò che piú non è, per ciò che ... continua a leggere

torna su

Postverità e altri enigmi di Maurizio Ferraris
di , numero 44, luglio/dicembre 2017, Letture e Recensioni

La parola post-verità, o post-truth, è entrata nell’uso in qualche vocabolario. Ma il lemma è riduzione del concetto, mentre l’analisi di Maurizio Ferraris in Postverità e altri enigmi (il Mulino, Bologna 2017) ci porta molto oltre il lemma da vocabolario. È ovvio: questo è un libro, non una definizione; è meno ovvio se si considerano le questioni implicate dal lemma affrontate in Postverità e altri enigmi. Il libro è una integrazione di L’imbecillità è una cosa seria, lo dice l’autore in una nota al Prologo. La postverità (con elisione del tratto d’unione, ad indicare la filiazione della postverità dal postmoderno filosofico) si radica in un fondo intemporale, come l’imbecillità, nella sua ambivalenza di incuranza verso i valori cognitivi (da questo lato, la postverità è l’esteriorizzazione dell’imbecillità) e carattere dell’umano, congenito, essere in-baculum, necessitante di bas... continua a leggere

tag: ,

torna su

La verità chiama la tecnica. Postverità e altri enigmi di Maurizio Ferraris
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

La parola post-verità, o post-truth, è entrata nell’uso in qualche vocabolario. Ma il lemma è riduzione del concetto, mentre l’analisi di Maurizio Ferraris in Postverità e altri enigmi (il Mulino, Bologna 2017) ci porta molto oltre il lemma da vocabolario. È ovvio: questo è un libro, non una definizione; è meno ovvio se si considerano le questioni implicate dal lemma affrontate in Postverità e altri enigmi. Il libro è una integrazione di L’imbecillità è una cosa seria, lo dice l’autore in una nota al Prologo. La postverità (con elisione del tratto d’unione, ad indicare la filiazione della postverità dal postmoderno filosofico) si radica in un fondo intemporale, come l’imbecillità, nella sua ambivalenza di incuranza verso i valori cognitivi (da questo lato, la postverità è l’esteriorizzazione dell’imbecillità) e carattere dell’umano, congenito, essere in-baculum, necessitan... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Automazione, cibernetica della mente, logonica attenzionale. Un dialogo con Francesco Forleo
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Letture e Recensioni

Dott. Forleo, il suo La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine (Prefazione di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) non può prescindere dalla sua esperienza diretta in importanti centri di ricerca e di sperimentazione. Quanto di questa esperienza è passato nel suo libro? Sarebbe semplice, e un po’ scontato, rispondere che, dopo averle abbastanza assimilate, ho provato a rinvenire la cesura e i punti di convergenza fra le teorie sulla modellazione della mente di Silvio Ceccato e le logiche della progettazione dei software che hanno guidato una buona parte degli esperimenti svolti sulla dinamica degli autoveicoli nella mia carriera in questo campo. Ciò è sicuramente vero, ed è suffragato da diverse evidenze, se pensiamo che ormai molti costruttori mettono sul mercato autoveicoli dotati dei più evoluti dispositivi cibernetici, come i sistemi di parcheggio automatico, il controllo della stabilità e gl... continua a leggere

tag: ,

torna su

La «terza cibernetica». Nota a La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine di Francesco Forleo
di , numero 45, gennaio/giugno 2018, Note e Riflessioni

Scrivo questa recensione con un word processor e la tastiera contiene simboli. Oggi sembra scontato. Da un istante all’altro, lo schermo compone le immagini delle parole: le memorizzo con la vista e la macchina con una sequenza di byte. Sembra scontata anche la composizione immediata delle parole. Ora nasce un documento salvato-con-nome – questo file – e lo invierò a una persona molto lontana da qui. Ecco una straordinaria applicazione cibernetica. Come ci siamo arrivati? Nelle intenzioni dell’autore questo dovrebbe essere un lavoro divulgativo, ma non è proprio così: la trama dei tecnicismi ci mette alla prova, nello stesso tempo la trama mentale è accattivante. La cibernetica italiana della mente nella civiltà delle macchine (Prefazione di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) sottende una vasta competenza dovuta alla lunga esperienza di Francesco Forleo nei centri di sperimentazione e di ricerca. Quindi, senza residui... continua a leggere

tag: , ,

torna su

Dialogus de poësi. Dieci Inni alla Morte di Matteo Veronesi
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

Si può inneggiare alla morte? Personificandola come nel Settimo sigillo di Bergman? Vedendola come un’allegoria? Mi rivolgo a Matteo Veronesi, autore di Dieci Inni alla Morte (Nuova Provincia 2009, ora ripubblicato in Lotta di Classico con un progetto grafico di Massimo Sannelli). E perché decuplicare e non limitarsi alla singolarità di un solo Inno alla morte, come Ungaretti in Sentimento del tempo? E ancora: Novalis, quello degli Hymnen an die Nacht in morte dell’amata Sophie, nei quali la morte predisponeva a una rinascita spirituale. E dove l’autore esordiva definendo l’uomo «lo splendido intruso» nel mondo terreno del quale non è parte, straniero alla luce che è regno inespressivo delle apparenze e che mai ravviserà l’infinito. Ipotizzo che Novalis sia una figura magistrale per Veronesi. Dei Dieci Inni parliamo dieci anni dopo: come sempre, tout se tient… Una volta scrisse: «C... continua a leggere

tag: ,

torna su

elogIO della soliTUdine. Castelli di carta di Alberto Teodori
di , numero doppio 46/47, luglio 2018/giugno 2019, Letture e Recensioni

I castelli di carta sono il mondo, come già espresso da Alberto Teodori in Per non apparire, e forse anche in altri luoghi, vista la sua tendenza a ritestualizzare e rilanciare certo suo déjà écrit. Perché ripubblicare il pubblicato? Intanto, trapiantare il passato nel futuro riattualizza uno ieri non esaurito, e che non si vuole esaurire. Ma il vero motivo è che in un autore tout se tient. Dimentichiamo troppo spesso l’accesa sensibilità al tempo di un autore: se è un autore. I castelli di carta sono il mondo, d’accordo. Tuttavia, Sergio Quinzio scrive in prefazione, «castelli di carta sono anzitutto le nostre parole», anche quelle, Quinzio continua, attraverso cui Teodori tende a definire e insieme a dare spessore alla separatezza, a quel «cercare l’ombra di sé stessi» che sembra essere l’esclusivo principio ispiratore delle sue opere. Quinzio racconta che il giovane Teodori aveva tradotto Mallarmé usando lipo... continua a leggere

tag: , ,

torna su
copyright | privacy | credits